L’EUROPA E LE MINORANZE SILENZIOSE

L’Europa e le minoranze silenziose

KHALED FOUAD ALLAM


E SOLO da qualche giorno che si è riunito il Parlamento europeo con i nuovi soggetti,i nuovi popoli che la storia del secolo scorso aveva strappato dalle proprie radici:ed è questo il Parlamento europeo che segna l’ingresso nel XXI secolo. Ora l’Europa orientale poco a poco si riconiuga con l’Europa occidentale;e l’Europa,una e multipla,così bella,così ricca,quell’Europa che attraverso due guerre mondiali e il muro di Berlino aveva negato se stessa,oggi celebra quelle nozze che il secolo buio aveva impedito.

Ma questa nuova Europa che si sta prefigurando rischia di perpetuare una sua malattia endemica;l’impotenza a dar voce a quelle che oggi rappresentano le nuove minoranze nazionali,alle nuove diaspore mondiali dell’immigrazione,coloro che sono ormai cittadini europei ma continuano ad essere visualizzati e considerati come estranei. Guardando ai risultati delle elezioni europee,sono meno di una decina i candidati di origine extracomunitaria che sono riusciti a varcare la soglia del parlamento europeo:tra essi un candidato di origine turca eletto tra i verdi tedeschi,un inglese di origine pakistana eletto nelle liste dei liberaldemocratici inglesi,un francese di origine algerina eletto nelle liste del partito socialista,un marocchino per i socialisti belgi,una marocchina per Ump francese. L’Italia non è riuscita a mandare in Europa nessun candidato proveniente dall’immigrazione,anzi la loro quasi assenza nelle liste italiane la dice lunga sulla difficoltà a pensare e a risolvere un punto che non è assolutamente marginale per i destini d’Europa,ma che anzi ne costituisce un nodo fondamentale:perché – che si tratti del velo,delle scuole cosiddette”islamiche”,della crescita esponenziale della presenza cinese,dell’integrazione delle popolazioni provenienti dall’India o dall’Africa- sono queste le presenze che oggi interrogano l’Europa,e non il contrario. Come governare il fenomeno,come trovare un linguaggio politico in grado di tradurre e comporre l’eterogeneità delle culture,presenti massicciamente nelle nostre città e nei nostri quartieri ma sottorappresentare nei partiti e nelle istituzioni? Gli immigrato talvolta trovano promozione e integrazione nei sindacati,ma questo non basta:i partiti fanno ancora fatica a capire la posta in gioco di questo fenomeno,e dunque non riescono ad avviare un’inedita modernità politica. Le parole multietnicità o transculturalità rimangono vuote se la politica non fornisce loro la possibilità di contribuire a inventare una nuova società;ma questa nuova società tarderà a venire se non si risolve il problema della rappresentanza. E’ un paradosso dei nostri tempi che all’epoca della colonizzazione quelli che erano chiamati indigeni fossero molto più rappresentati,certo,allora tutto rientrava nella logica del rapporto dominante – dominati,ma oggi il silenzio della politica rientra anch’esso in una dialettica della dominazione. Molti di loro che provengono dal mondo dell’immigrazione stanno facendo l’amara esperienza della solitudine in politica. Il silenzio della politica si spezza solo quando uno o più immigrati operano una trasgressione dei codici sociali, culturali e politici sui quali la società si è costruita. Così l’immigrazione finisce per diventare handicap,e la presenza dell’immigrato viene visualizzata essenzialmente nei temi legati alla sicurezza. Se è vero che dopo l’11 settembre le questioni della sicurezza sono diventate centrali,tuttavia il rischio per l’Europa è di creare una grave asimmetria fra le politiche della sicurezza e la complessa ma ineludibile questione dell’integrazione. Dopo aver negato le radici giudeo-cristiane d’Europa,si affaccia un altro rischio per questo fragile continente:quello di creare un muro fra esso e i popoli del silenzio che qui vivono ,spesso da oltre cinquant’anni. Costruire l’Europa significa darsi la capacità di pensare quell’Europa anche al di fuori di essa: ma per farlo è necessario essere consapevoli delle proprie radici,perché de non si parte da essa sarà difficile costruire e affrontare il complesso futuro che ci aspetta. Forse i nostri politici farebbero bene a leggere,o a rileggere,un testo di Jacques Derida che si chiama L’autrecap,in cui l’Europa è metafora di un altro capo del mondo che non si raggiunge mai ma che è tuttavia presente. L’identità europea risiede proprio in ciò:essa è una e multipla.



LA REPUBBLICA P.15
28-07-2004

Questo messaggio è stato modificato da: martina.zeppieri, 28 Lug 2004 – 18:52 [addsig]

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