Europa e oltre

L’inglese Hammond “Ora la Ue venga a patti con Johnson La Brexit è una realtà”

Parla l'ex ministro delle Finanze Philip Hammond, 64 anni, cancelliere dello scacchiere nel governo di Theresa May

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Il Parlamento sarà irrilevante: il governo ha una maggioranza di 80 deputati  
I migranti dall’Est hanno sfavorito i britannici non qualificati 

LONDRA – Era il potentissimo Ministro delle Finanze di Theresa May. Poi, da colonna dei tories, la scorsa estate è stato defenestrato da Boris Johnson per la sua opposizione alla Brexit dura e perché riteneva che il partito conservatore fosse finito nelle mani di «estremisti di destra», ovvero gli euroscettici. Oggi Philip Hammond, 64 anni, ha cambiato idea: crede che il neo premier sarà moderato, che la Ue dovrà piegarsi a un accordo commerciale entro il 2020, e racconta la vera svolta della Brexit e i “danni collaterali” degli immigrati Ue.

Signor Hammond, Johnson ieri ha detto che renderà illegale un rinvio della Brexit oltre il 31 dicembre 2020, in questo caso per la seconda fase di negoziati commerciali dopo l’uscita oramai scontata del prossimo 31 gennaio. A Bruxelles sono molto nervosi: torna lo spettro del “No Deal”, la pericolosa uscita senza accordo.
«Era chiara da tempo l’idea di Boris. Di certo, è impossibile un accordo commerciale post Brexit tra Regno Unito ed Ue nei prossimi 11 mesi. L’unica soluzione sarà fare un mini-accordo entro il 2020, seguito da altre mini-soluzioni nel tempo, mentre Londra negozierà accordi con altri Paesi. Perché il processo in tutto durerà almeno 6-7 anni».

E se l’Ue non lo permettesse?
«Tutti vorranno arrivare a patti e alla fme si arriverà ai mini-accordi, mantenendo tariffe e dazi a zero su quasi tutto il commercio. Anche perché l’Ue è cresciuta molto poco negli ultimi anni, come noi. La Brexit è ormai una realtà, dovete capirlo».

Niente sorprese quindi?
«Nel sistema politico del Regno Unito, un governo con una maggioranza monsrtre di 80 deputati decide tutto, il Parlamento diventerà irrilevante. Sarà una dittatura parlamentare. Downing Street deciderà tutto d’ora in poi».

Lei ha lasciato i tories mesi fa perché considerava il partito in mano agli estremisti. Ora cosa la rende positivo?
«Johnson dovrà tenere una linea moderata, soprattutto dal punto di vista commerciale, e non estremista, come invece vogliono i brexiter che aspirano a modelli economici di tipo asiatico, con sempre meno welfare. Dovrà conservare il voto degli operai del Nord».

Ma Johnson è un populista.
«Certo. Ma un populista buono, non come Donald Trump. Non fa politica per scopi personali».

I commenti di Johnson e quelli della ministra dell’Interno Priti Patel contro i cittadini Ue sono però sempre più pesanti.
«Il problema è che soprattutto i migranti dall’est Europa hanno limitato la nostra automazione e hanno sfavorito la formazione di molti britannici non qualificati, perché arrivavano già istruiti e facevano ogni tipo di lavoro prendendo il salario minimo. Questo cambierà presto. I cittadini Ue saranno equiparati agli altri stranieri».

Lei è stato per tanti anni un protagonista nel governo, come è arrivata questa svolta di Johnson sulla Brexit?
«A Parigi e Berlino in tanti speravano in un secondo referendum. Ma poi circa sei mesi fa la Germania ha cambiato idea: e insieme all’Ue hanno deciso di smettere di combattere la Brexit. L’incertezza del Regno Unito avrebbe creato gravi problemi anche a loro. Merkel è stata cruciale».

Lei era un “Remainer”: mancherà l’Europa al Regno Unito?
«Sono sempre stato un grande sostenitore del mercato unico, di cui abbiamo beneficiato molto. Ma il progetto politico e monetario dell’Ue non ha molte speranze perché sarà difficile conciliare anime e sensibilità diverse. Ma la cosa che mi spiace di più della Brexit è che i britannici non hanno capito quanto negli anni abbiamo cambiato, in meglio, la Ue»

Antonello Guerrera | La Repubblica | 18.12.2019

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