LINGUA alla ricerca delle parole perdute di Cesare Segre

LINGUA alla ricerca delle parole perdute
di CESARE SEGRE
Corriere della Sera, 1/12/1999

SCENARI Nel prossimo secolo scompariranno, nel mondo, tremila idiomi. Mentre la sorte dei dialetti pare segnata, in Italia una legge tutela le minoranze. Ma il rischio è la ghettizzazione
Dominerà l’inglese d’America sulla scia del primato politico. Lo yiddish,
in seguito al genocidio degli ebrei, in condizioni di agonia

Alcune settimane fa il linguista inglese David Crystal dava sul "Guardian" un insolito allarme: la metà delle 6.000 lingue parlate nel mondo sparirà nel prossimo secolo. La notizia è inevitabilmente vaga, perché‚ se sappiamo tutto delle lingue di cultura, che sono generalmente scritte, molto meno sappiamo di tutti gli altri idiomi, oggetto solo in pochi casi di indagini scientifiche. Tuttavia, l’allarme di Crystal è giustificato; e non per nulla esistono già enti, come la "Foundation for Endangered Languages", che tengono d’occhio la situazione, consapevoli che ogni lingua è un raffinato prodotto della mente umana. Parlare di morte delle lingue è solo una metafora. Anche se ci sono lingue effettivamente scomparse con la morte di chi le parlava. E accaduto, lo ricorda Crystal, per la provincia di East Saundaun, in Papuasia, sconvolta da un terremoto che ha ucciso migliaia di abitanti e disperso gli altri in zone lontane. Il caso più disastroso è quello dello yiddish, l’idioma a base germanica degli ebrei dell’Europa orientale; esso rispecchiava una cultura notevole e secolare, conosciuta ovunque attraverso il teatro (che suscitava tanto interesse in Kafka). Il genocidio attuato dai nazisti ha distrutto quella civiltà; i pochi superstiti, e i molti emigrati in tempo, specialmente in America, conservano ancora una lingua, ormai però in condizioni preagoniche perché‚ avulsa dal suo contesto.
D’altra parte, molte popolazioni africane e indiane stanno estinguendosi, insieme con le loro lingue, per effetto del contagio di malattie, come il morbillo, che, quasi innocue nei Paesi più civilizzati, riescono loro letali. Per gli Innu del Labrador è proprio la "modernizzazione" forzata che ha prodotto una situazione igienica e sanitaria intollerabile, e alla fine un’epidemia di suicidi. A queste notizie, riportate dal Corriere (11 e 14 novembre), se ne potrebbero aggiungere altre di analoghe.
Per fortuna, le lingue di solito muoiono per motivi meno luttuosi. E può essere utile ricorrere al classico Conflitti di lingue e di culture di Benvenuto Terracini per fare chiarezza (molte delle considerazioni di Crystal sono vicine del resto a quelle del nostro grande linguista). Il concetto fondamentale è questo: la morte di una lingua corrisponde a un cambio linguistico. Il cambio può essere sostituzione, come quando il latino dell’impero romano è stato adottato dagli abitanti della penisola iberica, della Gallia, ecc., che pure hanno conservato particolarità di pronuncia, abitudini sintattiche, parole dei loro idiomi di origine. Altre volte il cambio è trasformazione, come nel caso del latino, che si è "trasformato" in italiano, francese, spagnolo, ecc.; a un certo punto si è dovuta riconoscere la morte del latino, inteso come latino classico; ma gli italiani, i francesi, gli spagnoli continuano in verità a parlare latino anche se così trasformato da apparire irriconoscibile. Trasformato dall’apporto delle lingue di popoli occupanti, come i Franchi in Francia, i Longobardi in parte dell’Italia; o da tendenze generali, come quella all’analisi (per esempio abbiamo sostituito il futuro sintetico amabo con quello analitico amare habeo, che dà in italiano amerò).
E nella natura delle lingue di trasformarsi senza sosta; ma perch‚ queste trasformazioni ne condannano certune, e ne favoriscono altre? Entra in gioco il concetto di "prestigio", vago ma comprensibile in forma intuitiva. Va detto che una lingua davvero viva è in grado di dar voce a discorsi di svariati livelli: quello scientifico e quello della quotidianità, quello letterario e quello familiare, quello delle professioni e quello comune. Quando accade che un altro idioma s’imponga per le funzioni più generali ed elevate (amministrazione e commercio, letteratura e scienze), s’istituisce una fase di bilinguismo in cui l’idioma più prestigioso ruba via via spazio a quello di espressione più limitata. Questo oggi il rapporto tra italiano e dialetti. L’idioma perdente viene di fatto limitato all’impiego pratico e locale, più tardi all’uso soltanto familiare; infine diventa un gergo, che verrà abbandonato quando la sua ridotta utilità non ne giustificherà più la conservazione. E i parlanti lo sanno benissimo, anche se qualcuno tenta di ribellarsi a questi rapporti di forza.
La fine dei dialetti, già compiuta in Francia e Spagna, in corso di attuazione in Italia, può essere anche vissuta come un dramma. Essa significa la perdita non solo di un tesoro espressivo (ognuno di noi vanta nel proprio dialetto parole mal traducibili nella lingua), ma di una concezione del mondo, di sentimenti e modi di vedere trasmessi attraverso le generazioni, che costituiscono elementi importanti della nostra personalità Proprio per questo molti poeti di oggi si sono aggrappati al dialetto, anche come reazione all’appiattimento e alla schematicità propri della lingua della scuola e della televisione. Ma il destino dei dialetti è, soprattutto per l’allargarsi, persino extraitaliano, dei rapporti commerciali, di lavoro, di cultura. Anche per quanto riguarda le molte lingue alloglotte d’Italia, cui ha inteso provvedere una recente legge, occorre riflettere sui pericoli di una ghettizzazione di quei parlanti in un campanilismo (il "natio borgo selvaggio") fuori della storia. E ci si domanda: esistono grammatiche d’uso di quelle lingue? Esistono persone in grado di insegnarle agli scolari? Esiste, per ognuna di queste lingue, una varietà generalmente riconosciuta cone modello da tuttti i parlanti?
Crystal non ci dice, degli idiomi ormai in agonia, quali saranno i sostituti. Possiamo però prevedere che si tratterà di lingue importanti sullo scacchiere mondiale: il portoghese nella zona amazzonica del Brasile, lo spagnolo sugli altipiani del Sudamerica, l’inglese o il francese in Africa, e così via. Come possiamo pure affermare che l’inglese d’America esprimer… sempre più prepotentemente un imperialismo linguistico di scala mondiale, sulla scia di un primato politico, economico, industriale che è il motore, tra l’altro, dell’appiattimento di cui siamo vittime.
Difficile comunque datare il certificato di morte di un idioma. Se la morte è il risultato di una trasformazione, saranno i parlanti a prenderne atto: quando gli italiani, i francesi, gli spagnoli si accorsero che la lingua che usavano non era più, anche se costituita in buona parte di materiali latini, decisero che il latino era morto. Ma quando si tratta di estinzione, la ricerca, patetica, del momento del trapasso è ingannevole. Quando scompare colui che è ritenuto l’ultimo a conoscere un idioma, si dice che questo è morto; ma come essere sicuri che non ci fosse un altro conoscitore? E poi, un idioma vive nel dialogo, e non è detto che qualche giovane non ne abbia raccolto, dalla bocca del defunto, qualche brandello. Le prime notizie sull’anno di morte del veglioto (isola di Veglia) o del cornico (Cornovaglia) sono state smentite; anche se naturalmente si è trattato solo di spostare un po’ avanti la data di una fine inevitabile. Perché‚ quando un idioma è diventato un gergo quasi personale, ridotto a dimensioni minime, la sua sopravvivenza è impossibile. Non resta che mettere il lutto.

Giorgio Kadmo Pagano
ARTISTA dal 1977 TEORICO dell'ARTE e ARCHITETTO dal 1985 GIORNALISTA dal 1993, ESPERTO d'ECONOMIA LINGUISTICA dal 1997.

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