Minoranze, popoli tradizionali, indigeni e Colonialismo

L’ultima battaglia del novantenne Raoni Metuktire per salvare l’Amazzonia

Raonie: il 90enne che ha riunito gli indios, speranza dell’Amazzonia

Candidato al Nobel per la Pace, il capo indigeno continua a viaggiare per chiedere ai potenti supporto nella sua battaglia contro le politiche estrattive di Bolsonaro. E ora spera di incontrare Greta

Ha gli occhi piccoli e poco tempo, il vecchio “cacique”. Il grande piatto labiale, la testa decorata, la forza di chi lotta da una vita: quando ha parlato lui, nel cuore del Mato Grosso, centinaia di altri leader erano in silenzio ad ascoltarlo. Perché più di tutti Raoni Metuktire, il cacique, il capo del popolo Kayapo, sa quanto ha sofferto l’Amazzonia: adesso ha 90 anni e teme di vedersi portare via la sua terra, devastata dalla deforestazione e le miniere, minacciata, sostiene, dai piani di Bolsonaro e dalla crisi climatica che avanza.

Raoni, classe 1930 (si crede), da poco meno di un secolo è il simbolo della lotta per la conservazione dell’Amazzonia. All’inizio di quest’anno, dopo gli incendi che hanno devastato migliaia di ettari della foresta pluviale, dopo gli ennesimi annunci del presidente che vanno verso la chiara direzione di prelevare e scavare ancora in quelle terre, Metuktire, noto anche come capo Raoni, ha deciso che era tempo di realizzare un desiderio a cui pensava da anni. Riunire tutti, perché l’unione che fa la forza possa diventare un messaggio al mondo. Sostenuto da diverse ong, finanziato da diverse campagne e raccolte fondi attivate grazie ai suoi numerosi viaggi per il mondo, a inizio 2020 Raoni insieme alla leader indigena Sonia Guajajara e Angela Mendes, la figlia del sindacalista e ambientalista Chico assassinato nel 1988, ha realizzato a 90 anni una grande impresa.
Nel cuore del Mato Grosso, nel villaggio di Piaracu sulle rive del fiume Xingu, ha radunato tutti i popoli Mebengokrê e gli altri leader indigeni, anche quelli in passato protagonisti di scontri e conflitti. C’è chi ha viaggiato anche cinque giorni per arrivare fin lì, al “grande incontro”, una riunione dove alla fine, al di là di ogni aspettativa, hanno partecipato quasi 600 leader di 47 popoli indigeni diversi, dal Rio Grande do Sul al Pará, tutti uniti per un unico scopo: far sentire la loro voce.

Contrari alla politica di devastazione dell’Amazzonia messa in atto Bolsonaro, i ‘capi’ guidati dall’anziano Metuktire, che già negli anni Ottanta rilanciato da Sting e altre celebrità si batteva per salvare diritti e terre, hanno firmato un manifesto. Un documento di denuncia contro un progetto politico, quello del presidente brasiliano, definito “genocida, etnocida ed ecocida”. Sul modello dei seringueiros di Mendes, quarant’anni dopo il 90enne Raoni è riuscito dunque a riproporre una alleanza dei popoli della foresta, questa volta per battersi nel salvarla sia dalle politiche del governo centrale per estrazione di gas petrolio e costruzione di dighe idroelettriche in terre indigene, sia dalla crisi climatica.

“Le minacce e le parole di odio dell’attuale governo stanno alimentando la violenza contro i popoli indigeni, gli assassinii dei nostri leader e l’invasione delle nostre terre” si legge nel Manifesto do Piaraçu scritto come risposta alle affermazioni di Bolsonaro, che aveva detto che la visione di Raoni non rappresentava tutte quelle degli indios brasiliani.

Così, per replicare, centinaia di leader indios hanno scritto nel documento, tutti uniti, che “Cacique Raoni è, sì, il nostro leader. Egli ci rappresenta”. Una dichiarazione unitaria per dire basta, come indica Raoni, alla devastazione da ‘agribusiness’, deforestazione, pesca illegale, centrali idroelettriche, estrazione e divisione.

La divisione è anche quella, legata all’invasione delle terre indigene, che sta portando i giovani indios a sposare sempre di più la cultura brasiliana centrale perdendo così le radici, oppure quella che ha portato tantissimi indios verso la “meccanizzazione” nei sistemi di coltivazione, contribuendo a sconvolgere i territori.

Ecco perché Raoni non intende mollare. “Andrò avanti finché il mio corpo resisterà. Se l’uomo bianco insisterà ad abbattere la foresta, a costruire dighe e a distruggere tutto, io resterò qui a lottare” ha raccontato. Dopo l’incontro è partito per Londra, a caccia di appoggio e sostegno per la sua Amazzonia. Ha consegnato una lettera a Boris Johnson, chiedendogli di schierarsi al suo fianco, impegnandosi perché “non arrivino oro, altri minerali o prodotti agricoli dalle nostre terre a il Regno Unito”.
Se a 90 anni il “vecchio saggio” è ancora in viaggio è anche perché fra i suoi ultimi desideri c’è un altro incontro. Quello, a beneficio di telecamere perché possa avere la forza di un messaggio globale, di incontrare Greta Thunberg. L’anziano leader delle tribù e l’adolescente leader delle generazioni verdi, nonostante la differenza di età, hanno infatti molto in comune: entrambi saranno probabilmente candidati come Nobel per la Pace nel 2020, entrambi si battono contro lo sfruttamento del Pianeta, entrambi hanno smesso di voler discutere contro l'”arroganza dei potenti” quali Trump e Bolsonaro e soprattutto, per entrambi, c’è pochissimo tempo per cambiare le cose.

Forse, molto presto, spera il cacique Raoni, potranno stringersi la mano per poi tendere il palmo a tutte le persone della Terra, “c’è bisogno di tutti per salvare la nostra Amazzonia”, ricorda spesso.

Giacomo Talignani | repubblica.it | 2.3.2020

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