L’inutile, disperata ricerca dell’Europa di un sostituto di Dio

L’inutile, disperata ricerca dell’Europa di un sostituto di Dio
di André Glucksmann [Liberal, 30 aprile 2011]

Sì, uno spettro si aggira per l'Europa: «Grande è il rischio di una progressiva e radicale paganizzazione del Continente». Questa «profonda crisi dell'identità culturale europea » consente di formulare l'ipotesi di una specie di «apostasia ». Constatazione di tale portata non è stata fatta da qualche intellettuale di destra o di sinistra, sospetto di volersi fare un nome a spese delle più incontrovertibili credenze e insultando le più salde autorità: niente affatto, è la stessa Chiesa cattolica che sconsiglia di chiudere gli occhi e rifiuta l'ottimismo benpensante, è papa Giovanni Paolo II che medita sull'abbandono. Le certezze religiose di un tempo «sono state sostituite, in un alto numero di persone, da un sentimento religioso vago e poco impegnativo della vita, o ancora da diverse forme di agnosticismo e di ateismo pratico che sfociano tutte in una vita personale e sociale etsi deus non daretur, come se Dio non esistesse» (1). Tutti i professori specializzati nella morte di Dio si ostinano a ricercare «colui che ha preso il posto » del Signore. Come se il posto fosse immutabile. Come se il Sostituito non potesse essere deposto che da un Sostituto. Fosse pure un nulla, subito divinizzato come il Nulla del nichilismo. La fama di Nietzsche non è forse un po' dovuta all'estrema agilità dei suoi lavori di sostituzione? Non ha forse sperimentato successivamente qualsiasi supplente (ersatz) a portata di mano? Il Libero Spirito. Dioniso, Cesare, Napoleone, il Grande Stile. L'eterno ritorno. La volontà di potenza. Il superuomo. La bestia bionda. E per finire «io o il crocifisso». Tenendo conto delle trovate dei suoi epigoni, la serie può essere considerata infinita.Tanto da arrivare a credere che Dio non possa essere deposto che da uno Pseudo, ipotesi arbitraria sulla quale tuttavia si accordano atei militanti e credenti convinti. Dio o Satana. La Fede o la Ragione. La Scienza o la Superstizione. L'Estetica o l'Etica. L'Umano o il Superumano. La Terra o il Cielo. Simile scontro manicheo fece la gioia dei predicatori e dei pensatori del Diciannovesimo secolo. Niente in queste battaglie di giganti condotte da potenze apocalittiche,reciprocamente esclusive, corrisponde al quasi impalpabile smottamento dei costumi europei dell'inizio del Terzo millennio. Davanti ai nostri occhi non si svolge nessuna guerra tra credere e sapere. Il dispendio di energia è lo stesso da entambe le parti. Il disimpegno è generale: paralizza qualsiasi campo e riguarda la stessa posta in gioco. Non è Dio che si tratta qui di sostituire, è il suo stesso posto che non si trova più. Il Diciannovesimo secolo dibatteva sul punto di riferimento che avrebbe dovuto strutturare la civiltà; la società avrebbe gravitato attorno al sole della Ragione o avrebbe conservato quello della Fede? Ormai, lo stes- so principio di un punto di riferimento centrale è rimesso in causa. Ragione e fede sembrano simultaneamente deposte. Prima a misurare la novità della sfida, la fede scopre che la ragione, che a lungo considerò sua più intima nemica, subisce una sorte altrettanto poco invidiabile della sua: «La ragione e la fede si sono entrambe impoverite». Questa comunanza di destino diviene l'indice di una solidarietà intrinseca. «È illusorio pensare che la fede, di fronte a una ragione debole, possa avere una forza più grande, al contrario…». Pochissimi sono stati quelli che misurarono l'estrema originalità dell'enciclica Fides et Ratio (settembre 1998). Mai la Santa Sede aveva, con tanta chiarezza, dichiarato che non esiste una filosofia ufficiale della Chiesa cattolica (prendendo le distanze dall'enciclica Aeterni Patris di Leone XIII che lanciò il neotomismo). E mai era stato precisato che il dialogo diretto fra le religioni presuppone la mediazione della ragione, eletta intermediaria obbligata tra le confessioni (il Vaticano II propendeva piuttosto per il contrario). Mai infine il lavoro della ragione e l'impresa filosofica furono tanto vigorosamente emancipate. Non si parla più ormai di attribuire un posto di serva (ancilla theologiae) alla filosofia. I lumi della filosofia precedono quelli della rivelazione, dice l'enciclica. Storicamente, né Socrate, né Platone, né Aristotele furono «precristiani». Pedagogicamente, è raccomandato ai seminari di affrontare le questioni teologiche soltanto dopo seri studi di filosofia. Proponendo una tale «pace dei bravi» tra i due partiti che per secoli cercarono di distruggersi, papa Giovanni Paolo II ha raccolto una scarsa eco. Il suo aggiustamento concettuale contraddice troppo i pregiudizi dei suoi partigiani e quelli dei suoi avversari. Testimonia comunque l'impossibilità di riflettere sul destino religioso del Vecchio Continente nel quadro delle tradizionali rivalità, così comode, in fin dei conti. Che importa che ci si accanisca a divinizzare la ragione o il sentimento, visto che si tratta della capacità stessa di confrontarsi al divino? Che importa chi si eleva in luogo e al posto del Dio tradizionale quando svaniscono tanto il luogo quanto il posto? Le diverse teorie che attribuiscono la nostra decristianizzazione a una improvvisa lucidità o a un aumento di razionalità mi sembrano anacronistiche e inadeguate. La vanitosa presunzione di un europeo diventato adulto, emancipato dalla magia grazie alla sua scienza, liberato dalle ideologie grazie alla sua prudenza, mi fa sinceramente ridere. Il Ventesimo secolo ha visto l'Europa consegnata ai demoni. Se tali cocenti esperienze hanno spezzato la nostra furia devastatrice, le credenze più barocche e le immaginazioni più fantasiose continuano a trovare adepti. Smettiamo di desiderare il professorucolo in disincantamento che nel cervello di ognuno di noi regolerebbere il traffico delle emozioni, pesando con cura il pro e il contro. Dio diserta l'Europa.Tutti lo sanno, tutti lo testimoniano.L'avvenimento lascia di stucco. Come? Perché? Fino a dove? Fino a quando? Una volta eliminate le risposte preconfezionate, vi pro pongo un indovinello. Qual è la differenza tra un barmaid di Berlino che crede di non credere più a un Dio cristiano e un Papa che vi si si richiama, con un fervore che un miscredente francese avrebbe un tempo definito tipicamente spagnolo o italiano? Entrambi si interrogano. Entrambi ammettono che sta avvenendo uno scollamento, che lascia poche possibilità al ritorno delle credulità o incredulità. Entrambi escono da una querelle (Kulturkampf) i cui furori affondano nella nostra società in ebollizione. Entrambi decretano che la grande guerra tra Dio e i suoi sostituti si conclude in parità e che non avrebbe dovuto esplodere. Rispetto alle forti convinzioni di cui l'Europa si è a lungo fatta forte, bisognerebbe concludere che il Vecchio Continente si deprime e cessa il combattimento per mancanza di combattenti. A una ragione debole, una fede parimenti debole non serve nemmeno da sponda, e viceversa. La constatazione di momentanea depressione o di definitiva astenia della cultura europea è tanto spesso declinata in altre sedi, e ancora più di frequente dagli stessi europei, che vorrete scusare l'autore di respingere un facile pessimismo. Esaminiamo piuttosto l'ipotesi contraria: qualcosa sta davvero accadendo in Europa. E non un nulla, fosse pure un nulla definitivo. L'estrema banalità delle esperienze che svelano il rapporto dell'europeo con i suoi dei merita una riflessione. Ciò che sembra scontato è proprio la cosa più difficile da pensare. Un nuovo consenso, ancora enigmatico, costringe i cuori più diversi e rinvigorisce atteggiamenti che si credevano fossilizzati.Tra le passioni di ieri, che non le convengono più, e le promesse delle aurore future, che le appaiono sempre più incerte, l'Europa ondeggia. Ma questo stesso ondeggiamento, generale da Oriente a Occidente, condiviso da Nord a Sud, costituisce un avvenimento di prima importanza. Né il Rinascimento né l'Illuminismo erano stati in grado di aprire un mercato comune tanto grande e transcontinentale dei pensieri e delle delusioni, dei sentimenti e dei costumi. Dall'Atlantico agli Urali, i modi di vita divergono, le economie si contraddicono, ma per la prima volta le questioni fondamentali che l'uomo comune si pone sulla vita, la morte, il cielo e la terra si rivelano le stesse. Saltano le antiche barriere. Le frontiere di sempre si trovano annientate. Anche se le ultime risposte rimangono oscure, come in attesa, l'evidenza di questa sospensione, la sua quasi unanime percezione, indiscutibile e silenziosa, costituisce l'eccezione culturale e religiosa europea. E meraviglia, giustamente, l'osservatore, e lascia a bocca aperta il resto dell'universo. Inutile moltiplicare i riferimenti e le citazioni per ricordare quanto, fin dall'antichità, il leitmotiv della morte di Dio rivesta molteplici aspetti. Quando nel 1925 Miguel de Unanumo consacra un libro all'Agonia del cristianesimo, si ri- chiama a Pascal: «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo: non si deve dormire per tutto questo tempo». A prima vista, invece di proclamare l'estinzione celeste, un titolo come questo ne proclama l'assunzione. Le armoniche ambigue e contradditorie del termine «agonia» diventano subito le più importanti: si indovinano in Pascal, esplodono in Unanumo. Il quale rimpiange di non poter seguire Chateaubriand, che redime il suo ateo e devastatore Genio del cristianesimo (1802). Cento anni dopo, le carte sono state ridistribuite, si combatte sugli opposti fronti. Napoleone prevedeva che un secolo dopo di lui l'Europa sarebbe stata cosacca o repubblicana. Unanumo gli rimprovera di non aver previsto che «i cosacchi sarebbero diventati repubblicani e i repubblicani cosacchi, l'ultramontanismo rivoluzionario e la rivoluzione ultramontana». E mentre la ragione andava manifestandosi sempre più fideista e superstiziosa della fede – Oh la locomotiva marxista della storia! – la fede, qui e là, si andava instaurando come la ragione suprema che divora i suoi stessi figli. I buoni pensieri del Diciannovesimo secolo non avevano immaginato «né il bolscevismo, né il fascismo», sottolinea, molto precocemente, Unamuno, che, soffocato dall'angoscia, identifica caduta (o declino) dell'Occidente e agonia del cristianesimo. Nell'orizzonte complesso, ma sempre più presente e impegnativo, di una enigmatica «morte di Dio», l'europeo cerca da lungo tempo di decifrare un destino. Il suo.Tenta di aggiornarsi teologicamente, e dunque culturalmente, politicamente, intimamente, confrontandosi al doppio infinito di un passato mai totalmente passato e un futuro incerto, rischioso, tutto da scommettere. Paradossalmente, la cronaca dei giornalisti americani (2) non racconta la fine di un'esperienza religiosa, catalogata, classificata. Descrive piuttosto l'esperienza di una fine, un modo di imparare a morire e di organizzare un'agonia che sia allo stesso tempo lotta e giudizio finale. Gli antichi, primo fra tutti Cicerone, giustificavano l'esistenza di un Dio ex consensus gentium.Tutti i popoli adorano un qualche Essere supremo, prova che Egli esiste. Il nuovo consenso insinua al contrario che si potrebbe vivere come se, o persino se, Dio non esistesse. Questa convinzione storicamente singolare, ma tanto condivisa, è forse meno straordinaria della precedente? L'esperienza della morte di Dio non si rivela a sua volta religiosa, visto che crea allo stesso tempo legame e distanza, unendo gli europei in un'avventura a lungo corso a nessun'altra simile?

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