L’uomo che sogna di unificare il ladino

L’uomo che sogna di unificare il ladino

2/8/2006
Da DIARIO DI VIAGGIO di Marco Albino Ferrari

CORVARA. Gli sforzi profusi dall'ebreo lituano Lejzer Ludwik Zamenhof, l'inventore dell'utopia linguistica più nota della storia, l'esperanto, a distanza di oltre un secolo suonano come un tentativo emozionante e carico di ideali, ma anche un sogno destinato inevitabilmente al fallimento. Ma come è possibile inventare una lingua a tavolino?, mi domando mentre riscaldo le gambe con un agile rapporto 39/18, prima di infilarmi nel grande corridoio di accesso al cuore delle Dolomiti che è la Val di Landro. Come è possibil aggregare in una programmata sintesi artificiale suoni, lemmi, parole, desinenze e fonemi differenti fondando un nuovo codice linguistico, e con esso, come diretta conseguenza, una nuova civiltà del sapere? Eppure l'utopia di Zamenhof non è stata la sola: a inizio Novecento qualcuno contò 38 differenti lingue artificiali, talmente tante e articolate che si sono guadagnate una loro dignità riconosciuta, l'appartenenza alla Lia (lingue internazionali ausiliarie). E mi chiedo ancora: anche il dolomitano che sto andando ad ascoltare, la sintesi dei vari idiomi ladini, è una parente di queste lingue? Dunque anche il dolomitano ha a che fare col sogno di Zamenhof: creare una lingua universale delle montagne a Oriente dell'Adige? Lo chiederò presto alla persona più qualificata in materia, a Fabio Chiocchetti, il direttore dell'«Istitut cultural ladin Majon di fascegn» della Val di Fassa.

«Noi volevamo dare espressione scritta unitaria a una lingua che era già parlata, l'esperanto invece non era parlato da nessuno», mi spiega Chiocchetti, a Corvara, in Val Badia, alla fine dalla mia pedalata per passi dolomitici. Chiocchetti è un signore dall'eloquio rigidamente forbito, che addolcisce con un vivissimo sorriso ingigantito dai folti baffi neri. «Abbiamo pensato a normalizzare una lingua che non ha avuto le condizioni storiche per unificarsi spontaneamente, così come si è fatto con esiti alterni per molte lingue, grandi e piccole, come l'indonesiano, il basco o il norvegese». O come per il tedesco, con la traduzione della Bibbia di Martin Lutero che unificò le varie parlate germaniche? «Esattamente. Pensi che letteratura è nata da quel lavoro di unificazione!».

Un tempo la Ladinia occupava una vasta area geografica, dall'Adriatico al Lago di Garda, fino al Danubio. Poi, varie pressioni della storia l'hanno progressivamente ristretta fino a formare tre isole linguistiche distinte: una nei Grigioni, con 50 mila parlanti; un'altra nel Friuli (700 mila); e una qui, nelle valli intorno al Sella, con 30 mila persone che si definiscono ladini. In Val Badia si discorre correntemente in badiotto, che è solo una delle cinque varianti del ladino dolomitico, insieme al gardenese, all'ampezzano, al fodom e al fassano. Tutti idiomi diversi, ma tutti sempre ladino. Dunque perché non unificarli? Racconta Chiocchetti: «Negli Anni Ottanta, dai vari dialetti grigionesi, il professor Heinrich Schmid aveva studiato un nuovo idioma di sintesi, la lingua romancia unificata (o Rumantsch Grischun) dando finalmente espressione unitaria alla quarta lingua della Svizzera. La cosa ovviamente non sfuggì qui da noi che ci arrabattavamo con cinque parlate prive addirittura di un'ortografia comune. Nell'88 si diede l'incarico al professore. Realizzò una grande ricognizione sulla realtà linguistica delle vali ladine, e nel 1994 consegnò i suoi criteri generali per una lingua scritta comune. Mancò, però, la convergenza delle istituzioni coinvolte: nelle valli altoatesine, soprattutto dietro pressioni di esponenti legati alla Südtiroler Volkspartei, prevaleva il timore che la ladinità tirolese venisse inquinata da troppi elementi “italiani”. Andammo avanti, a fatica, con l'informatizzazione di tutto il patrimonio lessicale, la redazione di un Dizionario e di una Grammatica di base, il correttore automatico per il computer, e nel suo complesso il progetto è ancora oggi ammirato in tutta Europa. Ricevemmo finanziamenti cospicui, sa!».

Quanti sanno leggere il ladino? «Molti. Direi tutta la popolazione indigena. Si pubblica un settimanale, La Usc di Ladins, scritto nei vari idiomi e anche in ladino standard. Quest'ultimo del resto è facilmente comprensibile per qualsiasi ladino, molto più di certi dialetti locali». Tento di incalzare il mio sorridente interlocutore ricordandogli Umberto Eco e il suo libro «La ricerca della lingua perfetta». Eco sostiene che le lingue di sintesi si «babelizzano» facilmente, cioè si frantumano in un nuovo pulviscolo di dialetti. «Martin Lutero ha tradotto la Bibbia unificando il tedesco. Il basco ha sette dialetti molto diversi tra di loro: dopo dieci anni di studio li hanno unificati facendone la lingua dell'Università, della televisione. Di esempi ce ne sono, mi creda».

Forse le lingue di sintesi funzionano solo se c'è una forte volontà politica, e qui in Dolomiti, in realtà, prevalgono spinte centrifughe? «Vede, se noi riconosciamo libertà di religione e di espressione a ogni uomo, allora anche alle singole comunità va riconosciuto il diritto di percorrere la propria strada in questioni che riguardano la lingua. E' molto bello e nobile l'ideale degli esperantisti: dare espressione linguistica un'idea dell'umanità come un tutto unitario, ma è altrettanto nobile e giustificabile se delle comunità preferiscono usare il loro idioma sviluppandolo a rango di lingua superiore».

Saluto lo studioso, ripromettendomi di andarlo a trovare nel ricchissimo Museo di Vigo di Fassa. E trascrivo sul taccuino il suo augurio in perfetto dolomitano: «Che I podeis pedalé bel saurì sun la roda da piz a cianton fora per les Elpes!» (Che lei possa pedalare con leggerezza da un punto all'altro delle Alpi). Come si dirà alla prossima tappa?

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