Linguaggi: è il «trumpese» che vince.

Huge, tremendous, stupid
È il «trumpese» che vince.

Donald Trump sbanca i caucus repubblicani del Nevada per la corsa alla Casa Bianca con il 45,996 dei voti, staccando nettamente i concorrenti Marco Rubio e Ted Cruz. Intanto si svelano i segreti vincenti del «trumpese».

di Maria Laura Rodotà.

Se sapete l’inglese e volete avere successo come Donald Trump, potete scaricare TrumpScript, il programma che vi fa
comunicare in trumpese. L’hanno creato quattro studenti della Rice University dì Houston; spiega meglio di tanti editoriali come mai un megapalazzinaro pluribancarottiere apertamente razzista e con un incredibile riporto biondo stia volando verso la candidatura repubblicana alla presidenza degli Stati Uniti. Basta leggere le caratteristiche di TrumpScript: «Niente decimali, solo numeri interi. L’America non fa nulla a metà». «Tutti i numeri devono essere maggiori di un milione». «Non si possono importare elementi. Tutto il codice deve essere made in America». «Solo le parole inglesi più popolari, le parole preferite da Trump e nomi di politici in attività possono essere usati, in modo variabile». «I messaggi “error” sono citazioni di Trump». «Tutti i programmi devono terminare con l’America è grande”». «TrumpScript non è compatibile con Windows, perché Trump non crede nel PC», che è il personal computer e il “politically correct”. E soprattutto, «il linguaggio è totalmente privo di sensibilità». Rozzo, razzista, sessista, efficacissimo. «Trump sa come manipolare i media e come insultare le persone», ha detto George Lakoff, grande linguista di Berkeley. «Vince tutte le gare di insulti. Sa giocare col pubblico». Un pubblico magari di elettori analisti e sondaggisti ora strasmentiti dicevano che i suoi consensi erano tra chi non va a votare, ma con lui l’affluenza aumenta che per essere motivati hanno bisogno di parole e slogan che li emozionino. Otto anni fa, con Barack Obama, erano «speranza» e «cambiamento»; unirono una coalizione democratica di minoranze, donne, giovani, Lgbt. In questa fase, con Trump, le parole sono «great, grande, così deve tornare l’America, «huge», enorme (pronunciato «hiuuug» alla newyorkese) e «tremendous» e tali sono le sue vittorie. Ma anche «wall» muro, da costruire lungo il confine col Messico, «stupid», qualunque avversario, «muslims» musulmani da deportare. Trump parla il linguaggio dei divi radiofonici di ultradestra alla Rush Limbaugh. Semplificato, del tutto sovrapponibile a quello dell’America profonda – ma neanche più tanto – dei bianchi impoveriti, dei reazionari delusi, dei giovani cresciuti a reality (con lui dentro, magari), degli americani con scarsa istruzione. E «io amo quelli con scarsa istruzione!», ha urlato ieri notte festeggiando in Nevada. Quelli, e altri, sono stati convinti da un miliardario a identificarsi con lui perché, ha spiegato al New York Times Matt Motyl, psicologo della politica alla University of Illinois, ha un ego sterminato ma sa usare iI termine «noi»: «Il suo “noi contro loro” crea una dinamica minacciosa. Si rivolge alle masse e le fa sentire di nuovo potenti». Ricostruendo la prosperità americana contro i cinesi; cacciando i migranti che rubano lavoro; asfaltando (ops, no, non è un termine di Trump) gli avversari dell’establishment repubblicano. Establishment che però, per vincere facile, per decenni ha puntato sui peggiori istinti del suo elettorato; rendendolo intanto sempre più povero. Qualche commentatore scrive che «se la sono cercata» e stavolta, probabilmente, ha ragione.
(Dal Corriere della Sera, 25/2/2016).

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