L’Europa rischia, sul Patto riforma vera

17/01/2005, Il Giornale, pag. 20

«L’Europa rischia, sul Patto riforma vera»

Baldassarri: bisogna introdurre la «golden rule». L’Italia vuole rigore ma anche sviluppo

GIAN BATTISTA BOZZO

da Roma

«Nessuno chiede sconti sul Patto di stabilità. Però, se non si cambia la qualità dei parametri di Maastricht, introducendo la golden rule, l’Europa è condannata a stagnare». Mario Baldassarri è appena ritornato a Roma da Francoforte, dove ha incontrato i vertici della Banca centrale europea. E nel suo studio al ministero dell’Economia scuote il capo davanti alle proposte del commissario europeo agli Affari economici, Joaquin Almunia. «Qui si sta correndo un grave rischio – dice il viceministro dell’Economia -: che la revisione del Patto si riveli un pasticcio di comodo per qualcuno e di grave pericolo per qualcun altro».

Oggi a Bruxelles si tiene un importante vertice dei ministri finanziari sul Patto di stabilità e la Commissione vi si presenta con proposte di revisione minimali, talora contraddittorie. La riforma, In questo modo, non rischia di essere inutile ai fini dello sviluppo economico dell’area euro?

«Oggi abbiamo un’Europa che si è autocondannata a una crescita economica che è la metà di quella americana e un quarto di quella asiatica. All’interno della stessa area dell’euro, ci sono poi Paesi con alta spesa pubblica e alta tassazione, come Francia, Germania e Italia, che crescono ancor meno. Servono dunque due interventi. Uno nazionale, ed è quello che abbiamo iniziato a fare noi: ridurre la spesa per tagliare le tasse. Il secondo intervento è di responsabilità europea: bisogna qualificare in modo più rigoroso Maastricht, realizzando anche gli obiettivi di sviluppo decisi a Lisbona. La teoria economica ha risposto a questa sfida trent’anni fa, e la rispostasi chiama golden rule, cioè pareggio di bilancio corrente e nessun limite alla spesa per investimenti. Con un’avvertenza: per impedire trucchi contabili, la parte investimenti del bilancio pubblico può esere soggetta alla certificazione dell’Unione Europea e della Bce».

Eppure di golden rule non si parla nel dibattito ufficiale sulla riforma del Patto. Né Almunia né il presidente di turno, il lussemburghese Junker, accettano di discuterne.

«E’ un atteggiamento che rischia di perpetuare pericolosamente quel che è avvenuto negli ultimi tre anni: ogni Paese fa quel che gli pare, i parametri restano un totem intoccabile ex ante e ognuno fa il proprio comodo ex post senza subire conseguenze. Ecco perché vedo due grandi rischi nel dibattito che si sta sviluppando in un modo che non mi piace per niente. Il primo grande rischio è che non si tocchi niente, e che ogni Paese

continui a fare quello che gli pare. Non mi sembra una gran soluzione. Il secondo è che la revisione del Patto di stabilità diventi per qualcuno un pasticcio di comodo, e per qualcun altro un pericolo, ingiusto e iniquo».

Perché «pasticcio»?

«Pasticcio è il non entrare nel merito del ragionamento sull’economia europea, ma semplicemente entrare nell’ottica secondo la quale non sì cambiano i parametri di Maastricht, ottenendo delle deroghe per un certo ammontare generico e per un periodo di tempo altrettanto generico. Invece di andare avanti con maggiore chiarezza e trasparenza si fa più confusione su parametri a cui nessuno crede più. E allora, chi è il vero europeista? Chi lo è a parole, ma che di fatto tiene l’Europa ferma al palo? Oppure chi, proprio perché crede nel ruolo dell’Europa, propone almeno di ragionare? Ma devo dire di più. Se si concedono deroghe arbitrarie sul deficit, mantenendo fermo il parametro del 3% senza introdurre novità, è fatale che queste deroghe vengano condizionate al livello del debito».

E infatti, questa sembra la strada scelta dalla commissione. Maggiore flessibilità sul deficit annuale ,ma solo per i Paesi a debito pubblico basso.

«A questa posizione la teoria economica ha dato da tempo una risposta. Un debito che scende dal 106% del Pil verso il 100% e poi sotto il 100%, come quello italiano, è stabile. Un debito del 60% che va verso il 70-80% significa invece instabilità. E sbagliato allora pensare di concedere deroghe ad alcuni Paesi in termini di deficit, consentendo di aumentare il loro debito e introducendo instabilità finanziaria nel sistema; per poi negare le stesse deroghe a Paesi come l’Italia, che invece stanno riducendo il debito. Altra cosa è la velocità di rientro dal debito: è un interesse nazionale (più è rapida, prima libero risorse per gli investimenti); ma ai fini europei quello che conta è la direzione».

Uno degli argomenti preferiti a Bruxelles è questo. l’Italia, con l’euro, ha avuto grossi vantaggi sulla spesa per interessi sul debito. Dovrebbe essere il primo Paese europeo a sostenere la linea del rigore.

«E ovvio che l’Italia, Paese ad alto debito, si sia avvantaggiata della riduzione dei tassi d’interesse. Ed è chiaro che vogliamo mantenere il rigore finanziario.

Ma proprio per questo motivo, l’Italia ha un fortissimo interesse alla ripresa dell’economia. Rigore e sviluppo sono le due gambe necessarie di un’unica strategia di politica economica».

Lei è stato venerdì a Francoforte a presentare il suo ultimo libro, titolato significativamente «Europa svegliati», e ha incontrato i vertici della Bce. Avete parlato anche di politica monetaria? Da molti mesi la Bce è accusata di non fare abbastanza per la ripresa economica dell’area euro.

«Una politica monetaria più accomodante, da sola, non servirebbe a nulla; non sono i tassi d’interesse da soli a poter risolvere i problemi. della crescita economica europea. Tuttavia, non è vero che la Bce deve guardare alle proprie responsabilità con un occhio aperto (quello sull’inflazione) e uno chiuso (sulla crescita). Deve mantenerli bene aperti tutti e due. A tutto questo va aggiunta la situazione palesemente anomala che da un anno e mezzo si è creata sul mercato dei cambi: l’imponente apprezzamento dell’euro, dovuto a un’altrettanto imponente indebolimento del dollaro. Un fatto che rischia di far avvitare l’economia europea, ma anche quella mondiale, in un pericolosissimo circolo perverso».

Che cosa dovrebbero fare l’Europa e la Bce in proposito?

«L Europa deve svegliarsi, chiedendo agli Stati Uniti di affrontare insieme i problemi, facendo chiarezze sul «chi fa che cosa». La questione è globale: la crescita europea interessa gli Usa, il deficit americano interessa gli europei, e i due fenomeni insieme minano la stabilità dell’economia mondiale. Su questo, anche l’Asia dovrebbe riflettere. Ed è quello che ho detto ai miei amici della Bce».

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