L’Ue forte, antidoto al terrore

Paolo Gambi, Rinascimento poetico

MIKHAIL GORBACIOV SUL RUOLO INTERNAZIONALE DEL VECCHIO CONTINENTE

L’Ue forte, antidoto al terrore


Ci sono stati, nello scorso giugno, due eventi solo apparentemente lontani tra loro: l'ingresso in Europa di dieci nuovi membri e l'accordo sul progetto
di una nuova Costituzione europea (e diciò hanno parlato tutti) e l'intesa per la creazione di un unico spazio eurasiatico di cooperazione economica tra Russia, Kazakhstan, Ucraina e Bielorussia (e di questo pochi hanno scritto). Invece, a mio avviso, entrambi i fatti rappresentano una tappa cruciale nel processo di costruzione di una «casa comune europea». L'Europa diviene così, a pieno titolo, un grande protagonista mondiale. E cresce immensamente la sua responsabilità collettiva per la costruzione di una propria autonoma posizione e strategia politica. Ma di fronte a una tale formazione di destini, culture, popoli diversi, unica nel suo genere nella storia delle civiltà umane, si ergono questioni qualitativamente nuove. Cosa intende dire al mondo? E come intende farsi ascoltare dal consesso delle nazioni?In primo luogo io credo che l'Europa possa vantare una grande, unica esperienza politica. Esperienza tanto gloriosa quanto dolorosa. Ci sarà bisogno di entrambe le cose nel mondo a venire. In secondo luogo c'è la ricchezza delle sue diversità, che ne fa un laboratorio mondiale per la creazione di un vaccino potente contro il virus dello «scontro di civiltà». In terzo luogo essa può offrire l'esempio prezioso del proprio processo di unificazione. E la sua forza, che è stata capace di soverchiare la cortina di ferro e il muro di Berlino.Io credo tuttavia che occorra alzare lo sguardo. Ciò che sta avvenendo è più importante dell'allargamento dell'Unione Europea. Non solo perché viene dall'Est un impulso potente di aspirazioni democratiche e riformatrici che non dev'essere deluso, ma soprattutto perché un tale processo non potrà essere considerato concluso fino a che non poggerà definitivamente su due gambe, Est e Ovest.Come ciò possa essere ottenuto è materia di discussione, che durerà non poco, ma non potrà avvenire comunque senza costruire una qualche formula di legame, di unione, tra la Russia e altri paesi dell'ex Unione Sovietica, da un lato, e l'attuale configurazione europea dall'altro. Senza questo legame l'Europa si troverà deprivata di immense risorse economiche, strategiche, intellettuali, e di sensibilità diverse, orientali, dalle quali poter ricavare una dimensione veramente mondiale. Così io interpreto l'idea fondamentale di Giovanni Paolo II: «L'Europa deve respirare con due polmoni». Cioè come un Occidente integrato e un Oriente ricostruito sulla base di riforme democratiche.Fu da queste prospettive che nacque la Carta della Nuova Europa, scritta a Parigi nell'autunno 1990. E' ben vero che dopo il 1991 la storia ha camminato in direzione diversa, spesso tragicamente negativa. Ma le aspirazioni di allora non sono state superate, perché erano reali e profonde. E ora ritornano in primo piano. La logica dell'integrazione sta riprendendo il predominio sulle energie negative della frantumazione. E ciò avviene su ambo i lati di quella che un tempo rappresentò la linea di demarcazione tra due campi ostili e che ora è divenuto un unico «campo di forza europeo». La Slovenia, primo paese emerso dalla frantumazione jugoslava, è entrata nell'Unione. Le Repubbliche baltiche, un tempo spezzoni dell'Urss e ora Paesi sovrani, hanno fatto altrettanto. E le quattro grandi repubbliche ex sovietiche tornano a integrarsi tra loro.La seconda grande questione è questa: saranno sufficienti le tradizioni umanistiche e democratiche dell'Europa per fare fronte ai venti di violenza incontrollata che soffiano senza posa? Quando la comunità mondiale è costretta a sottostare alla pressione dell'illegalità? Gli eventi di questi ultimi mesi dicono che coloro che hanno irriso alla «vecchia Europa», considerata antiquata; coloro che hanno ripetuto l'errore di Stalin, che chiedeva sarcasticamente a Churchill quante fossero le divisioni del papa, stanno finendo vittime della loro illusione. L'Europa non ha armate, ma non sono le armate quelle che servono per affrontare i problemi del mondo contemporaneo. I missili non possono produrre acqua e aria pulita. E, per quanto concerne il terrorismo, l'Europa l'ha conosciuto da sempre. La Russia ricorda ancora il terrorismo dei seguaci di Neciaev, cui in seguito s'ispirarono i bolscevichi; l'Europa non ha dimenticato ili anarchici dell'inizio del XX secolo e i terroristi delle Brigate rosse, e non si è ancora liberata dai terrorismi separatisti e dagli estremismi religiosi.Russia e Europa sanno bene che, nemmeno nella sua nuova forma «islamica», il terrorismo rappresenta gli aspetti patologici di una qualche religione o cultura nazionale. Esso, al contrario, com'è sempre accaduto in passato, è prima di tutto uno strumento della politica, caduta in mano a fanatici e fondamentalisti e, nello stesso tempo, sintomo di una malattia interiore della società. Oppure conseguenza di conflitti internazionali irrisolti.Per l'America, specie dopo l'i l settembre, il terrorismo è un'aggressione dall'esterno, un incubo simile a una nuova Pearl Harbor, che dev'essere spezzato con i bombardamenti, con la guerra preventiva. Per gli europei – che non solo vivono da sempre fianco a fianco con il mondo musulmano, ma che anzi l'hanno già all'interno dei loro confini – il terrorismo costituisce una malattia sociale, che minaccia la stabilità politica e acute crisi interne. Essi sanno che non lo si può curare solo con la forza, poiché in questo modo si va direttamente allo scontro di civiltà sognato dagli estremisti.Un ragionamento analogo vale per la democrazia. Come le radici del terrorismo non si possono tagliare con le armi e la tecnologia militare, così la democrazia non può essere impiantata mediante corpi di spedizione. Non è una merce di esportazione, con la quale aprire di forza mercati in altri continenti. La democrazia non è nemmeno il vestito della festa, che s'indossa a casa propria ma che si può togliere, sostituendolo con la divisa militare quando si va all'estero, magari per installare zone al di fuori delle leggi.L'Europa può infine aiutare il mondo del XXI' secolo a guardarsi da un'utopia non meno pericolosa dei totalitarismi del secolo XX': l'utopia dell'ultraliberalismo. La globalizzazione non ha atteso il nostro consenso per venire al mondo.Cercare di piegarla agl'interessi dei più forti significa negarla e renderla così molto pericolosa.L’esperienza europeadice chela pace sociale,in ogni società,non è meno importantedella sicurezzanazionale. L’incontrollabile disordine dell’attuale globalizzazione ultraliberale ha prodotto vantaggi a uno soltanto dei sei miliardi di individui che popolano il pianeta. E’ questo che sospinge la comunità mondiale verso un’esplosione sociale. Occorre dunque ridare alla globalizzazione un <­<­volto umano>>. Bisogna europeizzare la globalizzazione. La vecchia e la nuova Europa, nell’accezione più vasta,sonodunque chiamate a una funzione insostituibile: riportare lapolitica mondiale al pluralismo. Che è poi la via attraverso cuiè possibilericostruire la pace.

La Stampa p,9
03/07/2004
Mikhail Gorbaciov

[addsig]

Lascia un commento

0:00
0:00