L’italiano delle intercettazioni

Linguisti in allarme

Povero Italiano, umiliato e offeso nella bufera delle intercettazioni

Al telefono si parla troppo e male. La bufera delle intercettazioni scatenatasi nelle ultime settimane ha confermato che la cornetta e il cellulare hanno il potere di abbassare negli interlocutori i freni inibitori. Risultato: tra le molte vittime fatte dalle intercettazioni, la più illustre di tutte è il vocabolario. A lanciare l’allarme sono stati i sociologi e i linguisti del Cnr, che denunciano un imbarbarimento del linguaggio senza precedenti. “Lo spettacolo al quale stiamo assistendo in questi giorni – ha commentato il sociologo Franco Ferrarotti – è il frutto della cultura di massa introdotta dalla televisione, spesso arrivata ancora prima dell’alfabeto. E il telefono non fa altro che amplificare l’impoverimento delle parole, a cui sempre corrisponde una perdita di valori”.

Se poco meno di due secoli fa Alessandro Manzoni si preoccupava di “risciacquare i panni in Arno” per rendere la lingua dei ‘Promessi Sposi’ perfettamente pura dal punto di vista stilistico, oggi, assicura Valeria Della Valle, docente di linguistica italiana all’università La Sapienza di Roma “turpiloquio e slang giovanile sono caratteri comuni del linguaggio medio di ogni ceto sociale”. Il vocabolario che emerge dalle intercettazioni – rileva la studiosa – dimostra una progressiva liberazione da ogni forma di censura etica. Ciò che più colpisce naturalmente – osserva la docente, che con Salvatore Adamo coordina l’Osservatorio neologico della lingua italiana del Cnr – è che questa trivialità di espressioni, specie quelle rivolte alle donne, siano appannaggio di personaggi dallo status elevato e che dovrebbero godere di un livello culturale superiore. Ma si tratta di un fenomeno comune proprio poiché riguarda i codici formali della comunicazione, a cui tutti coloro che entrano in contatto bene o male finiscono per uniformarsi”. Della Valle sottolinea la progressiva perdita della funzione trasgressiva che prima avevano le cosiddette parolacce, che non hanno più alcuna valenza di ‘rottura’ e, anzi, oggi servono per ‘legare’, per fare gruppo, per infrangere le barriere sociali.

Sulle peculiarità del dialogo telefonico insiste anche Ferrarotti, che in una conversazione con l’agenzia AdnKronos ha sottolineato come sia proprio “l’assenza fisica dell’altro che stimola la perdita dei freni inibitori e, pertanto, la volgarità d’espressione”. “L’imbarbarimento del linguaggio – osserva – è un fenomeno nato all’estero, in Europa e soprattutto in America. In questo senso celebre fu l’episodio del presidente Richard Nixon, che destò un vero e proprio scandalo negli Usa poco prima delle dimissioni per alcune registrazioni di sue conversazioni di una trivialità inusitata”. “Mi aspettavo – confessa il sociologo – che in Italia ci fosse una maggiore resistenza, vista la secolare tradizione umanistica di cui si fregia. Il problema, invece, è nato subito dopo l’ultima guerra mondiale, negli anni Cinquanta, quando il nostro Paese si è trasformato, con il boom economico, in una nazione caratterizzata da consumo e produzione di massa”. “Quel che è certo – conclude il sociologo – è che viviamo nella civiltà dell’ ‘eccesso’, compreso quello delle parole al telefono. A mio avviso, ad alcune situazioni al limite si dovrebbe soltanto alludere. Anche perché occorre stimolare la fantasia. E’ l’unica risorsa che può salvarci”.

(Da La Nazione, 26/6/2006).

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