Lingua dimenticata

La lingua perduta

di Vincenzo Pardini

Nati, la nostra vera, prima culla è stata la lingua. Ascoltata e vissuta nel ventre materno, cominciamo a percepire il peso delle parole. E ci sentiamo parte del mondo. La lingua è dunque anche il dolcissimo ricordo della nostra infanzia e adolescenza. Dai suoni di sillabe a parole ci siamo impossessati della vita, abbiamo cominciato a esistere. La mia generazione non aveva come maestra la tivù, anzi mancava in molte case. Per vederla dovevamo andare nell’osteria del paese. Quindi, parlavamo ancora la lingua dei padri, con termini sovente dialettali. Ma il vero incontro con lei, diciamo pure un patto e un’intesa, avvenne sui banchi di scuola; banchi di legno neri e tarlati, che sapevano di trucioli e segatura, tanto erano vecchi. Ma, a loro modo, pieni di parole, come i carillon sono pieni di note. Su di loro cominciavamo a scrivere nome e cognome, intingendo i pennini nell’inchiostro, sangue delle nostre prime nozioni.
Le parole non erano più vaghe e astratte; prendevano consistenza e incominciavamo a sentirle parte di noi. Il resto sarebbe avvenuto con l’esercizio e la lettura di libri: “Pinocchio” di Collodi o “Il piccolo alpino” di Salvator Gotta, che più nessuno ricorda. La lingua ci era amica e madre, a lei ci affiancavamo. Oggi non le diamo più la sua vera importanza. L’abbiamo inquinata alla stregua del paesaggio e dell’acqua, con termini mozzati e voci straniere che molto stridono coi suoi ritmi e musicalità. L’etere è pieno di sms indecifrabili. Al posto dei verbi possono infatti esserci numeri, seguiti o preceduti da abbreviazioni. Frasi che dobbiamo capire a senso, che insultano e sfregiano la lingua come potrebbe avvenire se danneggiassimo una statua o un quadro di pregio.
Stiamo dimenticando che la nostra arte e civiltà sta, tutta, nella forza delle parole, nella vitalità della lingua. Di cui non riusciamo più a essere orgogliosi, tanto che ce ne discostiamo, subissandola di forestierismi e sigle oscure. E rischiamo di perdere lei e noi stessi.
(Da La Nazione, 10/3/2011).

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