L’evoluzione dell’italiano secondo Sabatini

Parole nuove e vecchi errori «A me mi…» si usa da 800 anni

Le lingue vive evolvono nel tempo, ma per difenderle bisogna usarle

L’ EVOLUZIONE

di Francesco Sabatini

(Presidente dell’Accademia della Crusca)

Le lingue vive evolvono nel tempo. Nessuno ne dubita. Ma del loro mutare, l’uomo comune e il linguista hanno un’idea, o almeno una percezione, molto diversa. Il comune parlante, anche istruito, osserva la lingua in superficie: registra l’arrivo di parole nuove oppure scopre intorno a sé, ogni tanto, un uso contrastante con quel che gli avevano insegnato a scuola, e di solito vi vede corruzione. «A me mi non si dice…», affermano categoricamente ancora molti. Il linguista, con i suoi strumenti, va più a fondo e trova, per restare all’esempio, che quel costrutto circola almeno da ottocento anni (è già in testi illustri del ‘ 200), non ha mai cessato di esistere e ha la sua ragion d’essere: nel comunicare concretamente con qualcuno è infatti normale anticipare il tema (a me «per quanto riguarda me») rispetto a ciò che poi si specifica (mi piace). Si tratta di un meccanismo utile per parlare con scioltezza, che talora passa, magari per l’inserirsi di un inciso, anche nello scritto, quando vogliamo dargli pari efficacia. «A me, per essere sincero, questo scambiarsi premi tra critici e scrittori non mi è mai piaciuto» potrà scrivere tranquillamente un recensore sulla terza pagina di un quotidiano. Gli esempi abbondano nella saggistica «leggera» e nella moderna narrativa. Di fronte a questo e ad altri casi analoghi (certi usi dell’indicativo per congiuntivo, che sono anche in Dante: «cred’ io ch’ei credette…»; il lui con funzione di soggetto), il citato uomo comune potrebbe però ancora pensare che l’evoluzione della lingua consista, in ultima analisi, in una finale resa ad antiche e non estirpate corruttele. Il fatto è che il sapere linguistico dei più è stato modellato, specie in Italia, da una tradizione scolastica che ha a lungo fondato lo studio della lingua sulla descrizione puramente grammaticale, che per sua natura può solo presentare il sistema virtuale della lingua, cioè il suo funzionamento senza le persone vere sulla scena. Queste invece, come sa il linguista, quando comunicano, utilizzano quel sistema in vario modo, secondo le condizioni del rapporto comunicativo: spesso compiendo ellissi (sottintesi o contrazioni di formule) che modificano in superficie la forma degli enunciati, specie in testi di una certa elasticità, affidati a una maggiore collaborazione interpretativa del ricevente, non però nei testi più rigidi, che tendono a una validità extrasituazionale. Le citazioni d’autore, che spesseggiano nelle grammatiche più consapevoli e accurate (come quella di Serianni), permettono di rimediare all’astrazione propria del sistema grammaticale, ma possono sembrare casi particolari, concessioni «stilistiche», piccole deviazioni, se non vengono dal lettore considerate tutte insieme in una chiara prospettiva comunicativa della lingua. È la prospettiva che, appunto, stentiamo a individuare nella situazione italiana, dove la prolungata assenza di un uso della lingua veramente vivo – cioè praticato oralmente e per diverse funzioni da una parte consistente, e dotata di vari poteri, della società – non fece riconoscere valore di norma ai suoi usi comunicativi. In sostituzione dell’ «autorità sociale», a stabilire la norma dell’ uso si applicarono da noi, fin dai primi anni del Cinquecento, i grammatici: assolutamente benemeriti per il loro lavoro, ma capaci sostanzialmente di ricavare dai testi, con procedimenti logicizzanti, solo le strutture del «sistema», raramente le regole della pragmatica. Le quali, perciò, vanno ancora oggi recuperate per altre vie: dall’uso attuale e attraverso la ricerca storica nell’uso di molti secoli fa. Come fece a intuito Manzoni, ma ora è dato appoggiarsi alle moderne scienze linguistiche, che possono illuminare efficacemente da vari lati la nostra complessa vicenda linguistica. Osservando con questi occhiali il campo della lingua italiana dei nostri giorni, la questione della sua «evoluzione» si fa, tutto sommato, più semplice. Molti fenomeni malvisti dalla grammatica-norma come deviazioni recenti diventano proprietà naturali. La vera evoluzione va invece cercata altrove: ad esempio, nella crescente abitudine di eliminare le preposizioni per formare unità lessicali nuove (busta paga, fine settimana) o per stringere meglio catene di termini (reparto confezioni uomo inverno); nel connesso uso di abbreviazioni e acronimi (TFR, TAV); nella preferenza per aggettivi in -ale al posto di espressioni con preposizioni (politica occupazionale). Tutti segni di una forte tendenza alla brevità, la stessa che fa proliferare nei giornali titoli del tipo Primarie, saremo in tanti («Alle primarie…», Corsera del 22 u.s.): nuovo conio dell’antichissimo anacoluto. E naturalmente, bisogna guardare alle tante parole nuove, tratte di peso, adattate o tradotte, da altre lingue. Siamo però al livello della parte superficiale del lessico: è quella che dà l’impressione del gran movimento della lingua, come la superficie del mare in tempesta, che è colpita dal vento, mentre poco sotto (siamo al lessico fondamentale) le acque si muovono appena e più in profondo (siamo alla struttura grammaticale) si hanno solo le correnti in marcia lentissima e silenziosa. «La lingua, creata da tutte le classi della società, grazie agli sforzi di centinaia di generazioni, ha una struttura grammaticale e un fondo lessicale essenziale che si trasformano in modo estremamente lento»: parola di Stalin (1950), contro i seguaci del compagno Marr, che si aspettavano dalla rivoluzione comunista anche un radicale cambiamento della lingua russa. Le lingue, dunque, hanno un’intrinseca forte resistenza. Per «difenderle» – lo dico a certi rinunciatari o disfattisti – vanno solo usate intensamente: con tutti i mezzi e in tutti i campi possibili.

(Dal Corriere della Sera, 25/4/2007).

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  • Parole nuove e vecchi errori «A me mi…» si usa da 800 anni

    Le lingue vive evolvono nel tempo, ma per difenderle bisogna usarle

    L’ EVOLUZIONE

    di Francesco Sabatini

    (Presidente dell’Accademia della Crusca)

    Le lingue vive evolvono nel tempo. Nessuno ne dubita. Ma del loro mutare, l’uomo comune e il linguista hanno un’idea, o almeno una percezione, molto diversa. Il comune parlante, anche istruito, osserva la lingua in superficie: registra l’arrivo di parole nuove oppure scopre intorno a sé, ogni tanto, un uso contrastante con quel che gli avevano insegnato a scuola, e di solito vi vede corruzione. «A me mi non si dice…», affermano categoricamente ancora molti. Il linguista, con i suoi strumenti, va più a fondo e trova, per restare all’esempio, che quel costrutto circola almeno da ottocento anni (è già in testi illustri del ‘ 200), non ha mai cessato di esistere e ha la sua ragion d’essere: nel comunicare concretamente con qualcuno è infatti normale anticipare il tema (a me «per quanto riguarda me») rispetto a ciò che poi si specifica (mi piace). Si tratta di un meccanismo utile per parlare con scioltezza, che talora passa, magari per l’inserirsi di un inciso, anche nello scritto, quando vogliamo dargli pari efficacia. «A me, per essere sincero, questo scambiarsi premi tra critici e scrittori non mi è mai piaciuto» potrà scrivere tranquillamente un recensore sulla terza pagina di un quotidiano. Gli esempi abbondano nella saggistica «leggera» e nella moderna narrativa. Di fronte a questo e ad altri casi analoghi (certi usi dell’indicativo per congiuntivo, che sono anche in Dante: «cred’ io ch’ei credette…»; il lui con funzione di soggetto), il citato uomo comune potrebbe però ancora pensare che l’evoluzione della lingua consista, in ultima analisi, in una finale resa ad antiche e non estirpate corruttele. Il fatto è che il sapere linguistico dei più è stato modellato, specie in Italia, da una tradizione scolastica che ha a lungo fondato lo studio della lingua sulla descrizione puramente grammaticale, che per sua natura può solo presentare il sistema virtuale della lingua, cioè il suo funzionamento senza le persone vere sulla scena. Queste invece, come sa il linguista, quando comunicano, utilizzano quel sistema in vario modo, secondo le condizioni del rapporto comunicativo: spesso compiendo ellissi (sottintesi o contrazioni di formule) che modificano in superficie la forma degli enunciati, specie in testi di una certa elasticità, affidati a una maggiore collaborazione interpretativa del ricevente, non però nei testi più rigidi, che tendono a una validità extrasituazionale. Le citazioni d’autore, che spesseggiano nelle grammatiche più consapevoli e accurate (come quella di Serianni), permettono di rimediare all’astrazione propria del sistema grammaticale, ma possono sembrare casi particolari, concessioni «stilistiche», piccole deviazioni, se non vengono dal lettore considerate tutte insieme in una chiara prospettiva comunicativa della lingua. È la prospettiva che, appunto, stentiamo a individuare nella situazione italiana, dove la prolungata assenza di un uso della lingua veramente vivo – cioè praticato oralmente e per diverse funzioni da una parte consistente, e dotata di vari poteri, della società – non fece riconoscere valore di norma ai suoi usi comunicativi. In sostituzione dell’ «autorità sociale», a stabilire la norma dell’ uso si applicarono da noi, fin dai primi anni del Cinquecento, i grammatici: assolutamente benemeriti per il loro lavoro, ma capaci sostanzialmente di ricavare dai testi, con procedimenti logicizzanti, solo le strutture del «sistema», raramente le regole della pragmatica. Le quali, perciò, vanno ancora oggi recuperate per altre vie: dall’uso attuale e attraverso la ricerca storica nell’uso di molti secoli fa. Come fece a intuito Manzoni, ma ora è dato appoggiarsi alle moderne scienze linguistiche, che possono illuminare efficacemente da vari lati la nostra complessa vicenda linguistica. Osservando con questi occhiali il campo della lingua italiana dei nostri giorni, la questione della sua «evoluzione» si fa, tutto sommato, più semplice. Molti fenomeni malvisti dalla grammatica-norma come deviazioni recenti diventano proprietà naturali. La vera evoluzione va invece cercata altrove: ad esempio, nella crescente abitudine di eliminare le preposizioni per formare unità lessicali nuove (busta paga, fine settimana) o per stringere meglio catene di termini (reparto confezioni uomo inverno); nel connesso uso di abbreviazioni e acronimi (TFR, TAV); nella preferenza per aggettivi in -ale al posto di espressioni con preposizioni (politica occupazionale). Tutti segni di una forte tendenza alla brevità, la stessa che fa proliferare nei giornali titoli del tipo Primarie, saremo in tanti («Alle primarie…», Corsera del 22 u.s.): nuovo conio dell’antichissimo anacoluto. E naturalmente, bisogna guardare alle tante parole nuove, tratte di peso, adattate o tradotte, da altre lingue. Siamo però al livello della parte superficiale del lessico: è quella che dà l’impressione del gran movimento della lingua, come la superficie del mare in tempesta, che è colpita dal vento, mentre poco sotto (siamo al lessico fondamentale) le acque si muovono appena e più in profondo (siamo alla struttura grammaticale) si hanno solo le correnti in marcia lentissima e silenziosa. «La lingua, creata da tutte le classi della società, grazie agli sforzi di centinaia di generazioni, ha una struttura grammaticale e un fondo lessicale essenziale che si trasformano in modo estremamente lento»: parola di Stalin (1950), contro i seguaci del compagno Marr, che si aspettavano dalla rivoluzione comunista anche un radicale cambiamento della lingua russa. Le lingue, dunque, hanno un’intrinseca forte resistenza. Per «difenderle» – lo dico a certi rinunciatari o disfattisti – vanno solo usate intensamente: con tutti i mezzi e in tutti i campi possibili.

    (Dal Corriere della Sera, 25/4/2007).

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