L’italiano tra non molto sarà la più bella tra le lingue morte

Sergio Romano risponde.

Da http://www.corriere.it/lettere-al-corri … 5374.shtml

L’AGONIA DELL’ITALIANO UCCISO DAGLI ESOTISMI

Roberto Vecchioni ha detto: «L’italiano tra non molto sarà la più bella tra le lingue morte…»; non posso che dargli ragione. Accendo la radio e sento «song» al posto di canzone, «bye bye» al posto di ciao e altre simili amenità. Poi in televisione, dai nostri manager nazionali (ovvio, la parola manager è d’obbligo anche sui biglietti da visita, come «account manager» o «purchase manager» ecc.), dai presentatori televisivi e spesso dai, non buoni ultimi, nostri cari politici, sento parole come «government», «media», «ethics», «innovation», «robotics», «open source», «references» e la più bella ora usata in assoluto: «location». Non posso fare a meno, oltre che di sorridere, di pensare alla nostra povera lingua morta. Il problema tuttavia rimane sempre quello di capire dove vogliano andare a parare questi nostri parolai moderni.

Umberto Brusco

Caro Brusco, anch’io provo fastidio per l’uso smodato di esotismi e parole straniere, soprattutto quando vengono menzionate cose o formulati concetti per i quali esiste un equivalente italiano altrettanto espressivo. È un fenomeno provinciale e snobistico che rivela, oltre a tutto, una considerevole ignoranza della propria lingua. Ma devo ricordarle che non vi è mestiere in cui le parole utilizzate non appartengano in buona parte alla lingua del Paese che lo ha inventato o perfezionato. Quando le repubbliche italiane erano uno dei maggiori centri bancari e mercantili dell’Occidente, le parole usate nel mondo degli affari erano banco, conto, cambio, cambiale, partita doppia, interesse composto, compagnia, giro, prima (per prima qualità). Quando gli artisti italiani rivoluzionarono le tecniche della pittura, della scultura e dell’architettura, l’Europa importò senza esitare o adattò alle sue diverse lingue nazionali le nuove parole usate negli studi e nelle botteghe della penisola: affresco, tempera, sfumato, chiaroscuro, maniera, bugnato, puntasecca. Quando i musicisti italiani inventarono nuove forme espressive e nuovi generi, il mondo ne prese nota e non cercò di tradurre allegro, allegretto, appassionato, vivace, con moto, con brio, movimento, melodramma, scherzo, sonata, tenore, soprano, basso, baritono, prima donna, impresario. Il problema degli artisti stranieri non era quello d’inventare parole corrispondenti ma di competere con lo stile e i modelli provenienti dalla penisola. Oggi molte delle parole che noi usiamo nel mondo della finanza, della gestione industriale, della tecnica, della scienza e della comunicazione sono inglesi perché definiscono concetti, pratiche, innovazioni, strumenti e figure professionali che sono stati inventati nei Paesi anglosassoni e in particolare negli Stati Uniti. Piaccia o no, l’America è stata, soprattutto negli ultimi decenni, l’officina della modernità, il luogo più inventivo e innovativo del mondo. Mi piacerebbe che alcune di queste innovazioni fossero rimaste nella testa dei loro inventori (penso ad alcuni strumenti della finanza creativa come i mutui «subprime», a certi «hedge fund» e a certi «swap»). Ma come possiamo discuterli e criticarli senza usare la parola coniata a Wall Street? Non dimentichi poi, caro Brusco, che in una economia mondializzata l’uomo d’affari ha interesse ad adottare, per definire le proprie competenze professionali, la parola che viene immediatamente riconosciuta e compresa dal suo interlocutore. Se scrivesse sul suo biglietto da visita contabile anziché «account manager», riuscirebbe a concludere l’affare?

Sergio Romano

22 Maggio 2011

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