Meglio un po’ di cinese

Italians

Lunga vita al latino (ma non sarebbe meglio un po’ di cinese?)

Quella di Catullo non è una lingua morta: per gli inglesi è un livellatore sociale, per noi anche un gioco

di Beppe Severgnini

Dunque sarà latino la seconda prova scritta della maturità classica. Per consolare i ragazzi che dovranno studiarlo molto, e incuriosire i lettori che l’ hanno studiato poco (o nulla), proviamo a ragionare sull’utilità di quella che non è una lingua morta. A meno che decidiamo di ucciderla, togliendola dalle scuole. Vi aspettate, a questo punto, dotte considerazioni sull’importanza della cultura classica? Scordatevele. Certe cose si capiscono da soli, quando i 18 anni si sono compiuti già tre volte (almeno). Se un ragazzo del liceo s’ innamora perdutamente di Catullo, preoccupatevi. Meglio che scelga una bella fanciulla del ginnasio, e usi Catullo come arma tattica (a piccole dosi, funziona). Dunque: a cosa serve, oggi, il latino? A quattro cose, sicuramente. A discutere. Ieri il Guardian, qualche giorno fa il Financial Times. Il primo dice che il latino non è solo utile, ma resta «un grande livellatore sociale» (tutti possono impararlo, se s’ impegnano). Il secondo sostiene che occorre mollare la lingua di Cicerone («sempre più sfoggio di erudizione e dimostrazione di una gioventù sprecata»), in favore del cinese, «che consente di parlare anche con qualcuno che non sia il Papa». Un particolare curioso: lo spunto al quotidiano inglese l’ ha fornito un quindicenne di Roma, Andrea Rocchetto, evidentemente stufo di leggere Livio che racconta di Lucrezia molestata da Tarquinius Sex (che non vuol dire sesso, ma sesto. «Tace, Lucretia: Sextus Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris vocem»). A capire quello che diciamo. Come molti sanno – e tutti dovrebbero sapere – le lingue classiche non stanno solo alla base della lingua italiana, ma hanno costruito il sistema di riferimenti nel quale ci muoviamo. Se dico «Sei nell’olimpo della tua professione», sto citando la mitologia greca. Se uso quantum, medium e plenum – giusto per stare ai neutri – sto parlando latino. Lo so che lo sapete. Però è il caso di ricordarlo in pubblico, ogni tanto. A capire come funziona la macchina. Il latino è una lingua logica. Chi oggi sa scovare un ablativo assoluto, o capire una perifrastica, domani saprà leggere testi difficilissimi (codici tributari, libretti d’istruzioni, scatole di medicinali). Tradurre vuol dire immaginare diverse soluzioni possibili, metterle alla prova e scartarle. Come nel sudoku, solo che è più divertente. A giocare. L’ingegner Flavio Fontana è un dirigente dei Pirelli Labs e si occupa di «implicazioni teoriche e sperimentali del potenziale vettore alla luce dell’ effetto Bohm Aranov». Per distrarsi, ha scritto tre poemi epico-calcistici sull’Inter, firmandoli Musandro. Il primo s’ intitolava, profeticamente, «De Reditu Ronaldi» (Il ritorno di Ronaldo); l’ultimo, appena uscito, «De Primo Consulatu Hadriani». Non c’ è bisogno di scalare queste vette (né di essere interisti, anche se aiuta). Basta divertirsi. Per esempio, giocando con le traduzioni. Inizio io: Aula magna (Mensa), Brevi manu (Non è rigore, l’ ho solo sfiorata!), Carpe diem (Venerdì, pesce), Ex abrupto (Digestione difficile), Homo homini lupus (A ognuno il suo pastore tedesco), Memento mori (Bei tempi, quando non dovevo tingermi), Ora pro nobis (Adesso tocca a noi), Stabat mater (Stasera niente baby-sitter), Sursum cordam (Le ultime parole di Saddam). Nota per i maturandi. Trattasi di giochi di parole; e in un motto latino c’ è un errore (trovatelo). Aggiungo: evitate di usare queste traduzioni durante la prova d’esame. Se lo fate, auguratevi d’avere dei commissari spiritosi.

(Dal Corriere della Sera, 18/1/2007).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 28 Gen 2007 – 12:05 [addsig]

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