Manuel Rivas: «Salvaguardare le lingue è vitale per la democrazia»

«L’idea di centro o periferia di una lingua è un’idea politica ed economica, non culturale»

Manuel Rivas: «Salvaguardare le lingue è vitale per la democrazia»

Parla lo scrittore gallego «La mia lingua è stata perseguitata, i poeti hanno contribuito alla resistenza. L’idea di centro o periferia di una una lingua è un’idea politica ed economica, non culturale»

Le parole sono esseri viventi. La letteratura è il cammino ` di un animale selvaggio, libero». Parole di Manuel Rivas, scrittore, poeta e giornalista, tra le figure più rappresentative della narrativa gallega contemporanea. Lo incontriamo in occasione dell’ 11° Premio Ostana, dove dal 2008 autori di lingua madre dal mondo danno vita a un festival della biodiversità linguistica. Rivas è stato premiato per la sua “capacità di maneggiare il linguaggio, per l’autenticità e la profonda risonanza poetica delle sue parole”.

Quanto incide la lingua su un genere?

La poesia è la formula madre. La parola poetica è una forma lirica. La poesia è ciò che sta coperto, che provoca disequilibrio, è anticonvenzionale, disvela ciò che non si può vedere, e decide ciò che si deve o non deve dire. È il primo spazio che connette con l’origine della lingua, come un canto della naturalezza. Come un’espressione di dolore, o come un canto di amore, uno spazio di rischio del limite. La poesia è il primo e l’ultimo faro, non ci sono muri tra poesia e narrativa, è una formula concentrica, che si espande come il mondo, e la sua visione è parte della realtà, la frizione che crea la verità.

Che cos’è la traduzione per uno scrittore?

La traduzione è parte della creazione, non un lavoro tecnico. La traduzione è una trasmigrazione, e l’andare della lingua, della letteratura, è come l’andare del vagabondo di Chaplin. È un andare simultaneo, che prima non si sa bene dove va, ma sa che deve arrivare, e segue un sentiero nel suo andare sbieco. E al tempo stesso andare della vita e della morte, di passato e presente, e racconta la storia dell`umanità in diverse forme.

Che peso hanno le nuove tecnologie sulla salvaguardia della biodiversità linguistica?

La tecnologia può essere uno strumento di resistenza a favore della biodiversità, ma si deve liberare la tecnologia da se stessa. La tecnologia non deve essere il tema, ma lo strumento, il mezzo. Dobbiamo essere capaci di creare una complicità, creare un linguaggio che non sia per dominare.

E’ più importante la politica o la lingua nel processo di salvaguardia di se stessa?

Quello galiziano è il caso di uno spazio di resistenza creativo, non solo di un rifugio. Il gallego è stato a lungo una lingua perseguitata, conservata dal popolo in ambito domestico, privato, quasi come una forma di lingua segreta, ma gli scrittori hanno contribuito alla resistenza. Se parliamo di un processo di stabilizzazione culturale e politico è diverso. La biodiversità è più forte, resiste alla politica contraria, ma se anche la politica è favorevole è meglio. Quando parliamo di lingue in pericolo di estinzione o in situazioni minoritarie, maltrattate dalla politica, dobbiamo pensare che preservare queste lingue non è importante solo per le persone che le parlano; perderle, è una perdita per tutti.

Se una lingua considerata marginale riesce a ottenere un certo seguito, ad esempio attraverso la musica, o il cinema, cosa succede a quella lingua?

Le influenze si incorporano. La cultura viva è una tradizione in combustione, che contiene l`anti-tradizione. Se una cultura ha una liberazione, tutto il resto è libero. La lingua ha più aria per respirare dall`incontro con le persone, e credo non si debba parlare di lingue minoritarie o maggioritarie, perché hanno lo stesso peso. Nel momento in cui si utilizza una lingua, si sta al centro di quella lingua, non a margine. L`idea di centro o periferia di una lingua è un`idea politica ed economica, non culturale.

Eugenio Giannetta | Avvenire | 6.8.2019

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