L’università non commetta il peccato di anglofilia

L’università non commetta il peccato di anglofilia
GIORGIO LAMBERTENGHI DELILIERS

Studiare medicina in inglese, solo in inglese. È la cosiddetta «anglicizzazione» dell`Università, che sta contaminando anche la facoltà di Medicina dell`Università Statale sulla scia di Bocconi e Politecnico.
È un allarme che è diventato tormentose da quasi dieci anni, da quando a Ravenna l`Accademia
degli Incamminati presentò il «Manifesto agli Italiani per l`italiano», cui aderirono numerosi esponenti della cultura. Non che si tratti di negare la necessità di un`internazionalizzazione degli studi universitari, di
medicina come d`ingegneria, economia o biologia. E ovvio che l`ottima conoscenza della lingua inglese debba far parte obbligatoriamente della preparazione dei nuovi laureati in materie tecnico -scientifiche, e probabilmente anche dei laureati in scienze umanistiche, se vogliono affacciarsi sul mondo. Nel caso del medico, lo richiede l`aggiornamento stesso, basato sulla partecipazione a convegni e a seminari internazionali e sulla necessaria consultazione della più qualificata letteratura scientifica, che ormai è
quasi totalmente in inglese. Anche lo sviluppo di carriera, che augurabilmente porterà i nuovi medici a fare esperienza all`estero, non può prescindere dall`ottima conoscenza dell`inglese. Queste sono le premesse utili e ragionevoli, che non devono però cancellare la domanda di fondo: è davvero indispensabile che i corsi di laurea in medicina e chirurgia vengano svolti in inglese?
È vero che i giovani stessi desiderino la «anglicizzazione» della faIcoltà di Medicina? Non bisogna farsi fuorviare dal consistente numero di domande di ammissione (con test in inglese che servono da griglia di selezione) presentate peri corsi in sola lingua inglese che alcune facoltà di Medicina hanno aperto da qualche anno, affiancandoli ai corsi in italiano. Non dobbiamo dimenticare infatti che presentare domanda per i corsi in inglese può funzionare da «piano B», in una situazione di numero chiuso che non si riesce facilmente a varcare. Ma i corsi di laurea in medicina svolti soltanto in inglese devono, a mio giudizio,
restare «paralleli» al normale insegnamento universitario in italiano, e non devono sopprimerlo. Non si vede la necessità che la facoltà di Medicina dell`Università Statale di Milano adotti anche la lingua inglese, e questo per due motivi. Il primo motivo è che la nostra lingua madre ha un`invidiabile ricchezza di espressione, che è di grande utilità e sarà fondamentale nel rapporto medico-paziente. Il secondo motivo è che la lingua italiana è una salvaguardia per la discussione delle varie problematiche etiche che
attualmente tormentano il campo medico -scientifico, e che sono strettamente vincolate alla nostra cultura greco-latina, cultura di grande apertura mentale, tenuta in onore anche ad Oxford. L`Università deve richiedere una reale conoscenza della lingua inglese, ma non deve commettere il peccato di anglofilia.
Non possiamo certo dimenticare che l`inglese è lingua egemone per ragioni politiche, e saremmo ingenui a non considerarlo un dato di fatto. Tuttavia, come ha scritto Claudio Magris, un intellettuale di apertura europea che nessuno potrebbe tacciare di provincialismo, «la proposta di rendere obbligatorio l`insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni».

Da La Repubblica (ed.Milano),12.04.2013

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