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Politica e lingue

L’ingegner Gadda e l’inglese bocciato al Politecnico

Fatti di vita.

Le cinque giornate di Milano

Breve antefatto: il Consiglio di Stato ha bocciato la decisione del Politecnico di Milano di tenere corsi di laurea interamente in inglese (conformandosi a una sentenza del 2017 della Corte costituzionale).
L’advisory board (sic) del Politecnico ha comprato qualche giorno fa una pagina del Corriere della Sera pubblicando un appello a sostegno dell’insegnamento in inglese, firmato da alcuni ex studenti illustri, dal senatore a vita Renzo Piano all’ex presidente di Confindustria Giorgio Squinzi: “L’ingegneria, l’architettura e il design sono parte del Made ín Italy che può e deve competere sui mercati internazionali. Per questo la conoscenza della lingua inglese diventa essenziale e garantisce il diritto al lavoro”.  Se i sopracitati illustri non si offendono, tra gli ex studenti del futuro Poli (ai tempi Regio Istituto Tecnico Superiore) potremmo ricordare anche tal Carlo Emilio Gadda, il cui straordinario uso della lingua ha dato gran lustro alla patria. Come ha detto Stefano Bartezzaghi a proposito della sua formazione tecnica, “Gadda era perfettamente ‘bilingue’ (perfetto scrittore, perfetto ingegnere) e ha saputo raccontare complesse equazioni nel suo linguaggio irresistibile”. Non di solo inglese.
Torniamo ai nostri giorni. Il manifesto dell’orgoglio internazionale è stato scritto in italiano (verosimilmente perché tutti potessero capirlo), e noi in italiano obietteremo. Intanto sulle parole: “competere” e “mercati”. Vero: l’Università è il luogo della formazione più specialistica. Ma le sentenze non vietano affatto l’insegnamento in inglese in una facoltà in cui è particolarmente utile, si limitano a impedire la rimozione dell’italiano. Perché l’istruzione non serve solo a creare sapere tecnico, ma anche a formare cittadini consapevoli. La questione della lingua è ben più complessa e fondante, è una questione politica.  Come ha scritto sul Domenicale del Sole Lorenzo Tomasin — linguista e professore all’Università di Losanna, autore del recente L’impronta digitale (Carrocci) — “Per uscire dall’improvvisazione, sarebbe forse meglio lasciare le decisioni di politica linguistica a chi ha titolo per parlarne anziché a orecchianti e tifosi, proprio come agli ingegneri — e non ai dilettanti — si affida la soluzione di problemi tecnici non meno ardui”.  La centralità politica della lingua attraversa la storia dell’Italia unita: non per nulla Luigi Settembrini, letterato e patriota, sosteneva che per fare una buona lingua serve un buon Paese. Ed è un’affermazione che si può leggere anche al contrario. Giuseppe Antonelli in Un italiano vero (Rizzoli, 2016) racconta che dopo il 1861 per accedere al diritto di voto bisognava dimostrare di possedere un certo livello di competenza linguistica. Il tema per l’ammissione alle liste elettorali assegnato nel 1899 in un Comune dell’alto Lazio era: “Un vostro amico vi ha invitato a pranzo. Gli rispondete che non potete andarci perché vostro padre è malato e non potete lasciarlo solo”. Il candidato Fracassi Emilio provò a cominciare così: “Stimatissimo à mico mi ai vitato a pranzo gli rispondete che non potete andarci, per che mio patre sta è malato enon potete la sciarlo solo”. Il voto fu 5 e lui, come tanti, fu escluso dai diritti politici.
“L’italiano non è mai stato uguale per tutti”. A questo proposito, gli ultimi rapporti dell’Ocse rivelano dati sconvolgenti sul tasso di analfabetismo funzionale: il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi per elaborare le informazioni richieste, contro il 49% della media dei 24 Paesi partecipanti. Livelli simili a quelli dell’Italia post unitaria, appunto, quando l’analfabetismo era al 74%: ci sono ancora tantissimi Fracassi Emilio e questo dovrebbe preoccuparci molto di più dei mercati e della competitività.

Silvia Truzzi|il Fatto Quotidiano|12.04.2018|P.11

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