Politica e lingue

L’italiano salvato dagli stranieri

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INDAGINE TRA ERRORI RICORRENTI E CEDIMENTI ALL’INGLESE, DALLA CRUSCA PARTE L’ATTENZIONE PER L’IBRIDAZIONE

L’italiano salvato dagli stranieri

di Cristina Taglietti

Sconfinamenti, regole, collocazioni. La lingua italiana è uno dei grandi protagonisti del Salone del libro. Si proseguirà fino a lunedì quando ci saranno due appuntamenti in collaborazione tra il ministero dell’Istruzione e l’Accademia della Crusca (tra cui uno dal titolo chiaro: «Parlare l’italiano»), ma si è partiti ieri da uno sconfinamento, quello a cui conducono autori per cui l’italiano non è la lingua madre. «Sono scrittori che portano la nostra lingua fuori dal recinto in cui lo teniamo noi e in qualche modo la riflettono, come in uno specchio – dice Francesco Sabatini, linguista, presidente onorario dell’Accademia della Crusca -. È una lingua che spesso non si apre alle ibridazioni, che porta all’uso di espressioni più ricercate, che si riveste di un’aria nuova, come se fosse un italiano sincero, autentico, suonato come si deve. L’uso che ne fanno le persone che vengono da fuori e la sentono loro, e non parlo soltanto degli scrittori, ci dà la sensazione di una lingua viva, ci spinge a parlare in un modo più sciolto. È troppo presto per dire se l’immigrazione cambierà in modo importante l’italiano, certo lo vivacizza».Per chi l’italiano lo parla, magari anche lo scrive, ma non è la sua prima lingua, Zanichelli ha pubblicato da poco il Dizionario delle collocazioni di Paola Tiberii che domani viene presentato in Sala Professionali con Ilide Carmignani. «Quello delle collocazioni è un filone importante – spiega Sabatini-. perché le parole non vengono mai da sole, si usano in accoppiamenti». Anche la nuova edizione scolastica del Sabatini-Coletti le ha molto incrementate. «In realtà si chiamerebbero combinazioni, perché è come se le parole si combinano tra loro – precisa Sabatini -. Collocazioni è la traduzione dell’inglese collocation che significa, appunto, combinazione». Paola Tiberii al suo dizionario ha lavorato una decina d’anni e l’idea le è venuta dalla frequentazione di molti idiomi. «È utile per gli stranieri perché le collocazioni sono tipiche di una lingua e spesso non sono intuibili: per esempio da noi l’attenzione si presta, in inglese si paga, da noi esiste il bianco e nero, in inglese il contrario: il black and white. Ma è anche un modo per gli studenti per arricchire il linguaggio, per usarlo in modo più accurato. L’italiano ha bisogno anche di strumenti pratici, questo è un manuale d’uso: non ci sono le collocazioni letterarie che presuppongono una costruzione complessa, e non ci sono le frasi idiomatiche, anche se qui il confine è molto labile».Vivacità e regole è la via che hanno scelto Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, linguisti e divulgatori, autori di Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare (Sperling & Kupfer, viene presentato oggi alla Sala Rossa), agile prontuario sciogli-dubbi come i due precedenti. «La sensibilità dell’italiano medio nei confronti della lingua è molto alta – dice Patota -. Accanto al comune senso del pudore c’è il comune senso dell’errore che è addirittura più vistoso. La censura verso chi sbaglia a parlare è fortissima e socialmente discriminante. Se un personaggio pubblico sbaglia un congiuntivo o un accento viene subito ripreso, basti pensare alla Gelmini quando disse egìda invece che egida, o i carceri invece che le carceri». I libri di Della Valle e Patota bacchettano i colpevoli (politici, attori, giornalisti, professori) con nome e cognome «non per fare pettegolezzo linguistico – spiega Patota -, ma perché a certi livelli non sono accettabili.

Come non trovo accettabile l’iniziativa del rettore del Politecnico di Milano che ha stabilito che i corsi post laurea vengano fatti esclusivamente in inglese. Semmai bisognerebbe lavorare a una maggiore competenza dell’inglese nella scuola, ma l’alto insegnamento universitario è un fatto complesso che credo si debba comunicare nella lingua madre. Lasciare l’italiano fuori dalle aule universitarie è grave».
Eppure a volte lo si lascia fuori anche dalle scuole secondarie, sostiene Sabatini. «Oggi la lingua è oggetto di attenzione come forse non era in passato, ma dobbiamo essere anche un po’ densi, non solo proporre pillolette di pronto intervento. La scuola ha bisogno di un fondamento più specifico, mentre ha basi generiche. Spesso il professore di italiano non è preparato con studi di linguistica che, invece, andrebbero resi obbligatori. In tutti gli altri campi ci sono insegnamenti specifici per formare un esperto. Nelle università domina la critica letteraria a scapito della linguistica».
(Dal Corriere della Sera, 17/5/2013).

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