Meno inglese per gli italiani?

Do you speak english? E gli italiani rispondono: meno di cinque anni fa

di Attilio Giordano

Quella “seconda lingua madre”, di cui Berlusconi aveva fatto una familiare ossessione in campagna elettorale, si dimostra più sobriamente, al massimo, una zia.

Uno studio di Eurobarometro (istituto di statistica dell’Ue) sulla conoscenza delle lingue straniere in Europa vede regredire, contro ogni aspettativa, il numero degli italiani che si dichiarano capaci di “sostenere una conversazione” in una lingua diversa dalla loro. Nel 2001 erano il 46 per cento, oggi il 36 (contro il 56 per cento della media europea, cresciuta nello stesso periodo di 9 punti). E non è l’unico dato, sul tema, che appare controtendenza. Un altro studio, stavolta del Censis (su dati Unioncamere), fa sapere che negli stessi cinque anni è calato, in Italia, il numero delle assunzioni che richiedono la conoscenza di una lingua straniera: dal 22,3 per cento del 2001 al 16,4 del 2005. Che cosa succede? L’Italia è preda di un clamoroso ritorno all’autarchia culturale ed economica?

Ci sono diverse interpretazioni, non tutte così pessimiste. Secondo Claudia Donati, una delle ricercatrici del Censis sul tema, “nel 2001 le aziende vivevano un’epoca di propensione verso una lingua straniera. La cultura generale d’impresa, in qualche modo, obbligava a considerare questa conoscenza un requisito essenziale. Con l’esperienza più recente, probabilmente anche con una conoscenza più approfondita del mercato, molti imprenditori si sono convinti che serve una padronanza delle lingue perfetta per alcune figure professionali, ma che una conoscenza generica non è influente per la gran parte dei dipendenti”.

Questo disinteresse potrebbe aver influenzato anche il primo dato, l’apparente peggioramento italiano? Secondo il professore Paolo Balboni, docente di didattica delle lingue a Ca’ Foscari, le cose stanno diversamente. “Semplicemente cinque anni fa il 46 per cento dichiarava di conoscere una lingua, ma non la conosceva davvero. Oggi quel 36 per cento è più reale, e va letto come un miglioramento”.

Gli italiani mentivano? “Esprimevano una falsa idea di se stessi. Quel 46 corrispondeva al dato di chi parlava un inglese, francese o tedesco scolastici. Che non significa molto. Oggi, con le certificazioni sempre più frequenti, si verifica che quel tipo di conoscenza è insufficiente. C’è maggiore consapevolezza”.

Le certificazioni di cui parla il professore sono quegli attestati che alcuni istituti autorizzati forniscono per una cifra modesta, soprattutto agli studenti liceali dopo un esame sia scritto che orale. Documenti importanti da inserire in una domanda e, spesso, addirittura determinanti per esperienze europee di lavoro, di stage o universitarie. Queste certificazioni, sempre più diffuse, danno conto di una lingua parlata su sei diversi livelli, A (1 o 2), B (1 o 2), C (1 o 2). Il livello A 1 corrisponde ad una conoscenza elementare, A 2 ad una media. I livelli B ad una conoscenza ginnasiale – liceale, il C 1 ad una universitaria e il C 2 a qualcosa di quasi perfetto.

Il professor Balboni, dal suo osservatorio a Nordest, non condivide l’idea che vi sia minor richiesta di lingue da parte delle imprese: “Si tratta probabilmente di un’evoluzione. Spesso, per posizioni medio-alte, la conoscenza dell’inglese, per esempio, viene data per scontata. Piuttosto cresce vertiginosamente la richiesta di altre lingue: gli studenti di coreano, russo o cinese, a Ca’ Foscari, sono sempre più numerosi. E, specie per il cinese, non facciamo in tempo neppure a laurearli. Le imprese li vogliono prima”.

Nel Nordest, in effetti, la conoscenza delle lingue, derivante da un modello che ha conosciuto una forte espansione commerciale all’estero, oltre che da una tradizione di confine, sembra molto più alta che altrove. Nello studio di Eurobarometro, il 36 per cento nazionale cresce al 50 per cento in questa parte d’Italia. Naturalmente, cresce anche con il grado di istruzione (anche se stupisce che il 90 per cento degli universitari sostenga di conoscere bene una lingua straniera).

E’ da notare che anche la valutazione degli italiani sull’importanza della lingua straniera è diversa da quella europea. Il 62,8 per cento pensa che serva per avere maggiori opportunità di lavoro, la media Ue è del 74,2.

Nulla, naturalmente, si può evincere da questi dati sulla nuova riforma (Moratti) che ha introdotto la lingua straniera obbligatoria (inglese n.d.r.) alle elementari e le due lingue straniere alle medie. Ma la famosa questione della “seconda lingua madre” suscita negli addetti ai lavori una certa ironia. “Chi insegna” dice Balboni “ha spesso, a sua volta, una conoscenza della lingua di livello B 1, molto insufficiente. I bambini piccoli sono spugne, è vero, ma ciò significa che assorbono tutto, anche gli errori. Per le medie, poi, le due lingue sono state introdotte al prezzo di una, con un numero di ore minore che in passato e con una evidente caduta della qualità. Si può dire serenamente che la situazione è peggiorata, non migliorata”. In pratica si è chiesto in molti casi a docenti che avevano studiato a scuola una lingua, magari molti anni fa, di insegnarla dopo un corso di aggiornamento durato pochi mesi.

Formalmente non siamo in fondo alla classifica. Parlano peggio di noi le lingue straniere gli irlandesi e gli inglesi. Ma si tratta di due casi poco significativi, trattandosi di nazioni dove si parla la lingua veicolare più forte del mondo. Un inglese ha meno motivi per imparare una lingua straniera mentre il resto del mondo fa di tutto per imparare la sua.

Al terzo posto, c’è l’Italia, più o meno alla pari con Spagna, Portogallo, Ungheria. Al vertice dei multilingui, Lussemburgo, Olanda, Slovenia, Paesi scandinavi. Che mostrano una nuova frontiera: dichiarano di parlare due lingue straniere nella maggioranza, addirittura tre nell’ 11 per cento dei casi.

Ma a proposito dell’utilità delle lingue per il lavoro, c’è un dato, ancora una volta, apparentemente contraddittorio rispetto alle “idee circolanti”: in tutta Europa il 47 per cento del campione sostiene che conoscerle serve per viaggiare, il 37 per soddisfazione personale, solo il 26 per cento per lavorare. Ed è il classico esempio della virtualità dei nostri luoghi comuni. Semplicemente, alla maggioranza dei cittadini – operai o impiegati – la lingua non è stata mai utile in fabbrica o in ufficio. A Parigi, per evitare il “noio vulevont savuar” di Totò, magari sì.

(Da “Il Venerdì” di Repubblica, 5/5/2006).

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1 commento

  • Do you speak english? E gli italiani rispondono: meno di cinque anni fa

    di Attilio Giordano

    Quella “seconda lingua madre”, di cui Berlusconi aveva fatto una familiare ossessione in campagna elettorale, si dimostra più sobriamente, al massimo, una zia.

    Uno studio di Eurobarometro (istituto di statistica dell’Ue) sulla conoscenza delle lingue straniere in Europa vede regredire, contro ogni aspettativa, il numero degli italiani che si dichiarano capaci di “sostenere una conversazione” in una lingua diversa dalla loro. Nel 2001 erano il 46 per cento, oggi il 36 (contro il 56 per cento della media europea, cresciuta nello stesso periodo di 9 punti). E non è l’unico dato, sul tema, che appare controtendenza. Un altro studio, stavolta del Censis (su dati Unioncamere), fa sapere che negli stessi cinque anni è calato, in Italia, il numero delle assunzioni che richiedono la conoscenza di una lingua straniera: dal 22,3 per cento del 2001 al 16,4 del 2005. Che cosa succede? L’Italia è preda di un clamoroso ritorno all’autarchia culturale ed economica?

    Ci sono diverse interpretazioni, non tutte così pessimiste. Secondo Claudia Donati, una delle ricercatrici del Censis sul tema, “nel 2001 le aziende vivevano un’epoca di propensione verso una lingua straniera. La cultura generale d’impresa, in qualche modo, obbligava a considerare questa conoscenza un requisito essenziale. Con l’esperienza più recente, probabilmente anche con una conoscenza più approfondita del mercato, molti imprenditori si sono convinti che serve una padronanza delle lingue perfetta per alcune figure professionali, ma che una conoscenza generica non è influente per la gran parte dei dipendenti”.

    Questo disinteresse potrebbe aver influenzato anche il primo dato, l’apparente peggioramento italiano? Secondo il professore Paolo Balboni, docente di didattica delle lingue a Ca’ Foscari, le cose stanno diversamente. “Semplicemente cinque anni fa il 46 per cento dichiarava di conoscere una lingua, ma non la conosceva davvero. Oggi quel 36 per cento è più reale, e va letto come un miglioramento”.

    Gli italiani mentivano? “Esprimevano una falsa idea di se stessi. Quel 46 corrispondeva al dato di chi parlava un inglese, francese o tedesco scolastici. Che non significa molto. Oggi, con le certificazioni sempre più frequenti, si verifica che quel tipo di conoscenza è insufficiente. C’è maggiore consapevolezza”.

    Le certificazioni di cui parla il professore sono quegli attestati che alcuni istituti autorizzati forniscono per una cifra modesta, soprattutto agli studenti liceali dopo un esame sia scritto che orale. Documenti importanti da inserire in una domanda e, spesso, addirittura determinanti per esperienze europee di lavoro, di stage o universitarie. Queste certificazioni, sempre più diffuse, danno conto di una lingua parlata su sei diversi livelli, A (1 o 2), B (1 o 2), C (1 o 2). Il livello A 1 corrisponde ad una conoscenza elementare, A 2 ad una media. I livelli B ad una conoscenza ginnasiale – liceale, il C 1 ad una universitaria e il C 2 a qualcosa di quasi perfetto.

    Il professor Balboni, dal suo osservatorio a Nordest, non condivide l’idea che vi sia minor richiesta di lingue da parte delle imprese: “Si tratta probabilmente di un’evoluzione. Spesso, per posizioni medio-alte, la conoscenza dell’inglese, per esempio, viene data per scontata. Piuttosto cresce vertiginosamente la richiesta di altre lingue: gli studenti di coreano, russo o cinese, a Ca’ Foscari, sono sempre più numerosi. E, specie per il cinese, non facciamo in tempo neppure a laurearli. Le imprese li vogliono prima”.

    Nel Nordest, in effetti, la conoscenza delle lingue, derivante da un modello che ha conosciuto una forte espansione commerciale all’estero, oltre che da una tradizione di confine, sembra molto più alta che altrove. Nello studio di Eurobarometro, il 36 per cento nazionale cresce al 50 per cento in questa parte d’Italia. Naturalmente, cresce anche con il grado di istruzione (anche se stupisce che il 90 per cento degli universitari sostenga di conoscere bene una lingua straniera).

    E’ da notare che anche la valutazione degli italiani sull’importanza della lingua straniera è diversa da quella europea. Il 62,8 per cento pensa che serva per avere maggiori opportunità di lavoro, la media Ue è del 74,2.

    Nulla, naturalmente, si può evincere da questi dati sulla nuova riforma (Moratti) che ha introdotto la lingua straniera obbligatoria (inglese n.d.r.) alle elementari e le due lingue straniere alle medie. Ma la famosa questione della “seconda lingua madre” suscita negli addetti ai lavori una certa ironia. “Chi insegna” dice Balboni “ha spesso, a sua volta, una conoscenza della lingua di livello B 1, molto insufficiente. I bambini piccoli sono spugne, è vero, ma ciò significa che assorbono tutto, anche gli errori. Per le medie, poi, le due lingue sono state introdotte al prezzo di una, con un numero di ore minore che in passato e con una evidente caduta della qualità. Si può dire serenamente che la situazione è peggiorata, non migliorata”. In pratica si è chiesto in molti casi a docenti che avevano studiato a scuola una lingua, magari molti anni fa, di insegnarla dopo un corso di aggiornamento durato pochi mesi.

    Formalmente non siamo in fondo alla classifica. Parlano peggio di noi le lingue straniere gli irlandesi e gli inglesi. Ma si tratta di due casi poco significativi, trattandosi di nazioni dove si parla la lingua veicolare più forte del mondo. Un inglese ha meno motivi per imparare una lingua straniera mentre il resto del mondo fa di tutto per imparare la sua.

    Al terzo posto, c’è l’Italia, più o meno alla pari con Spagna, Portogallo, Ungheria. Al vertice dei multilingui, Lussemburgo, Olanda, Slovenia, Paesi scandinavi. Che mostrano una nuova frontiera: dichiarano di parlare due lingue straniere nella maggioranza, addirittura tre nell’ 11 per cento dei casi.

    Ma a proposito dell’utilità delle lingue per il lavoro, c’è un dato, ancora una volta, apparentemente contraddittorio rispetto alle “idee circolanti”: in tutta Europa il 47 per cento del campione sostiene che conoscerle serve per viaggiare, il 37 per soddisfazione personale, solo il 26 per cento per lavorare. Ed è il classico esempio della virtualità dei nostri luoghi comuni. Semplicemente, alla maggioranza dei cittadini – operai o impiegati – la lingua non è stata mai utile in fabbrica o in ufficio. A Parigi, per evitare il “noio vulevont savuar” di Totò, magari sì.

    (Da “Il Venerdì” di Repubblica, 5/5/2006).

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