Manipolazione linguistica secondo l’Avvenire

La manipolazione delle parole un vero tradimento della realtà

Chi segue il filo del ragionamento cha andiamo sviluppando settimana dopo settimana su queste pagine (e tutto l’anno su «Avvenire») lo sa già molto bene: cambiar nome alle cose non modifica la loro sostanza ma ne altera la percezione nella coscienza della gente, spostando i termini sui quali la coscienza cerca di costruire un giudizio. Oggi portiamo due casi lampanti: la «contraccezione d’emergenza», con la quale si nasconde un farmaco dal potenziale intuitivamente abortivo (la «pillola del giorno dopo», chiamata a fermare una gravidanza forse appena iniziata) e il «suicidio medicalmente assistito», ovvero la più recente scelta terminologica per non parlare apertamente di eutanasia, di fronte alla quale la gente istintivamente resiste (con buona pace dei radicali). E sempre più vero che occorre restituire alla realtà il suo volto, chiamare le cose per nome, informarsi e spiegare. Perché non c’è trucco che regga: la vita umana non sopporta slealtà.
(Da Avvenire, 9/6/2011).

1 commento

  • LA TRUFFA DELL’"ANTILINGUA" COLPISCE ANCORA

    Sembrano passati molto più di trent’anni dal referendum sulla legge 194: l’opinione pubblica
    maggioritaria si è ormai tanto assuefatta alla legittimazione e alla gratuità dell’aborto di Stato, che
    questo non sembra più, a molti, quello strappo sradicante che uccide tante vite innocenti e avvilisce la maternità.
    Nemmeno gli oltre 5 milioni di bambini finora abortiti sembrano capaci di oltrepassare il muro della insensibilità etica dei più, con conseguenze gravi anche sulle pratiche della contraccezione cosiddetta di emergenza e della fecondazione artificiale. In compenso quel «Ricominciamo da trentadue» (il 32% dei "sì"), che fu lo slogan caratterizzante della reazione del "popolo della vita" all’esito del referendum, ne ha rafforzato convinzioni e strumenti e oggi i risultati di una simile consultazione sarebbero sensibilmente diversi. Lo conferma la misera fine del referendum del 2005 sulla legge 40 che regolamenta la fecondazione artificiale.
    Ma che cosa indusse, nel 1981, quel 68% degli elettori votanti a confermare la legittimità dell’aborto? Per capirlo bisogna riandare alle due campagne: a favore della 194 e contro il referendum abrogativo. In quest’ultimo erano in concorrenza tra loro, ma entrambi contro la legge, la proposta dei radicali, che voleva l’abolizione in nome della libertà di aborto e fu massicciamente rigettata, e le altre contrarie all’aborto in sé: le due del Movimento per la Vita, "massimale" e "minimale" per il caso che la prima, come avvenne, non fosse accettata dalla Consulta, e alcune preparate, ma non giunte ad alcun
    risultato. Se la bocciatura del Movimento per la Vita fu una sconfitta, quella dei radicali confermò che non tutto il valore della vita era perduto e, in questo senso, fu una vittoria.
    Al referendum, come alla legge, si arrivò nel clima di clamorosi falsi, cui si sposava un linguaggio nuovo e sottilmente ingannevole: l’«antilingua». Si trattò, insieme, di una forma di terrorismo ideologico. Il fronte abortista "dava letteralmente – i numeri": da 800mila a 4 milioni di aborti ogni anno e da 20 a 25mila donne morte per le rozze pratiche delle "mammane". Dati attribuiti a enti qualificati, ma che non li avevano mai forniti…
    Il secondo strumento "culturale" che affiancò il terrorismo dei numeri fu l’antilingua: vale a dire un linguaggio fatto di parole che nascondono ciò di cui non si vuole o si teme di parlare. Gli esempi sono più che noti: l’asettica "interruzione volontaria della gravidanza" al posto del brutale aborto (riservato ai clandestini); il concepito, meno drammatico di figlio; la donna, al posto di madre; la contraccezione d’emergenza, invece di abortivo precoce; l’embrione o il feto, invece di bambino… E poi i diritti civili per tutto ciò che va contro la persona o contro l’etica…
    L’opinione pubblica si è assuefatta alla legittimazione dell’aborto di Stato anche grazie a un linguaggio fatto di parole che nascondono ciò di cui non si vuole parlare.
    (Da Avvenire, 12/5/2011).

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