L’EUROPA PARTE VELOCE MA IL SEGUITO SARÀ IN SALITA

Primati e prove. 

L’EUROPA PARTE VELOCE MA IL SEGUITO SARÀ IN SALITA. 

di FRANCO VENTURINI. 

Se il buon anno si vedesse dal primo gennaio come il buon giorno si vede dal mattino, il 2014 sarebbe per l’Euopa un anno trionfale. Ieri la Lettonia ha sovranamente deciso di diventare il diciottesimo Paese dell’eurozona, alla faccia dei catastrofisti che dalla moneta unica vorrebbero uscire. Ieri i cittadini romeni e bulgari hanno conquistato il diritto a lavorare senza restrizioni in tutto il territorio della Ue, a dispetto della strenua resistenza della Gran Bretagna e, sottovoce, di altri governi che temono di essere «invasi». 
Da ieri la vigilanza sul sistema creditizio europeo è passata alla Bce guidata da Mario Draghi. Ieri Bruxelles e la presidenza semestrale greca hanno annunciato una «offensiva a favore dei giovani» basata sull’ampliamento del programma Erasmus. E non escludo di aver 
dimenticato qualcosa, tra un brindisi e l’altro. Ma inducono davvero all’ottimismo, i fuochi d’artificio del Capodanno europeo? In parte, in una piccola parte, la risposta è positiva. Una Europa che spesso ci appare paralizzata dimostra di non esserlo, la Lettonia firma una cambiale di fiducia anche se la sua scelta è influenzata dalla volontà di allontanarsi dalla Russia (qualcosa di simile a quello che vediamo nelle piazze di Kiev), non ci saranno «invasioni» dall’Est, la nuova responsabilità della Bce è un cruciale primo passo sulla via di una Unione Bancaria ancora da completare, e un Erasmus meglio finanziato può soltanto allargare le scarse opportunità delle nuove generazioni. Ci ha detto, questo primo giorno dell’anno, che l’Europa è sveglia anche quando ci sembra assopita, che la ruota malgrado tutto continua a girare. Non è poco, se si pensa che un po’ ovunque nella Ue si vanno infoltendo le schiere degli eurostanchi che vorrebbero, non si capisce come o a quale prezzo, tornare indietro. Non diamo la colpa ai popoli, che talvolta vengono considerati la sorgente 
del populismo anti-europeo. Come potrebbe mai esistere un popolo contento e pronto al consenso, mentre viene impoverito e sottoposto a sacrifici severi? I populisti antieuropei sono piuttosto coloro (politici in testa) che tentano di sfruttare a proprio vantaggio elettorale le sofferenze dei popoli, e proprio per questo rappresentano una seria minaccia non solo contro l’Europa, ma anche contro la democrazia. E tuttavia, se si pone correttamente la questione del populismo, non si può essere contenti di quanto fanno (o non fanno) l’Europa e gli europeisti. La chiave di tutto non è mutata negli ultimi anni, e non è mutata nemmeno dopo le tanto attese elezioni tedesche: il rigore finanziario è sacrosanto (e molto tardivo per l’Italia); le riforme strutturali sono necessarie anche se non è vero che debbano ispirarsi a un solo modello di successo (quello della Germania); ma dato che in democrazia tutto ciò non può essere disgiunto dalla libertà di espressione (anche irresponsabile) e dalle verifiche elettorali, è ancora possibile trovare forme di gradualismo che evitino di uccidere il malato in nome di una controversa neoideologia? Progressi ne sono stati fatti, non ultimi quelli sull’Unione Bancaria: imperfetti, sì, ma pensate a quale segnale avrebbe lanciato un fallimento. E tuttavia il ritmo di marcia è troppo lento, se paragonato a quello di chi strumentalizza gli umori popolari. E le elezioni, a cominciare proprio da quelle europee, sono troppo vicine. E ancora, mentre l’Europa non riesce a «produrre» (per esempio programmi veri per l’occupazione), tende a prevalere anche da noi un ottimismo di maniera. L’Italia aggancerà la ripresa, crescerà, il semestre italiano servirà a far cambiare le cose, dei molti miliardi che dovremo produrre dal primo gennaio 2015 per far calare il debito pubblico si parla poco, e così incoraggiando. Con il rischio poi di deludere. Qualche volta ho nostalgia di Churchill, quello che promise lacrime e sangue. Ma vinse la guerra. 
(Dal Corriere della Sera, 2/1/2014).

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