L’EUSKARA, UNA LINGUA MINORIZZATA 15/12/95

Paolo Gambi, Rinascimento poetico

L’EUSKARA, UNA LINGUA MINORIZZATA

Da "Frontiere" anno VI n.2, estate 1995

Il governo francese ha perfezionato nei dettagli un progetto di legge del ministro Jacques Toubon, fautore di una campagna (ma Bretoni, Corsi e Baschi l’hanno definita "crociata") linguistica con cui si vuole uniformare ulteriormente lo Stato attraverso l’uso obbligatorio del francese. In base a questo progetto, tutti i documenti – ufficiali e non – dovranno essere scritti integralmente in francese. Chi non si atterrà a queste direttive infrangerà automaticamente la legge e incorrerà in pesanti multe.
In teoria, queste iniziative del Governo Francese dovrebbero rappresentare un’argine contro la sempre più capillare diffusione dell’inglese (sopratutto nei settori tecnici e commmerciali) e sarebbero quindi del tutto leggittime. In pratica, invece, rischiano di avere scarsa efficacia sulla diffusione dell’inglese, ma di avere un effetto devastante soprattutto sulle lingue periferiche come l’EUSKARA.
La repressione linguistica operata dalla stato francese è di vecchia data. Nel 153, Francesco I firmò un’ ordinanza che imponeva ai tribunali l’uso esclusivo del francese. Fu senza dubbio il primo passo in un’epoca in cui Ipparalde godeva ancora di una certa autonomia, grazie alle sue istituzioni tradizionali. Un secolo dopo, la nascita dell’ACCADEMIA DELLA LINGUA rappresentò un ulteriore passo avanti nel fare della lingua francese l’elemento unificante del territorio.
La rivoluzione del 1789 impose l’uso del francese a tutte le nazionalità presenti nell’esagono. Questo comportò una vera e propria criminalizzazione dell’euskara, del bretone, del corso… Il vero obbiettivo dei cosidetti CAVALIERI DELLA LINGUA era quello di salvaguardare l’unità e la coesione dello Stato francese (a spese dei popoli minorizzati, naturalmente).
Ai nostri giorni lo sviluppo del concetto di "francofonia" è condizionato da vari fattori, interni ed esterni.
In primo luogo, la fine dell’impero coloniale ha comportato la rinascita di tutte quelle lingue che in passato erano state schiacciate dal francese, anche attraverso l’omologazione delle colonie alla "cultura" esportata dalla metropoli. Le lingue tradizionali, sia in Asia che in Africa, erano state considerate alla stregua di un modo volgare e poco colto di esprimersi. In compenso, ogni occasione era buona per celebrare la grandeur francese. Attualmente, salvo un rilancio della politica d’oltremare, queste ocasioni sono senz’altro meno frequenti.
In secondo luogo, l’amministrazione francese – e questa è una storia che si perde nei secoli – mal tollera qualsiasi espressione culturale al di fuori di quelle che derivano dalla sua politica di omologazione; una politica che, sostanzialmente, definisce l’identità francese sulla base dell’uso di una determinata lingua e solo di quella.
Il terzo aspetto è legato ai cambiamenti degli ultimi decenni (questa è la questione maggiormente emersa al momento di presentare all’opinione pubbblica i progetto di Toubon): l’implacabile avanzata dell’inglese rispetto al francese. Con questa ultima operazione si conferma una sostanziale continuità dei vari governi: Pompidou creò a suo tempo l’ALTO COMMISSARIATO PER LA DIFESA DELLA LINGUA FRANCESE e, nel 1985, Mitterand promulgò diverse norme al riguardo.
Non è esagerato, viste le premesse, sostenere che il progetto Toubon deriva da una visione quasi integralista delle questioni linguistiche. La nuova legislazione rappresenta sicuramente una seria minaccia per le lingue minorizzate dell’Esagono. <­<­Continuando in questa direzione – era scritto su un volantino distribuito dagli abertzale – nel giro di qualche anno, non solo scrivere ma anche parlare in euskara sarà un reato. Creeranno per impedirlo un apposito corpo di polizia?>> .
La domanda è tutto fuorché retorica. Le percentuali di coloro che parlano e utilizzano l’euskara nelle diverse regioni sono significative: Bizkaia 17%, Alava7% Guipuzkoa 44%, Navarra 11%, Lapurdi 24%, Bassa Navarra 72%, Zuberoa 60%; in Hegoalde (Euskadi sud), i 67% della popolazione parla unicamente il castigliano, mentre il basco Š utilizzato abitualmente come lingua di comunicazione solo dal 10%.
Le ragioni di questa regressione sono in parte storiche e risalgono alla politica di immigrazione massiccia nelle zone industriali basche adottata dal franchismo, per motivi economici, ma anche per trasformare i caratteri etnico-culturali della nazione basca; a ciò si è aggiunto, fino ad un’epoca recente, il peso linguistico delle istituzuioni – esercito compreso – e dell’amministrazione. Oggi, la politica di promozione linguistica si è rivelata insufficiente, malgrado l’esistenza di una radio e di una televisione basche (ETB) e della possibilità di seguire corsi in basco in alcune discipline universitarie.
Alle carenze istituzionali hanno cercato di supplire numerose associazioni e movimenti per la dinamizzazione culturale e linguistica.

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