Lingua italiana tra Dante e internet

Tra Dante e il web, a lezione d’italiano

I linguaggi giovanili, le difficoltà degli immigrati: la nostra lingua in cerca di una nuova identità

di Claudia Marin

Fedele nella diversità (linguistica), con i piedi sulla terraferma della tradizione e dell’insegnamento dei padri, ma con lo sguardo all’apertura e all’ospitalità verso idiomi e culture stranieri. I quali, insieme con internet e i neologismi dei messaggini, devono costituire non un fattore di decadimento, bensì un decisivo stimolo per il mondo dell’istruzione, in direzione di “un necessario bilanciamento”. Per Marco Veglia, italianista e docente all’Università di Bologna e al Dams, la ricetta per la salvaguardia della lingua italiana si riassume nel “rapporto tra memoria e innovazione”. Dove la memoria si fonda senz’altro su Dante, ma deve passare per un altro periodo chiave: quello dell’unificazione del Paese.

Veglia è uno dei partecipanti alla tre giorni “Bella e perduta: l’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla lingua dei migranti”, promossa dalla Società Dante Alighieri per fare il punto sul cammino linguistico e culturale del nostro Paese, dallo stato preunitario e risorgimentale ai flussi migratori che hanno trasformato lingua e cultura in determinanti strumenti d’integrazione. “Dopo l’unificazione, per approdare a un linguaggio popolare occorrerà attendere il Novecento inoltrato, e l’invenzione della televisione- ricorda Veglia -. Umberto Eco diceva che Mike Buongiorno ha giovato alla diffusione dell’italiano più di Manzoni”.

Oggi di quali malattie soffre la lingua italiana?

“Di genericità, d’impoverimento, di mancanza di spessore e di libertà linguistica. La lingua si raffina nell’incrocio tra memoria ed esperienza. Quando si depreca la scomparsa del congiuntivo non è per pedanteria, ma perché è il modo nel quale entra l’individualità. I giovani che usano soltanto l’indicativo registrano quasi passivamente la propria esperienza”.

Perché e in che modo ci siamo allontanati dalla nostra memoria?

“Anche per ragioni ideologiche. Nel tempo si è fatta un po’ di guerra a un certo tipo di tradizione, unitaria e risorgimentale. Quindi si è fatta prevalere nella prassi scolastica e universitaria una riduzione della frequentazione degli autori principali. Anche Dante, se non fosse per studi specialistici”.

Qual è il senso della lezione di Dante che dovremmo ritrovare?

“Uno dei possibili sensi è proprio che non ci può essere identità civile e politica senza una profonda apertura alla storia e senza mantenere un radicamento nel proprio territorio, nelle proprie radici, nelle proprie tradizioni. Dante resta saldamente radicato nel proprio mondo mentre viaggia nei tre regni dell’oltre mondo, dove viene peraltro riconosciuto come fiorentino. Ciò non toglie che la sua lingua si sia aperta proprio in questo viaggio a una moltitudine di esperienze, di escursioni stilistiche, di cittadinanze offerte, di elementi dialettali. Ma niente di tutto questo ha scardinato l’unità della sua esperienza e del suo stile”.

Come possiamo applicare questo insegnamento ai migranti?

“La lingua, con il retaggio culturale del luogo di arrivo, deve rappresentare un elemento che attragga. Senza rinnegare la propria cultura, non possono essere veramente integrati se non la sintonizzano col retaggio della terra che li accoglie. Sostengo la necessità di corsi sempre più avanzati per loro”.

Internet e i messaggini. C’è anche del positivo?

“Come tutti gli strumenti internet è neutro. Dipende da chi lo usa. Nel linguaggio giovanile la velocità di questi media ha semplificato il linguaggio. Le lettere sono sparite e questo è deprecabile. Ma lo strumento in sé rappresenta una straordinaria opportunità di accesso a tutte le informazioni. Se c’è memoria, se c’è cultura, non c’è paura. Nel linguaggio del web sopravvivono parole che l’uso comune aveva dimenticato: sito, portale. Un’affascinante sopravvivenza dell’antico nella costruzione del nuovo”.

(Da La Nazione, 17/12/2009).

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  • Tra Dante e il web, a lezione d’italiano

    I linguaggi giovanili, le difficoltà degli immigrati: la nostra lingua in cerca di una nuova identità

    di Claudia Marin

    Fedele nella diversità (linguistica), con i piedi sulla terraferma della tradizione e dell’insegnamento dei padri, ma con lo sguardo all’apertura e all’ospitalità verso idiomi e culture stranieri. I quali, insieme con internet e i neologismi dei messaggini, devono costituire non un fattore di decadimento, bensì un decisivo stimolo per il mondo dell’istruzione, in direzione di “un necessario bilanciamento”. Per Marco Veglia, italianista e docente all’Università di Bologna e al Dams, la ricetta per la salvaguardia della lingua italiana si riassume nel “rapporto tra memoria e innovazione”. Dove la memoria si fonda senz’altro su Dante, ma deve passare per un altro periodo chiave: quello dell’unificazione del Paese.

    Veglia è uno dei partecipanti alla tre giorni “Bella e perduta: l’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla lingua dei migranti”, promossa dalla Società Dante Alighieri per fare il punto sul cammino linguistico e culturale del nostro Paese, dallo stato preunitario e risorgimentale ai flussi migratori che hanno trasformato lingua e cultura in determinanti strumenti d’integrazione. “Dopo l’unificazione, per approdare a un linguaggio popolare occorrerà attendere il Novecento inoltrato, e l’invenzione della televisione- ricorda Veglia -. Umberto Eco diceva che Mike Buongiorno ha giovato alla diffusione dell’italiano più di Manzoni”.

    Oggi di quali malattie soffre la lingua italiana?

    “Di genericità, d’impoverimento, di mancanza di spessore e di libertà linguistica. La lingua si raffina nell’incrocio tra memoria ed esperienza. Quando si depreca la scomparsa del congiuntivo non è per pedanteria, ma perché è il modo nel quale entra l’individualità. I giovani che usano soltanto l’indicativo registrano quasi passivamente la propria esperienza”.

    Perché e in che modo ci siamo allontanati dalla nostra memoria?

    “Anche per ragioni ideologiche. Nel tempo si è fatta un po’ di guerra a un certo tipo di tradizione, unitaria e risorgimentale. Quindi si è fatta prevalere nella prassi scolastica e universitaria una riduzione della frequentazione degli autori principali. Anche Dante, se non fosse per studi specialistici”.

    Qual è il senso della lezione di Dante che dovremmo ritrovare?

    “Uno dei possibili sensi è proprio che non ci può essere identità civile e politica senza una profonda apertura alla storia e senza mantenere un radicamento nel proprio territorio, nelle proprie radici, nelle proprie tradizioni. Dante resta saldamente radicato nel proprio mondo mentre viaggia nei tre regni dell’oltre mondo, dove viene peraltro riconosciuto come fiorentino. Ciò non toglie che la sua lingua si sia aperta proprio in questo viaggio a una moltitudine di esperienze, di escursioni stilistiche, di cittadinanze offerte, di elementi dialettali. Ma niente di tutto questo ha scardinato l’unità della sua esperienza e del suo stile”.

    Come possiamo applicare questo insegnamento ai migranti?

    “La lingua, con il retaggio culturale del luogo di arrivo, deve rappresentare un elemento che attragga. Senza rinnegare la propria cultura, non possono essere veramente integrati se non la sintonizzano col retaggio della terra che li accoglie. Sostengo la necessità di corsi sempre più avanzati per loro”.

    Internet e i messaggini. C’è anche del positivo?

    “Come tutti gli strumenti internet è neutro. Dipende da chi lo usa. Nel linguaggio giovanile la velocità di questi media ha semplificato il linguaggio. Le lettere sono sparite e questo è deprecabile. Ma lo strumento in sé rappresenta una straordinaria opportunità di accesso a tutte le informazioni. Se c’è memoria, se c’è cultura, non c’è paura. Nel linguaggio del web sopravvivono parole che l’uso comune aveva dimenticato: sito, portale. Un’affascinante sopravvivenza dell’antico nella costruzione del nuovo”.

    (Da La Nazione, 17/12/2009).

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