Europa e oltrePartito dell'Italiano

Luigi Gasparotto: IL TRATTATO IMPOSTO.

Il Ministro Gasparotto tiene un discorso in occasione della commemorazione dell'eccidio alle Fosse Ardeatine. 21.03.1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE
Seduta pomeridiana di giovedì 24 luglio 1947
Presidenza del Presidente TERRACINI

Luigi GASPAROTTO  [Partito Democratico del Lavoro. Sacile, 1873 – Roccolo di Cantello, 1954. Ministro della Difesa del III governo De Gasperi dal 4 febbraio al 31 maggio 1947].

Onorevoli colleghi, tutti portiamo nel cuore la pena, anzi l’angoscia, di questa discussione. Il Presidente del Consiglio, con parola sincera. com’è suo costume, ha dichiarato che l’urgenza della ratifica è questione di opportunità. Oggi, il Ministro degli esteri, parlando, con tono quasi apocalittico, ci ha messo, invece, di fronte ad un ineluttabile stato di necessità. Anzi, ad un certo momento, abbiamo avuto l’impressione che l’onorevole Ministro degli esteri volesse, se non giustificare il Trattato, attenuarne la gravità della portata.
Ma, onorevole Sforza, perché dissimularlo? Questo Trattato – bisogna riconoscerlo – coi suoi novanta articoli glaciali, è una atroce sentenza di condanna, resa «inaudita altera parte», contro il popolo italiano; è un verdetto inesorabile che richiama, a distanza di secoli, il vae victis di gallica memoria.
Legato alla responsabilità ministeriale al tempo della prima firma del Trattato che ora porta la data di Parigi del 19 febbraio scorso, avverto la delicata posizione in cui si trova la mia persona; perciò mi propongo-di parlare col maggior senso di misura, di responsabilità, di moderazione.
Tutti, o per lo meno quasi tutti, comprendiamo che oggi o domani dovremo eseguirli questo Trattato. Dovremo ratificarlo ed eseguirlo, chi per convinzione, i più per disperazione ! Ci sarà assieme a lei un altro uomo, in quest’Aula, onorevole Croce, che non potrà firmare la ratifica e convalidare l’ingiusto Trattato col suo voto: l’onorevole Orlando: l’uomo che il 18 ottobre del 1918, quando vi erano esitanze nei comandi militari circa l’opportunità_ e la possibilità di riprendere l’offensiva o trasferirla alla successiva primavera; il 18 ottobre, con un telegramma che non ancora è passato alla storia, imponeva al Comando Supremo italiano di passare il Piave e tre giorni dopo si recava sul posto, di Villa Giusti, a confermare Pandace Comando, P il 27 ottobre ci portava alla vittoria della Sernaia, sulla strada già aperta di Vittorio Veneto.
Ora, io comprendo che l’uomo che porta il peso di tanta gloria non possa, non debba firmare questo Trattato che distrugge tutta l’opera sua e dei nostri soldati. Ma noi non siamo prigionieri di nessuna gloria, e dobbiamo al sentimento far prevalere la ragione. Noi siamo grati alle democrazie europee ed americane che hanno salvato il mondo dal pericolo tedesco, già denunziato da un italiano oltre cento anni fa: Carlo Cattaneo. Siamo grati all’America per avere offerto all’Europa un piano seducente che ci fa sperare che i sensi di solidarietà umana che sembravano smarriti possano rivivere in noi; siamo grati alla Francia e all’Inghilterra per il trattamento fatto a Parigi ai nostri rappresentanti; e ci felicitiamo con l’onorevole-Presidente del Consiglio e ci felicitiamo con l’onorevole Ministro degli esteri per successi recentemente ottenuti.
Ma ciò non toglie, per quanto grande sia la nostra simpatia, per quanto sia profonda la mia personale ammirazione per le potenze vittoriose della guerra, che in questa occasione non ci si debba peritare dal dire una libera e franca parola.
Meritava dunque, l’Italia tanto duro trattamento? Ci si imputa, di aver dichiarato guerra; ci si imputa di avere per troppo tempo per venti anni – tollerato- il fascismo che ha condotto il Paese alla guerra; e questa è la nostra vergogna, questa è la nostra sventura; ma ci sono delle complicità europee, e non soltanto europee, alla nostra sventura. (Approvazioni). Quando il popolo italiano era incatenato ad un regime di forza, vi furono liberi Paesi che mandarono in Italia ambascerie generose di elogi al «duce» predestinato alla nostra fortuna e invece scelto dal destino alla nostra suprema rovina. (Approvazioni).
E subito dopo l’8 settembre, non richiesti, per primi noi abbiamo offerto alle Potenze Unite l’aiuto italiano colle forze ancora intatte dell’esercito che presidiavano la Sardegna. E l’offerta fu respinta. E subito dopo abbiamo dato – accettata l’offerta, questa volta – il Raggruppamento motorizzato che si è sacrificato a Cassino. Successivamente entrò in campo il Corpo di Liberazione, e in un terzo tempo abbiamo creato un piccolo esercito – piccolo, perché non ci fu consentito di farlo maggiore – un esercito di 300.000 uomini che ha accompagnato gli alleati dal Garigliano fin oltre la linea del Po, mentre i partigiani uscivano da ogni macchia e da ogni casa. E quando ci fu chiesto il concorso della nostra Marina, tutta essa si è data agli alleati, dal primo fino all’ultimo giorno. E ci fu un Ministro italiano che, sempre su richiesta degli alleati, si è portato a visitare tutti i campi di aviazione nelle Puglie, per gridare agli aviatori italiani che, per la causa che gli alleati dicevano «la causa comune», era necessario bombardare anche le città italiane dell’Istria, anche le opere militari di Pola, della nostra Pola. E con la morte nel cuore gli aviatori italiani hanno obbedito a questo invito crudele. Perché queste cose sono state dimenticate? Permettetemi di ricordarle a voi, onorevoli colleghi, dolente di non avere tanta autorità per far sì che queste cose uscissero da qui e fossero sentite da tutti, fuori d’Italia.
Dunque, venendo più da presso al tema: le soluzioni che ci si presentano sono tre: rifiuto alla ratifica; accettazione della ratifica subordinata al verificarsi delle condizioni portate dall’articolo 90 del Trattato; sospensiva su ogni deliberazione.
Onorevole Orlando: rifiuto alla ratifica! Atto generoso senza dubbio, atto che potrebbe. forse segnare nella storia un ammonimento, non per noi, ma per tutti i popoli — come ha detto Benedetto Croce — ma purtroppo gesto sterile, purtroppo gesto dannoso.
Secondo punto: ratifica deliberata dalla Assemblea, in questa sede di discussione, ma subordinata al verificarsi delle condizioni di cui all’articolo 90. É già questo un felice accorgimento del Presidente del, Consiglio; è un passo avanti sulla via della conciliazione fra le opposte opinioni. E poiché la politica italiana minaccia di essere dominata dai capi-partito, anziché essere fatta dall’Assemblea, mi auguro che i capi-partito trovino il modo, questa volta, di accordarsi col Governo per una soluzione che possa raccogliere la grande maggioranza dell’Assemblea, perché il Paese aspetta da essa una prova di saggezza, ma, al tempo stesso, una prova, se non di fierezza, almeno di dignità.
La sospensiva proposta ieri dall’onorevole Orlando mirava ad un fine: fortificare di fronte alla pubblica opinione del mondo la nostra protesta, e non pregiudicare, attraverso un’anticipazione di volontà, che potrebbe essere domani qualificata atto di spontanea acquiescenza al Trattato, la revisione. Questo è il sentimento dei più, perché la revisione, che sarà la nostra salvezza, in  fondo, è già in atto. Le Repubbliche americane infatti hanno già alzato, a nord e a sud, la voce a nostro favore, e sarebbe imprudente pregiudicare la situazione con un atto di affrettata e volontaria ratifica. Questo, in fondo, è stato il pensiero di coloro che — me compreso — si son trovati concordi nella domanda sospensiva dell’onorevole Orlando, che suona, ripeto, protesta contro il Trattato e demanda di revisione.
E perché revisione? E, prima della revisione, perché la protesta? Perché la rivolta contro questo Trattato che anche il cauto relatore della maggioranza qualifica pressoché iniquo? Perché noi abbiamo diritto di domandare in questo momento, profittando di questa discussione, senza perdere neanche un minuto, agli alleati: Cosa intendete di fare delle nostre colonie? Come intendete che restino in avvenire fissati i nostri confini d’oriente e d’occidente che aprono le porte d’Italia allo straniero? Cosa intendete di fare delle navi che dovremmo consegnare a voi, dopo che esse hanno combattuto per voi dall’8 settembre 1943? Cosa intendete di fare, soprattutto, della frontiera orientale? Cosa intendete fare di Gorizia, che secondo voci recenti è minacciata di essere divisa per metà nel suo stesso abitato? Insomma, volete mantenere al Trattato lo spirito e la forma di una condanna a tutto il popolo italiano?
Non vi sono segni — per fortuna — che ci persuadono che ciò non sta per avvenire; che ciò non avverrà.
Già, il Partito comunista francese l’anno scorso, per bocca del suo segretario generale, ha dichiarato che il Parti to non si sentiva di chiamare il popolo italiano responsabile della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940; e il Ministro Bidault, il 18 giugno di questo stesso anno ha detto: il -popolo non va con- fuso con gli uomini. Sante parole! La democrazia francese, del resto, non pub ignorare che tutte le volte che il popolo italiano fu libero, esso fu solidale con essa per impedire conflitti fratricidi. Basti il ricordo della guerra di tariffe, imperante Crispi, nel 1887-88, che minacciava di portare l’Italia e la Francia alla guerra più ingiusta. Ebbene, la democrazia italiana, interprete del popolo italiano, si è eretta in quel momento contro il Governo del suo Paese e contro Crispi, che pure proveniva dai suoi ranghi, per mettersi al fianco della democrazia, francese e scongiurare, la guerra. E con questo fu salvo l’avvenire della civiltà latina!
E la democrazia francese anche non pub ignorare che proprio per dar modo alla Francia di sguarnire la frontiera delle Alpi e portare le sue truppe sul Reno, il giorno dopo la dichiarazione di guerra della Germania (1 agosto), il due agosto l’Italia, che era legata da un patto di 32 anni agli imperi centrali, insorgendo contro il patto e proclamando la sua neutralità le consenti di portare le sue truppe sulla Marna.
Dunque? Noi non verremo meno alla gratitudine verso gli alleati d’America ed Europa per il grande servigio reso alla civiltà, ma ciò non toglie che verso di essi abbiamo diritto di dire una libera e decisa parola. Che cosa dunque, intendete fare delle nostre vecchie colonie? Noi vi abbiamo profuso tesoli di lavoro, di sudore, di lacrime, di sangue, di denaro; abbiamo trasformato villaggi in città (Massaua, Asmara, Cheren, Adua, Adi-Ugri, Agordat); abbiamo bonificato deserti, abbiamo irrigato terre incolte, abbiamo nella sola Eritrea aperto 3300 chilometri di strade camionabili, abbiamo gettato ponti su torrenti e sbarrato acque con dighe, e soprattutto abbiamo portato la luce nel cuore semplice degli indigeni, che ancor oggi ci ricordano e ci amano.
Sì, ci amano; tanto è vero che se le loro rivendicazioni culminano in via principale nella domanda di autonomia, in via subordinata essi chiedono il protettorato italiano. Senza di noi, infatti, cosa è avvenuto nelle vecchie colonie? Disoccupazione preoccupante; industrie languenti, autarchia distrutta. L’Italia, dunque, ha portato in quel paese tesori di civiltà che non possono andare dimenticati e soprattutto non devono essere distrutti. Ora, perché si vuole interrompere l’opera nostra? Quando l’estrema sinistra, in tempi lontani, si batteva contro Crispi e contro le imprese africane, tuttavia per bocca di Giovanni Bovio diceva: Qualunque sia la sorte di queste vicende, siamo certi che il popolo italiano porterà su quelle sabbie lontane una parola di civiltà. E l’Italia l’ha portata; tanto è vero, ripeto, che gli indigeni ci vogliono ancora bene, malgrado le turpitudini compiute dal regime fascista e i massacri del maresciallo Graziani. Ma vi è di più. La perdita delle nostre colonie ci condanna à concentrare la nostra economia nel territorio nazionale e a mandare in altri Paesi, che non sono e non saranno mai nostri, i nostri lavoratori, destinati, forse a non ritornare mai più.
Una parola sulla frontiera d’occidente. Con la Francia, ho già detto, non abbiamo che ragioni di affetto. Penso che un’intesa fra noi non dovrebbe essere difficile. Le parole che in occasione della Fiera campionaria ha  pronunciato a Milano un ministro francese, per la prima volta e ben prima della ratifica, venuto in Italia a rappresentare ufficialmente il suo Governo, ci danno affidamento che le nuove promesse saranno mantenute. Tuttavia, qui, in sede di ratifica di un trattato così duro, non possiamo dimenticare che i passi delle Alpi sono aperti ai francesi. Varranno i plebisciti a modificare la situazione?
Più difficile, anzi angosciosa, è la situazione nostra rispetto ai confini orientali. Con il trattato di Versaglia il confine tra l’Italia e la Jugoslavia era di 240 chilometri, costituito da una zona alta a taglio di coltello, e alle spalle di Trieste spaziavano 50 chilometri d’aria. Oggi si ri torna, onorevoli colleghi, al confine del 1866. Fin. quasi alle foci del Timavo, dalla conca di Tarvisio, lungo quella di Plezzo e di Caporetto, l’Italia abbandona i suoi territori alla Jugoslavia. Tutte le montagne irrorate di sangue italiano — Merzli, , Monte Nero, Sabotino, San Marco, San Gabriele — restano in mano altrui. A noi rimangono, a modesto conforto e perpetuo ricordo, il Cimitero degli Eroi della III Armata a Redipuglia, e Possa  io di Oslavia colmo d’ossa italiane. La città di Gorizia ha il confine fra le mura del suo Cimitero; eppure anche- essa ci è contesa, e il Trattato che non porta ancora la firma della grande Potenza che avalla le richieste jugoslave, non si sa quale sorte le riserbi.
Ma Gorizia, signori, fa parte’ del Friuli; la vecchia Contea ha sempre fatto parte del territorio del Friuli, del quale parla il dialetto che la poesia di Zorutti ha elevato a lingua letteraria. Gorizia nel 1914, prima della grande guerra, il 25 marzo del 1914, quando l’Austria era un possente impero militare temuto per la implacabile severità, della sua Polizia, Gorizia mandava fin da allora al Consiglio Comunale la maggioranza italiana, e quando le si domandavano giuramenti di fedeltà all’Imperatore, Gorizia li negava, come sempre li ha negati Trieste resistendo ad ogni minaccia. Questo dovrebbero ricordare i nostri avversari. No, preferisco chiamarli i nostri vicini. Non parlo per spirito nazionalista.
Si dice, anzi, che io abbia sangue slavo nelle vene. Ci fu uno scienziato italiano che sedeva nell’antico Parlamento che dal colore degli occhi e dall’etimologia del mio nome mi giudicava «più slavo che italiano». Può darsi. Non me ne offendo. Non ci sono razze pure in Italia. Il Friuli, ha avuto, a suo “tempo, una notevole immissione di sangue slavo; ma il Friuli è fra le italiane, la più italianissima Provincia, o Regione che sia. E quegli stessi che sono chiamati slavi del Natisone e di Resia che il Trattato di pace del 1866 ha incorporato all’Italia, sono diventati e sono italiani, quanto, i romani di Piazza Montecitorio.
A questo riguardo, l’onorevole Tessitori, recentemente, ha ricordato l’episodio del battaglione Natisone. Io ne ricorderò un altro ancora più significativo: nelle giornate di Caporetto quando il battaglione Val Fella, composto in gran parte di ex slavi, è sfilato per il suo Paese, San Leonardo, nessuno ha pensato di disertare; nessuno si è fermato davanti alla propria casa, e dalle case invece vennero fuori le donne ed i fanciulli per accompagnare i padri e i mariti fino  al Tagliamento, aiutandoli a portare gli zaini, per poi ritornare al paese e alle case per riaccendere il focolare e mantenere calda la fede e la causa degli italiani. Del resto. quando nel 1920, Ministro della guerra, mi sono portato a Trieste per l’applicazione della prima leva militare, il rappresentante slavo, l’onorevole Wilfan; mi ha dichiarato lealmente chi, gli slavi intendevano «di sottoporsi ai comuni doveri, senza invocare privilegi». Mettere in dubbio, comunque, la italianità di Gorizia e della Venezia Giulia è fuori luogo; lo hanno riconosciuto tutte le potenze europee nel Patto di Londra, e lo ha riconosciuto, prima delle potenze dell’Intesa, prima della Francia e della Inghilterra, la stessa Russia, che il 23 ottobre 1914, ben prima che l’Italia entrasse in guerra, ha, dato la libertà a tutti i prigionieri della Venezia Giulia, riconoscendo che essi facevano parte non dell’Austria, ma dell’Italia, anticipando di quattro anni gli avvenimenti di Vittorio Veneto e di cinque anni il trattato di pace.
Io sono antico ammiratore del maresciallo Tito, e gli ho espresso la mia ammirazione in più occasioni. Sono un ammiratore di questo uomo che ama disperatamente il suo Paese e ha trasformato bande partigiane in formazioni quasi regolari che hanno fronteggiato per lunghi anni la potenza germanica. Ma il maresciallo Tito deve ricordare che le sue bande ebbero il soccorso di buona parte delle divisioni italiane che l’armistizio ha sorpreso in Oriente. E il maresciallo Tito deve ricordare ancora che, se conseguì la brillante vittoria di Serajevo, quando vi entrarono i suoi soldati trovarono la città sgomberata dai tedeschi, perché gli aviatori italiani ne l’avevano già ripulita! Dunque, al maresciallo Tito domandiamo una ben maggiore comprensione della situazione giuliana. E gli domandiamo anche cosa abbia fatto degli italiani deportati nel suo Paese, contro ogni legge umana e civile.
La questione della Venezia Giulia, signori, pub essere fatale all’Europa, perché l’Isonzo può diventare quello che era il Reno per la Francia e la Germania: il fiume della discordia. Sull’Isonzo si incontrano due civiltà: la civiltà latina e la civiltà slava. Io mi auguro che si incontrino e non che si scontrino. Questo è il pensiero di tutti. Ma per arrivare a fissare questo pensiero — pensiero o sogno nella concreta realtà della vita internazionale, bisogna che non ci siano nazionalismi né da una parte né dall’altra dell’Isonzo. Perciò, noi che siamo un popolo estremamente sensibile, non possiamo che registrare con sdegno e amarezza che lungo la strada che porta a Trieste, presso le foci del Timavo, sia stata abbattuta l’erma che ricordava gli eroi della terza Armata, abbattuta da coloro che dovrebbero ricordare che gli eroi della terza Armata sono morti non solo per la nostra, ma anche per la loro libertà.
Torni dunque Trieste all’Italia in breve tempo, o vi ritorni in un tempo più o meno lungo, oggi noi non possiamo che deplorare la costituzione di uno Stato libero senza sovranità, uno Stato libero ma non sovrano, che non può nominare il proprio Governatore e nemmeno il capo della sua polizia; uno Stato senza territorio, senza retroterra, che deve vivere quasi di mendicità e ricevere tutti i rifornimenti dai popoli vicini. Che avvenire può avere una simile larva di Stato?
È stato detto in America, da Bridges, che la questione di Trieste può diventare «il focolaio pericoloso nel centro meridionale di Europa», e fu detto anche in Senato, dal senatore Wherry, che il Trattato pone l’Italia dietro un sipario d’acciaio.
Noi intendiamo denunciare alla pubblica opinione del mondo — se la nostra voce avesse tanta forza da arrivare lontano — che la soluzione di Trieste, com’è disciplinata nel Trattato, non pub essere che una soluzione provvisoria.
È vero che ci sono stati sempre antichi appetiti su Trieste, anche da parte germanica; è vero che nel 1919, quando Orlando perorava la causa italiana a Parigi, il Ministro Korosec, a Lubiana, diceva con linguaggio poetico che « la nostra solatia Gorizia e la nostra soave Trieste non possono che essère slave ». È vero che egli diceva questo, ma il Capo della polizia di Trieste, il Lanech, anche diceva che scavando cento metri sotto terra, a Trieste, si finiva sempre per trovare l’irridentismo…
Per nostra fortuna il Trattato lascia immutato il confine settentrionale. Giusto ed ottimo confine di 290 chilometri costituito da enormi massicci alpini, dei quali 140 coperti di ghiacciai. Per 152 volte l’Italia ha subito l’invasione straniera; per 62 volte l’invasione venne dalla via del Brennero; le altre volte venne quasi sempre da Oriente, tanto è vero che il Friuli chiamava la conci di Adesberg la «strada dei barbari».
Con gli allogeni dell’Alto Adige andremo d’accordo. Siamo già andati d’accordo con loro fino al giorno dell’avvento del fascismo.
Un Ministro dell’interno dell’impero Austriaco, Toggemberg, diventato deputato italiano, in un incontro nel 1921 col nostro Ministro della guerra, a me non ignoto, diceva: «L’italiano è un popolo che irradia dietro a sé fervide simpatie. Voi potrete conquistare l’anima degli allogeni alla condizione che sappiate governare «con autorità e con giustizia».
Venne il fascismo, che volle governare con autorità e senza giustizia, da qui persecuzioni disinganni e conflitti.
Un breve accenno ora alle clausole militari, che non possono non preoccupare l’animo nostro.
L’esercito italiano il 25 luglio 1943 teneva in armi 4 milioni e 150 mila uomini (Siamo ben lontani dai dieci milioni di baionette promesse da Mussolini a Hitler). Oggi il Trattato di pace ci autorizza a mantenere in armi -185 mila uomini più 65 mila carabinieri; in totale 250 mila uomini.
Per dovere di sincerità, dobbiamo riconoscere che il sacrificio, per quanto riguarda l’esercito, è sopportabile.
Infatti, l’esercito fascista, secondo le statistiche del 1930, era costituito di 15 mila ufficiali, 13 mila sottufficiali, 220 mila uomini di truppa, 50 mila carabinieri: un totale di 298 mila unità.
Non siamo molto lontani da questa cifra.
L’esercito — checchè ne dica qualche generale deluso — non è in sfacelo. Esso non fu mai tanto saldo come ora. L’esercito italiano in questo momento gode le simpatie del Paese, come lo dimostra il fatto che tutte le volte che i suoi soldati sfilano per le vie delle città, riscuotono gli applausi delle folle popolari.
L’aver conciliato il soldato col popolo italiano è stata una conquista che intendiamo mantenere. Esso esce dalla guerra con l’onore intatto. Formazioni regolari e partigiane gareggiarono in eroismi.
L’Aeronautica al 25 luglio 1943 disponeva di 1337 apparecchi, dei quali 272 da bombardamento, 582 da caccia: di 195 mila uomini al servizio degli apparecchi.
Dopo 1’8 settembre essa ha compiuto 4155 azioni di guerra con 24199 ore di volo; ha compiuto 33 mila voli per trasporti e collegamenti a profitto degli alleati.
Oggi l’Aviazione è ridotta: a 200 apparecchi da caccia, a 150 da trasporto; a 25 mila uomini. Non si meritava simile trattamento, dopo le prove date.
Ma il colpo formidabile lo riceve, purtroppo, la Marina italiana; e il Paese lo sente e lo registra- con profonda amarezza.
In contrasto con l’accordo intervenuto a Taranto il 23 settembre 1943 fra Cunningham e De Courten, accordo da noi lealmente rispettato e generosamente praticato, contro tutte le aspettative, un secondo accordo segreto fra gli Alleati intervenuto a Teheran nel dicembre del 1943, stabiliva la spartizione fra essi della flotta italiana.
Perciò, il Capo di Stato Maggiore della Marina italiana in un rapporto meditato e severo, che dà a pensare profondamente per l’autorità del nome e dell’ufficio, poteva scrivere che, mentre si chiedeva alla Marina di collaborare con tutte le sue unità alla causa comune, «una decisa volontà di spoliazione dominava gli Alleati». Parole tanto forti che sono esitante a sottoscrivere.
Comunque, delle azioni di guerra compiute «per la causa comune» dopo 1’8 settembre, la Marina italiana ha perduto 71 unità da combattimento, per un totale di 135 mila tonnellate: un terzo e più del suo tonnellaggio totale; sempre per la causa alleata ha spiegato una imponente attività, trasportando 543.000 uomini e 448.000 tonnellate di materiale da guerra, compiendo 47.000 missioni da guerra, con un percorso complessivo di 5.150.000 miglia; offrendo agli alleati tutte le nostre basi navali contro la Germania, tra cui il cantiere navale di Taranto di cui gli alleati disposero ampiamente per le loro operazioni. La Marina, in base al Trattato di pace, non può più conservare che due vecchie corazzate, quattro incrociatori, quattro cacciatorpediniere, venti corvette e un certo numero di unità minori. A guerra finita, malgrado le falcidie e gli affondamenti subiti negli scontri con il nemico, la Marina italiana era rimasta con 266.000 tonnellate e con 39.000 uomini. Il Trattato di pace ci lascia soltanto 68.500 tonnellate e 25.000 uomini.
Oggi tutta la nostra costiera adriatica, già povera di porti, è lasciata alla prevalenza assoluta dei nostri vicini; con la smilitarizzazione delle Puglie, della Sardegna, della Sicilia, con il divieto di costruzione di armi moderne e con divieto del diritto di studio e con il divieto — state bene attenti — di costruzione dei sommergibili, l’arma dei paesi poveri, con il divieto di uso delle motosiluranti che rende impossibile l’addestramento dei mezzi antisommergibili, il Trattato ci mette in condizioni umilianti. Insomma, si vuol togliere all’Italia il diritto di autodifesa, riconosciuto a tutti i popoli dalla Carta di San Francisco.
E se ciò non bastasse, ci si impone l’affondamento di 31 sommergibili, e tutte le navi esuberanti a quelle 153 unità che ci sono riconosciute, tolte quelle destinate in un secondo tempo all’autoaffondamento o alla demolizione, debbono essere consegnate agli alleati.
Apro una parentesi: non può non preoccuparci il fatto che nella Marina italiana è corsa voce più volte che vi è chi intende ribellarsi a questa dura imposizione. Io, Ministro del tempo, ho creduto di intervenire ed ho richiamato quei giovani ardenti, che intendevano di sacrificarsi con un atto di fierezza alla clausola ingiuriosa, facendo loro intendere che il Governo italiano soltanto ha facoltà di scegliere il modo onde provvedere alla dignità della Marina italiana.
Il Capo di Stato Maggiore domanda su questo delicato argomento la solidarietà dell’Assemblea. L’Assemblea è certamente concorde nell’esonerare la Marina italiana da qualunque responsabilità di quello che possa accadere. Alla dignità di essa penserà il Governo italiano. L’Assemblea difende fin d’ora i nostri valorosi marinai, che si sono tanto sacrificati nella lunga guerra, dall’accusa o dal sospetto di debolezza. (Bene).
Essi hanno sempre fatto salvo l’onore delle loro navi e la maestà della tradizione militare, e hanno diritto alla riconoscenza del Paese.
Rinuncio a parlare di altre clausole che offendono il diritto e la stessa dignità umana, come l’amnistia ai soldati traditori e la consegna allo straniero dei criminali di guerra.
Dunque, signori del Governo, in un momento o in un altro, domani o dopo domani, tra qualche giorno e tra qualche mese, a seconda delle circostanze e dell’andamento delle cose, purtroppo, noi finiremo con l’approvare, o meglio coll’eseguire, questo Trattato, coll’eseguire questo Trattato che ci lacera l’animo. Lo eseguiremo per non aggravare ancor più le condizioni del Paese e per non assumere la terribile responsabilità di ritardare la ricostruzione economica, e soprattutto spirituale, dell’Europa. Ma dovremo pur sempre ricordarci ed assumere l’impegno d’onore di pensare, oggi, domani e sempre, all’avvenire dei nostri fratelli giuliani che, contro ogni interesse materiale, intendono restare fedeli al genio del loro Paese.
Spettacolo commovente! Se un giorno il poeta italiano del Risorgimento, Giovanni Berchet, in un canto accorato, ha esaltato i profughi di Parga, sfuggenti al dominio del turco, che cosa dovrebbe dire il poeta moderno dei profughi di Pola, che hanno abbandonato altari e sepolcri, e spento i focolari, e fatta della propria terra deserto, per rifugiarsi in grembo alla vecchia Italia, per pensare e parlare e vivere italianamente?
Se vi sono ancora in Italia uomini, donne, bambini, così fedeli alla loro Patria, da amarla di così puro e santo amore, vivaddio, l’opinione pubblica del mondo deve convincersi che questa vecchia Italia è un Paese che non può morire. E non morirà. Prima di tutto per la salvezza dei propri figli; poi per l’avvenire e la gloria di tutti i popoli liberi. (Applausi a sinistra).

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