Meno male che arrivano gli stranieri

Ma tu parli inglese o italiano?

Ecco il vocabolario dell’ “inglano”

Ci sono gli amanti dello straniero a tutti i costi, quelli che infilano un termine inglese, uno francese e uno spagnolo appena possibile. Eccessivi, qualche volta perfino ridicoli. Però ci sono anche parole straniere che, ormai, sono entrate a far parte del quotidiano. Tanto che non ci ricordiamo neppure che siano straniere: sono parole, da usare tutti i giorni. Ora gli esperantisti mantovani, gruppi di sostenitori della lingua universale, hanno deciso di raccogliere queste parole in un vocabolario. La nuova lingua – raccontava la “Gazzetta di Mantova” – si chiama “inglano”, cioè inglese e italiano. C’è qualche termine dal latino, dallo spagnolo, dal francese, dal tedesco, ma la contaminazione è soprattutto anglosassone.

di Tony Damascelli

L’ultimo è stato Tom Waits, detto catarro armato. Della sua esibizione all’Arcimboldi di Milano restano memoria e delizia, per i testi, l’interpretazione, l’arte scenica ma soprattutto per quelle frasi in dialetto verace, non yankee ma milanese al cientopicciento: “va’ a dà via i ciapp” ripetuto più volte tra le risate oceaniche e il divertimento dello stesso affabulatore affascinato dalla musica della lingua padana.. Prima di lui, sempre a Milano e nel dialetto di cui sopra, si era esibito, nelle scorse settimane, José Mourinho, allenatore di football, fresco dipendente dell’Inter, presentatosi alla platea dei giornalisti con un immediato e imprevisto “non sono un pirla” con leggera cadenza portugheisa, tipo fado e giù di lì, creando ilarità e cortigianerie acute. Ora, per fortuna, gli stranieri rimettono le cose al posto giusto, giocano fuori casa e utilizzano gli ingredienti della nostra cucina mentre noi facciamo gli snob, i raffinati, i provinciali, esibendo un vocabolario made in England o in Usa, all’insaputa di britannici e americani (“sporting”, basta la parola, intraducibile, senza significato).

Parla come mangi, si diceva una volta, quando si aveva fame e si andava al sodo. Oggi, tra un “sushi” e una “fusion” siamo messi maluccio, al punto che il sindaco di Monteroni ha scritto un articolo – lettera pubblicato sul “Corriere del Mezzogiorno”, edizione Lecce e Puglia, inserto allegato al “Corriere della Sera”, nel quale, tra una elucubrazione e un pensiero sui progetti della terra salentina, si è sbilanciato troppo dicendo che l’obiettivo dei sindaci è quello della “satisfaction” dei cittadini e dei turisti. I Rolling Stones non c’entrano, non risulta che abbiano mai messo piede e amplificatori tra un trullo e l’altro, ma ognuno si merita i sindaci che ha. Per esempio Donna Letizia Moratti ama molto l’ “ecopass”, i “city users” (direbbesi pendolari ma non è elegante), il “city manager”, la “customer satisfaction” (dal sud al nord Mick Jagger resiste) e lo “stake holder”. Del resto oggi si briffa, si baggia, entra in scena la “class action”, è ormai uso dire, mutuando il gergo dell’economia, che il dollaro vale un punto eccetera, punto che cosa? Virgola semmai, punto e basta, non ci dovrebbe essere altro, avete mai sentito qualcuno affermare, il mio stipendio e di mille punto duecento? E il barra, dove lo mettiamo? Ci vediamo sette barra otto! E allora pronunciamo tutta la punteggiatura, non soltanto le virgolette che mimiamo anche con le dita, avanzino il punto esclamativo e l’interrogativo, seguendo il suggerimento di Totò, punto, due punti, punto e virgola, abundantiam. Ripensandoci e riascoltandoci, forse hanno ragione Mourinho e Tom Waits. “Si iù leiter”.

(Da Il Giornale, 24/7/2008).

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