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Politica e lingue

Licei (e non solo): flop del Clil

No english tax

Licei, flop dei corsi in inglese: poche ore e prof impreparati

Niente teacher in classe a far lezione e il Clil viene bocciato alla maturità. Anzi non viene neanche ammesso agli esami. Una bocciatura in tronco, quella della materia non linguistica insegnata in lingua straniera, che arriva dopo anni di sperimentazione nelle scuole ma mai veramente decollata. La metodologia Clil, acronimo di Content and Language Integrated Learning, è stata inserita tramite decreti attuativi nel 2010, con l’allora ministra all’istruzione Maria Stella Gelmini, e prevede l’introduzione obbligatoria dell’insegnamento di una disciplina non linguistica in una lingua straniera nell’ultimo anno dei licei e degli istituti tecnici e di due discipline non linguistiche in lingua straniera nei linguistici a partire dal terzo e quarto anno. Nella maggior parte dei casi la lingua straniera utilizzata è quella inglese: un metodo innovativo che aiuta gli studenti ad apprendere meglio l’inglese, cogliendone anche i termini tecnici o specialistici legati ad una materia specifica come possono essere la storia, la storia dell’arte o la fisica.

L’ultimo anno
La metodologia Clil è stata poi rilanciata e potenziata con la riforma della Buona Scuola, la 107 del 2015. Trattandosi di un obbligo che coinvolge i ragazzi dell’ultimo anno, va da sé che la materia da studiare in inglese arriva a far parte degli esami di maturità. Durante i quali gli studenti dovrebbero ritrovarsi a fare i conti con le domande in inglese nella prova orale o nella terza prova, in base alla materia utilizzata durante l’ultimo anno per il Clil. Ma non sarà così per tutti. Anzi, molti dei maturandi non hanno mai svolto il Clil a scuola e quindi per loro non sarà presente neanche all’esame di Stato. Si tratta di tutte quelle classi in cui, per mancanza di disponibilità di docenti preparati anche in inglese, il Clil non è mai partito. E non sono poche. Secondo un recente sondaggio svolto dal portale per studenti Skuola.net (molto attento alle dinamiche legate alla maturità), il 53% dei ragazzi intervistati che frequentano il quinto anno dei licei classici e scientifici e degli istituti tecnici non ha svolto il Clil. Tra coloro che lo hanno fatto, uno su 2 ha svolto meno del 10% delle ore in inglese e uno su 4 solo il 25%. Ben 7 su 10, inoltre, pur avendo studiato con il Clil non hanno mai svolto simulazioni in classe per prepararsi all’esame di maturità e solo il 13% si sente davvero preparato. Tra coloro, invece, che non hanno mai avuto una lezione con il metodo Clil, il 70% non ne conoscono il motivo. «Il motivo è semplice – spiega Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi di Roma e del Lazio – molti docenti non sono preparati per insegnare la loro materia in un’altra lingua. La formazione degli insegnanti in questo senso, infatti, è episodica». Il ministero dell’istruzione organizza corsi di inglese di livello B1 e B2 per i docenti ma i numeri non sono ancora sufficienti per coprire tutte le classi dell’ultimo anno delle superiori, dove il Clil è obbligatorio.

Alle Primarie
Con la legge della Buona Scuola, inoltre, è stata inserita la possibilità dell’insegnamento tramite Clil anche alle scuole elementari e medie quindi ai corsi di formazione vanno ad aggiungersi anche le maestre della primaria. I numeri crescono di anno in anno ma la copertura ancora non c’è. Per l’anno scolastico 2017-2018, ad esempio, il ministero di viale Trastevere ha stanziato un milione e mezzo di euro da dividere nelle varie Regioni per la formazione di 4580 docenti. Sono stati finanziati infatti 76 corsi di inglese per un massimo di 2660 docenti con un livello di preparazione linguistica almeno B2 e 64 corsi per 1920 docenti con un livello almeno B1, per il raggiungimento del livello B2/C1. Ma non solo. «Un altro problema serio da affrontare è la natura volontaristica della partecipazione al Clil – continua Rusconi – i docenti non hanno incentivi né ricompense per farlo. Scelgono di partecipare solo su base volontaria senza possibilità di far carriera. In questo modo accade che i ragazzi delle scuole italiane non hanno tutti la stesse possibilità di apprendimento».

Lorena Loiacono | ilmessaggero.it | 6.5.2018

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