Linguaggi: la crisi della nostra democrazia potrebbe essere linguistica

La lettura.

di Philippe Daverio.

Politico, parla come mangi.

La crisi della nostra democrazia potrebbe essere linguistica. Se, come sosteneva la scolastica di Guglielmo da Ockham agli albori del Trecento, “nomina sunt consequentia rerum”, che pensare di cose italiane che trovano nel politichese solo parole inglesi per essere definite?
Una volta si parlava di “convergenze parallele” democristiane o di “compromesso storico”  comunista, roba talvolta difficile da intendere di primo acchito ma non del tutto incomprensibile a ragionamento fatto. Oggi si parla di “governance”, che sarebbe una roba che con il governare non c’entra e neanche con il rigovernare, termine usato dalle casalinghe quando rimettono ordine nella camera da letto disfatta. Mario Monti parla di “performance revieuw”, che non è una rivista di balletto di Broadway dove la parte teatrale e performativa è predominante, ma una alambiccata ipotesi di mettere in relazione spesa pubblica e servizi erogati, si presume. Alfano parla di “reshuffling”, quella roba che fino a ieri abbiamo chiamato rimpasto di gabinetto quando si cambiavano alcuni ministri per non fare cadere il governo e al contempo si tentava di salvare gli equilibri del manuale Cencelli. Renzi, il migliore oggi, batte ovviamente tutti e parla di “jobs act”, pensando addirittura di cambiare la parola legge in quella determina delle camere Usa che sono gli acts. Figuriamoci quanto possa piacere agli esodati, ai disoccupati, ai ragazzi ancora a casa a trent’anni! Torna in mente  l’adorabile clip di Francesco Rutelli ministro dei Beni Culturali quando in un inglese divinamente maccheronico dichiara “Come to visit Italy”, una gag talmente simpatica da avere ormai superato le 325.000 clic su You Tube. D’altronde quella moda fu inventata da Walter Veltroni quando lanciò come slogan del partito l’ormai noto “I care” di sapore american democratic che fu letto come una forma storpiata di “Icaro”, e come nel mito greco portò il partito a sciogliersi le ali sotto il calore politico del paese del sole. Torna in mente la canzone di Carosone “tu vuò fa’ l’americano, ma sei nato in Italy”. Ma torna in mente ancor più il proverbio “parla come magni”. Almeno che in tutto ciò non ci sia una intenzione morale di eccellenza  e cioè che la politica, dopo gli ultimi scandali delle spese folli dei consiglieri regionali, abbia deciso di cambiare lingua per cambiare alimentazione.
(Da La Nazione, 21/1/2014).

 

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