Mentre la cultura italiana perde colpi, il Ministero degli Affari Esteri si adopera per la promozione della lingua italiana nel mondo

IL RAPPORTO.

Sulla cultura l’Italia perde colpi.
È spietata la fotografia del dossier Federculture: partecipazione culturale nazionale in calo all’8%
(la media Ue è al 18), tagli continui alle risorse.
di Silvia Bernardi

Come è possibile che in un Paese con oltre 12mila biblioteche i lettori calino ogni anno abbassando la già modesta media nazionale (il 57% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno), che in un Paese con 3.609 musei. Il triplo della Francia, 5mila siti culturali, 46mila beni architettonici vincolati, 34mila luoghi di spettacolo, il nostro indice di partecipazione culturale nazionale sia all’8%, contro una media Ue che raggiunge il 18% arrivando al 143% della Svezia, secondo l’Eurobarometro il Paese europeo con la più alta partecipazione dei cittadini ad attività culturali?
L’industria culturale italiana vale 76 miliardi di euro, dà lavoro a un milione e quattrocentomila persone impiegate in44omila imprese, eppure le risorse a disposizione del ministero dei Beni culturali in dieci anni hanno perso quasi un miliardo: oggi il budget è di un miliardo e mezzo, lo 0,20% del bilancio dello Stato, e per il triennio 2014-2016 si prevede un’ulteriore riduzione fino a raggiungere quota1,4 miliardi, paria quello della Danimarca.
Come è possibile è la domanda che viene da farsi in continuazione leggendo l’ultimo Rapporto di Federculture sul settore dei beni e delle attività culturali: per secoli siamo stati un Paese produttore di cultura e ora siamo scivolati in fondo alle classifiche, sorpassati da Paesi che hanno adottato politiche culturali diverse (migliori) dalle nostre. Lo dicono i numeri: la Francia, ad esempio, ogni anno stanzia circa 4miliardi per il suo dicastero della cultura e prevede
un sistema di gestione autonomo con maggiore integrazione tra gestione pubblica e privata con sistemi fiscali a favore delle sponsorizzazioni, delle erogazioni liberali, delle fondazioni bancarie.
La gestione diretta dei privati dei beni culturali e la detraibilità delle spese per la frequentazione dei musei, teatri, concerti e per la formazione artistica e musicale, sono tra le proposte concrete che compongono la seconda parte del Rapporto. Alla fotografia impietosa di un ex Bel Paese, Federculture contrappone una serie di misure per riportare la cultura al centro delle politiche di sviluppo. Per accrescere la produttività occorre recuperare la piena autonomia dei soggetti che producono cultura rispetto a una burocrazia soffocante e a una politica invasiva e, allo stesso tempo, occorre che il Governo delinei delle strategie di programmazione di medio-lungo periodo che ancora non si vedono. Atre mesi dall’approvazione del decreto Valore Cultura, che ha rianimato il dibattito nazionale sull’importanza della cultura come motore della ripresa sociale ed economica del Paese intervenendo su alcune situazioni di emergenza come Pompei, le Fondazioni Liriche e il pacchetto fiscale per il cinema, siamo infatti ancora alle dichiarazioni intenzionali.
La presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenendo lunedì al convegno di presentazione del Rapporto 2013, ha definito la cultura «il motore indispensabile della vita del nostro Paese» aggiungendo che «in tempi di crisi spendere per cultura non è uno spreco» condannando chi è arrivato a dire che «con la cultura non si mangia». E si è trovata d’accordo con il presidente di Federculture Roberto Grossi che per lo sviluppo della cultura «serve una strategia, una progettualità, una visione di prospettiva che prenda il posto delle logiche di emergenza che hanno caratterizzato gli anni passati, quando non si è esitato a tagliare sulla scuola, sulla ricerca, sull`Università, sulle misure per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali».
Quello che manca, ancora, è la strategia, la visione di prospettiva, la progettualità, l’alternativa reale ai tagli. Secondo Federculture siamo al 26° posto tra i Paesi della Ue per spesa pubblica in istruzione e formazione con un’incidenza percentuale del 4,2% sul Pil, contro una media europea de15,3 per cento. Il numero degli immatricolati degli atenei italiani è in costante diminuzione: in dieci anni gli iscritti alle università sono da passati 338.482 a 280.488, -15%, La strategia Europa 2020 prevede il 4o% di laureati tra i 3o e i40 anni: la media Ue è vicina al 35% mentre in Italia siamo solo al 20 per cento. Anche nel 2013 nessuno degli atenei italiani è tra i primi 100 nella classifica internazionale delle migliori università al mondo: l’Università di Bologna compare, prima tra le italiane, in 194esima posizione (-11 posizioni rispetto al 2012). E come se non bastasse, si aggrava sempre più la fuga dei nostri giovani dal Paese: in dieci anni 68mila neolaureati hanno lasciato l’Italia che è sempre meno appetibile da parte di studenti stranieri. Che fare? Quale direzione prendere per invertire la rotta? «Si è aperto il nuovo rido di programmazione europeo con i nuovi fondi per la Cultura e la Ricerca», dice Grossi. «Nel ciclo di programmazione 2007/2013 l’unico programma a non aver raggiunto i target assegnati è stato il POIN Attrattori Culturali che, a fine 2012, ha restituito a Bruxelles 30,3 milioni di euro. Dobbiamo elevare la qualità dei progetti e creare immediatamente dei tavoli di lavoro tra Stato, Categorie e Associazioni e con Expo 2015 abbiamo l’occasione di raccontare in modo unitario il nostro Paese. Sono partite che non dobbiamo perdere». Ora serve davvero un gioco di squadra.

LA LINGUA ITALIANA
In previsione del lancio degli Stati Generali della promozione dell’italiano nel mondo, previsto a ottobre, mercoledì 29 ci sarà un evento organizzato dal Ministero degli Affari Esteri insieme al Mibac e all’Università e Ricerca sulla lingua italiana: si parlerà di dati e testimonianze del mondo della cultura sulla nostra lingua nel mondo per riflettere su come impiegare al meglio il capitale dell’italiano e della rete di promozione linguistica. Aprirà i lavori il ministro Emma Bonino e interverranno personalità dello spettacolo.
(Da Domenica (Il Sole 24 Ore), 26/1/2014).

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