Alcune associazioni si sollevano contro il progetto di legge sull’istruzione superiore, che amplia la possibilità di corsi somministrati in inglese invece che in francese
E se domani, come i bretoni e i baschi, dovessimo militare per salvare l’insegnamento in lingua francese? Angoscia da vecchi brontoloni o timore fondato? Molte voci si sollevano contro il progetto di legge sull’istruzione superiore presentato al Consiglio dei Ministri il 20 marzo, che permetterà facilmente alle scuole e alle facoltà di impartire le lezioni in inglese invece che in francese.
“Se non autorizziamo i corsi in inglese, non attireremo mai gli studenti dei paesi emergenti come la Corea del Sud e l’india. E ci ritroveremo in cinque attorno a un tavolo a parlare di Proust, anche se amo Proust…”. Così, il 20 marzo, si giustificava a Libération la ministra dell’istruzione Geneviève Fioraso. Antoine Compagnon, professore al Collège de France, ha subito ribattuto: “La invito a percorrere i due-trecento metri che separano il suo bunker ministeriale dalle aule magne del Quartier Latin per scoprire il mondo reale”, risponde sul nostro giornale. “In inglese, si parla di friendly fire per descrivere il tipo di azione eseguita dalla ministra. Perché la signora Fioraso ci pugnala alle spalle mentre andiamo in guerra”.
L’eccezione diventerà la regola
Fino ad oggi, la legge Toubon del 1994 poneva come principio che in Francia, in qualunque scuola o università pubblica o privata, ogni tipo di insegnamento dovesse essere somministrato in francese, la lingua della Repubblica. Tranne in due casi eccezionali: per i corsi di lingua e quando l’insegnante è straniero.
Una regola non sempre rispettata, infatti alcuni istituti come Scienze Politiche autorizzano già degli strappi in nome dell’Internazionalizzazione dei loro corsi: “Certo. A parte il fatto che non ci saranno più limiti. Questo progetto di legge rovescia totalmente le cose. Ciò che era nell’ambito dell’eccezione può diventare la regola”, insorge François-Xavier Grison, responsabile delle solidarietà francofone per l’Union populaire républicaine, un movimento che sostiene l’uscita della Francia dall’Unione europea. È stato uno dei primi a lanciare l’allarme il 14 marzo con la petizione Contre la loi Fioraso parce que pour la langue française (http://www.petitions24.net/contre_la_loi_esr_fioraso_parce_que_pour_la_langue_francaise, contro la legge Fioraso perché a favore della lingua francese), firmata quel giorno da 7800 persone. “63 nazionalità sono rappresentate dai firmatari, segno che esistono ancora dei difensori della francofonia a questo mondo”, si rallegra.
L’Académie française si irrita
La polemica ha fatto strada dopo la petizione. Le associazioni di difesa della lingua francese strepitano con i loro piccoli mezzi. Régis Ravat, presidente dell’associazione Francophonie avenir, è desolato nel constatare “l’anglicizzazione del nostro paese, incoraggiata dalla destra come dalla sinistra. La ministra Fioraso dice ‘lingua straniera’ nella sua legge, ma è un’ipocrisia totale. Tutti sanno che intende dire ‘inglese’. In nome, sembra, di un’apertura verso il mondo… Direi al contrario che ci rinchiudiamo. Ci volgiamo verso il solo mondo anglosassone”.
Anche l’Académie française si è irritata per il testo redatto, secondo i suoi membri, in termini troppo vaghi. “Non è opportuno né possibile adottare una simile disposizione di legge, il cui valore simbolico sarebbe ancora più grande se la legge stessa fosse ancora più vaga, e che inaugurerebbe vere e proprie franchigie linguistiche nelle università francesi”, considerano i membri dell’Académie in una dichiarazione comune del 21 marzo (http://www.academie-francaise.fr/actualites/declaration-de-lacademie-francaise-du-21-mars-2013). L’articolo 2 della legge Fioraso autorizza l’insegnamento in lingua straniera nel quadro di “un accordo con un’istituzione straniera” o “di un programma europeo”. L’Académie mette in guardia “sui pericoli di una misura che si presenta come applicazione tecnica, mentre in realtà favorisce la marginalizzazione della nostra lingua”.
Il 37% degli studenti stranieri viene per il francese
Il gabinetto della ministra assicura che non si tratta assolutamente di “rinunciare all’istruzione in francese. Ma è comprensibile che non sarebbe male offrire dei corsi in inglese a dei coreani che vengono a studiare in Francia per iniziare”.
La ministra Geneviève Fioraso ha inviato una lettera agli accademici per spiegare la propria mossa. “Non si tratta di una rinuncia linguistica ma, al contrario, di un motore per lo sviluppo della francofonia”, scrive. Non ha intenzione di modificare il testo di legge, assicurando che questo risponde a una domanda dei presidi delle università e delle scuole. Con un’argomentazione indiscutibile, “migliorare l’attrattiva dell’istruzione superiore francese nei confronti degli studenti francesi”.
Secondo Bernard Cerquiglini, responsabile dell’agenzia universitaria della francofonia, questa argomentazione non sta in piedi. “Concretamente, è una falsità dire che oggi la ricerca viene fatta in inglese. 780 università nel mondo utilizzano il francese per la formazione e la ricerca. Il francese è una delle lingue internazionali del sapere, come l’inglese, il mandarino o l’indi. I fatti sono fatti”.
“D’altronde, niente dimostra che impartire corsi in inglese sia un vantaggio competitivo”, rincara François-Xavier Grison, autore della petizione. Secondo un’indagine condotta nel 2011 da CampusFrance-TNS Sofres (http://ressources.campusfrance.org/publi_institu/etude_prospect/sofres/fr/note_342_fr.pdf), tra i circa 250.000 stranieri che svolgono gli studi in Francia, il 45% dice di venire per la qualità della formazione e il 37% per la conoscenza della lingua francese.
I difensori della lingua francese pongono tutti la stessa domanda: perché lo scivolamento verso l’inglese totale è ineluttabile? In Italia, l’università del Politecnico di Milano somministrerà a breve dei corsi di laurea magistrale solo in inglese. Un’associazione italiana ha inviato questa settimana un comunicato ai media francesi, sperando in una mobilitazione in Francia. “Sappiamo bene che la Francia è un paese che si è sempre battuto per difendere la propria lingua e cultura".
Da: Libération 12/04/2013
L'université française va-t-elle parler anglais ?
Enquête Des associations s'élèvent contre le projet de loi sur l'enseignement supérieur qui étend la possibilité de cours dispensés en anglais plutôt qu'en français.
Par MARIE PIQUEMAL
Et si, demain, à la manière des Bretons et des Basques, on militait pour sauver l’enseignement en langue française ? Angoisse de vieux grincheux ou inquiétude fondée ? Plusieurs voix s’élèvent contre le projet de loi sur l’enseignement supérieur, présenté en conseil des ministres le 20 mars, qui permettra aisément aux facs et écoles de dispenser leurs enseignements en anglais plutôt qu’en français.
«Si nous n’autorisons pas les cours en anglais, nous n’attirerons pas les étudiants de pays émergents comme la Corée du Sud et l’Inde. Et nous nous retrouverons à cinq à discuter de Proust autour d’une table, même si j’aime Proust…», justifiait le 20 mars à Libération la ministre de l’Enseignement supérieur, Geneviève Fioraso. Professeur au collège de France, Antoine Compagnon, a aussitôt bondi : «Je l’invite à franchir les quelque deux ou trois cents mètres qui séparent son bunker ministériel des amphis du Quartier latin pour découvrir le monde réel, lui répond-il dans nos colonnes. En anglais, on parle de friendly fire pour désigner le genre d’action que vient de mener la ministre. Car Mme Fioraso nous tire dans le dos alors que nous montons au front.»
L'exception va devenir la règle
Jusqu’ici, la loi Toubon de 1994 posait comme principe qu’en France, dans n’importe quelle école ou université publique ou privée, tous les enseignements devaient être dispensés en français, la langue de la République. A deux exceptions près : pour les cours de langues et lorsque l’enseignant est un intervenant étranger.
Une règle pas toujours respectée, certains établissements comme Sciences-Po s’autorisant déjà des entorses au nom de l’internationalisation de leur cursus. «Certes. Sauf que là, il n’y aura plus de limite. Ce projet de loi renverse totalement les choses. Ce qui était du domaine de l’exception peut devenir la règle», s’insurge François-Xavier Grison, responsable des solidarités francophones pour l’Union populaire républicaine, un mouvement qui prône la sortie de la France de l'Union européenne. Il a été l’un des premiers à alerter, lançant le 4 mars sa pétition «contre la loi Fioraso parce que pour la langue française», signée par 7 800 personnes à ce jour. «63 nationalités sont représentées parmi les signataires, se réjouit-il, preuve qu’il y a encore des défenseurs de la francophonie sur cette terre…»
L'académie française offusquée
Depuis cette pétition, la polémique fait son chemin. Les associations de défense de la langue française tempêtent avec leurs petits moyens. Régis Ravat, président de l’association Francophonie avenir, se désole de constater «l’anglicisation progressive de notre pays, encouragée par la droite comme la gauche. La ministre Fioraso dit "langue étrangère" dans sa loi mais c’est d’une totale hypocrisie. Tout le monde sait qu’elle veut dire "anglais". Maintenant, même pour un CAP de carrossier, on impose de parler anglais. Au nom, paraît-il, d’une ouverture vers le monde… Je dirais au contraire qu’on s’enferme. On se tourne vers le seul monde anglosaxon.»
Même l’Académie française s’est offusquée de ce texte rédigé, dit-elle, en des termes trop vagues. «Il ne paraît ni opportun, ni même possible d’adopter pareille disposition de loi dont la valeur symbolique serait d’autant plus grande qu’elle serait plus vague et qui inaugurerait de véritables franchises linguistiques dans les universités françaises», jugent les membres de l’Académie dans une déclaration commune datée du 21 mars. L’article 2 de la loi Fioraso autorise l’enseignement en langue étrangère dans le cadre d’«un accord avec une institution étrangère» ou «d’un programme européen». L’Académie alerte «sur les dangers d’une mesure qui se présente comme d’application technique, alors qu’en réalité elle favorise une marginalisation de notre langue».
37% des étudiants étrangers viennent pour le français
Le cabinet de la ministre assure qu’il ne s’agit en aucun cas de «renoncer aux enseignements en français. Mais on peut comprendre que pour des Coréens qui viennent étudier en France, il est pas mal qu’ils puissent avoir quelques cours en anglais pour commencer».
La ministre Geneviève Fioraso vient d’envoyer une lettre aux académiciens pour expliquer sa démarche. «Il ne s'agit pas d'un renoncement linguistique mais au contraire d'un levier pour le développement de la francophonie», écrit-elle. Elle n’envisage pas de retoucher au texte de loi, assurant qu’il répond à une demande des présidents d’université et des écoles. Avec un argument imparable, «améliorer l’attractivité de l’enseignement supérieur français vis-à-vis des étudiants étrangers».
Cet argument ne tient pas la route, selon Bernard Cerquiglini, le recteur de l’agence universitaire de la francophonie. «Il est faux, concrètement, de dire que toute la recherche se fait en anglais aujourd’hui. 780 universités dans le monde utilisent le français pour la formation et la recherche. Le français est une langue internationale de savoir, au même titre que l’anglais, le mandarin ou l’hindi. Les faits sont là.»
«Rien ne prouve d’ailleurs que dispenser des cours en anglais est un avantage compétitif», renchérit François-Xavier Grison, l’auteur de la pétition. Sur les quelque 250 000 étrangers qui font leurs études en France, 45% disent venir pour la qualité de la formation et 37% pour la connaissance de la langue française, selon une étude menée en 2011 par CampusFrance-TNS Sofres.
Les défenseurs de la langue française posent tous la même question : en quoi le glissement vers le tout anglais est-il inéluctable ? En Italie, l’université de Politecnico di Milano dispensera d’ici peu les cours de maîtrise seulement en anglais. Une association italienne a envoyé un communiqué cette semaine aux médias français, espérant une mobilisation en France. «On sait fort bien que la France est un pays qui s’est toujours battu pour défendre sa langue et sa culture.»









