Lettere al Corriere

ATTITUDINI

Imparare le lingue

Caro Romano, ho letto con sorpresa e rammarico, la sua risposta in cui, confortato da discutibili argomentazioni di fonetica, asseriva che molti meridionali avrebbero minori attitudini linguistiche. La minore diffusione della conoscenza delle lingue straniere tra la popolazione meridionale non è certo ricercabile nella «minore attitudine linguistica» della stessa, essendo altre e ben più complesse le cause di tale deficit. Molto più appropriato sarebbe stato un richiamo alla situazione di depressione economica e alle carenze dell’intera amministrazione statale, ivi comprendendo, ovviamente, il ramo della pubblica istruzione. Per non parlare delle carenze infrastrutturali e del settore dell’aerotrasporto che certamente non incentivano gli scambi culturali. Credo infine che sia difficilmente dimostrabile una maggiore attitudine linguistica della popolazione bergamasca o toscana, per esempio, rispetto a quella meridionale, fondandola sulla maggiore compatibilità fonetica di quei dialetti con gli idiomi stranieri. Giuseppe Marino Pizzo Calabro.
(Dal Corriere della Sera, 18/9/2006).

120 commenti

  • L’uso della lingua

    È iniziato il Tour de France e, contrariamente a quanto visto durante il Giro d’Italia, i riscontri sulla situazione della tappa e le distanze tra i vari gruppi, vengono titolati rigorosamente in francese, per far capire al pubblico, a scanso di equivoci, dove avviene la manifestazione. Graziano Nadali, Tolmezzo (Ud)
    (Dal Corriere della Sera, 30/6/2013).

  • La parola giusta

    Caro Romano, non si capisce per quale malefico ragionamento giornali e televisioni varie continuino a chiamare un clandestino, immigrato irregolare. Immigrato è quella persona che si reca in un altro Paese previa autorizzazione per lavorare. Se non si hanno i requisiti sono clandestini. Ci sono delle precise leggi per le quali un comunitario può risiedere in un altro Paese per tre mesi e dopo deve potere dimostrare di avere un reddito continuativo. Capisco che nell’Italia violare norme e leggi è lo sport nazionale ma, si presuppone che almeno la magistratura applichi le leggi, e non è questo il caso. Sono tutti tesi a incriminare Berlusconi, mentre le carceri e le strade sono piene di extracomunitari che hanno o commettono reati non considerando un clandestino un violatore della legge e rilasciandoli con un buffetto sulle guance. Espellendoli forzatamente si avrebbero due benefici: si vuotano le carceri e diminuiscono i reati risparmiando notevoli somme di denaro di cui gli italiani hanno un notevole bisogno. La lingua italiana è ben precisa e non si capisce quali bizantinismi vengano messi in atto per non chiamare le cose con il loro nome. Clandestini e non immigrato irregolare.
    Carlo Ferrazza , cferrazza@hotmail.com

    Fra gli immigrati possono esservi criminali, ma non mi sembra giusto che l’ingresso nel territorio nazionale di chi cerca lavoro o fugge da un Paese in guerra possa essere considerato un crimine. Quale sarebbe stato il suo atteggiamento dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando molti italiani attraversavano le Alpi per entrare clandestinamente in Francia? Esiste un buon film di Pietro Germi realizzato nel 1950 (Il cammino della speranza) che le consiglio di vedere.
    (Dal Corriere della Sera, 16/6/2013).

  • ARTICOLI DI GENERE
    Abitudini linguistiche

    Perché si insiste nel definire con un «la» (la Carfagna, la Boccassini ecc.), quando si tratta di una donna, mentre si parla dell’onorevole tale, del pm tal altro, in caso di uomini? Checché se ne dica, lo considero un malcostume e un retaggio del passato sessista.Isabella Coccolini, Napoli

    Fino a qualche anno fa nelle scuole italiane si diceva il Manzoni, il Leopardi, il Tasso, l’Ariosto e l’Alighieri. E a nessuno passava per la mente che quell’uso fosse discriminatorio o spregiativo. Oggi l’uso dell’articolo, effettivamente, è meno diffuso e gradito. Ma esiste un problema dovuto alle nostre abitudini linguistiche. Mentre nella vita quotidiana e nelle consuetudini giornalistiche dei Paesi di lingua inglese, della Francia e della Germania il sesso è quasi sempre indicato da un appellativo di genere (Mr. e Ms., Monsieur et Madame, Herr e Frau), in Italia Signore e Signora sono usati molto più raramente. Può accadere così che un giornalista, per ricordare al lettore che sta parlando di una donna, ricorra occasionalmente all’articolo femminile. Ma non intende mancarle di rispetto.
    (Dal Corriere della Sera, 3/6/2013).

  • INGLESE BANDITO / 2
    Livello troppo basso

    Quest’anno, all’inizio del mio corso di Farmacologia e Farmacoterapia (materia scientifica, che ben si presta a una trattazione in lingua inglese) ho chiesto ai miei 120 studenti, iscritti al III anno del corso di laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche: «Vorrei tenere le mie lezioni in lingua inglese; chi di voi sarebbe in grado di seguirmi?». Si sono alzate tre (dico 3!) mani. Qualcuno ha detto «dovrebbe parlare molto piano (intendeva lentamente)». Il problema quindi non è l’istituzione di interi corsi di laurea in lingua inglese (obbligatori!) e tanto meno di libertà di insegnamento. Il problema è quello di mettere lo studente che si iscrive all’università nelle condizioni di poter veramente recepire insegnamenti in grado di potergli consentire di competere sul mercato internazionale del lavoro. Guido Franceschini
    (Dal Corriere della Sera, 28/5/2013).

  • INGLESE BANDITO / 1
    Lavoro in casa propria

    Il Politecnico di Milano è stato «fermato» dal Tar nel suo tentativo di voler condurre tutto l’insegnamento in lingua inglese. È vero, ci dobbiamo aprire al mondo ed essere competitivi in campo internazionale, però prima non sarebbe il caso di imparare a lavorare in casa propria? Ad esempio l’Enac – Ente Nazionale Aviazione Civile – non riconosce crediti per i programmi di formazione in campo aeronautico del Politecnico di Milano che, invece, prevede per altri istituti universitari nazionali. Gino Codella
    (Dal Corriere della Sera, 28/5/2013).

  • Lessico del premier

    Caro Romano, quando parla del governo, il presidente del Consiglio Enrico Letta, ama ripetere «il mio governo», «i miei ministri», «i miei collaboratori». È un lessico, questo, che— secondo me — ha un vago e sgradevole sapore «proprietario». Preferirei che il premier dicesse «il governo da me presieduto», o «i membri del governo», oppure «i miei colleghi». Quest’ultima locuzione, oltretutto, sarebbe, sotto il profilo lessicale e giuridico, la più appropriata, perche il governo è, appunto, un organo collegiale.
    Domenico Zuppa, San Marco dei Cavoti (Bn)

    Il governo è un organo collegiale e il presidente del Consiglio italiano, purtroppo, è soltanto un «primo tra i pari ». Me se le cose andranno male, la colpa, agli occhi del Paese, sarà di Enrico Letta. Il governo, quindi, è inevitabilmente «suo».
    (Dal Corriere della Sera, 22/5/2013).

  • Didascalie in inglese

    Ho notato che al Giro d’Italia, trasmesso da Raitre, tutte le didascalie non sono anche in inglese (il che sarebbe una buona cosa), ma solo in inglese, il che mi sembra un po’ strano visto che si tratta di televisione italiana. Chi come me non sa l’inglese non potrebbe rifiutarsi di pagare il canone?
    Silvano Maino , silvano.maino@fastwebnet.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/5/2013).

  • Il premier le conosce

    Mi ha fatto molto piacere vedere la padronanza linguistica con la quale si è espresso, in inglese e francese, il presidente Letta durante il suo primo viaggio in Europa. Mi sembra un caso più unico che raro nel nostro attuale panorama politico e un ottimo esempio per la generazione che si sta formando.
    Ermanno Padovan , erpader@gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 5/5/2013).

  • Termini sconosciuti?

    Perché, per il taglio di qualsiasi tassa, si continua a sostenere che manca la copertura, quando si perpetuano sperperi colossali nel sistema sanitario e nella gestione degli enti locali, veri stipendifici per gli amici degli amici, dove la «spending review» è una parola sconosciuta? Giorgio Volonteri
    (Dal Corriere della Sera, 1/5/2013).

  • Linguaggi incendiari

    In merito al grave fatto di sangue davanti al palazzo del Quirinale, credo che quando esiste una situazione di oggettiva crisi economica, finanziaria, sociale e istituzionale, lanciare invettive violente e usare un linguaggio incendiario possano influenzare le personalità più fragili istigandole a gesti inconsulti. Questo può succedere quando delle persone irresponsabili giocano a fare la rivoluzione. Col risultato che a venir feriti sono due poveri cristi che fanno la guardia. Massimo Coppa Zenari
    (Dal Corriere della Sera, 29/4/2013).

  • Significato di pogrom

    Caro Romano, in un articolo sugli scontri in Myanmar è stato usato il termine «pogrom». Che significa questa parola che fa riemergere i fantasmi di un passato di intolleranza dove le minoranze «non assimilate» venivano identificate come lo sfogo per tutte le frustrazioni della maggioranza?
    Mario Alberti, Parma

    In russo la parola significa massacro, saccheggio e fu usata generalmente per descrivere quelle improvvise rivolte contadine che furono caratteristiche della storia russa. Verso la fine dell’Ottocento la parola descrisse principalmente quelle «cacce all’ebreo», organizzate dalla polizia zarista nei territori occidentali dell’Impero, quando si voleva dare un nemico in pasto alla rabbia e alla protesta delle popolazioni rurali.
    (Dal Corriere della Sera, 29/4/2013).

  • L’INFLAZIONE DEI DOTTORI NEL PAESE CHE AMA I TITOLI

    Può spiegare come viene usato il titolo di «dottore» negli altri Paesi? Non credo, forse erroneamente, che l’ambiguità tutta italiana del «dottor Rossi» (stiamo parlando di un medico o di un laureato in altra disciplina?) sia possibile altrove. Oltre al fatto, paradossale, che sono sempre più frequenti i casi di persone il cui lavoro non ha nulla a che fare con il titolo accademico conseguito. Mantenendo correttamente questo titolo a un ambito esclusivamente medico, non sarebbe più giusto indicare, per esempio, «Mario Bianchi», responsabile tecnico di produzione, laureato in filosofia, piuttosto che un semplice e del tutto ambiguo «dottor»? Franco Milletti , milletti@email.it

    Caro Milletti, In Gran Bretagna «dottore » è l’appellativo utilizzato per due categorie professionali: il medico e il ministro della Chiesa anglicana che ha completato gli studi con una dottorato in teologia ed è quindi un «divinity doctor». Negli Stati Uniti designa il medico, ma anche il «philosophy doctor», vale a dire la persona che ha proseguito gli studi dopo la laurea sino a quello che noi chiamiamo il dottorato di ricerca. In Germania e nei Paesi scandinavi il titolo è generalmente riservato ai docenti universitari che hanno una laurea di terzo livello. Non vi è Paese in cui il borghese non desideri decorare il proprio nome con un titolo. Tutti gli alti gradi della burocrazia statale in Gran Bretagna aspettano impazientemente il giorno in cui saranno promossi «cavalieri» da Sua Maestà e potranno premettere al loro primo nome l’appellativo «sir». I membri delle grandi istituzioni nazionali francesi (l’Académie, l’Institut, il Collège de France) firmano i loro libri e i loro articoli fregiandosi della loro dignità accademica. Non è sorprendente quindi che anche gli italiani amino fregiarsi di un titolo. Fra l’Italia e la maggior parte degli altri esistono tuttavia almeno due differenze. In primo luogo il titolo, altrove, segue il nome anziché precederlo ed è generalmente utilizzato soltanto nell’intestazione delle lettere e nei biglietti da visita dove i titoli professionali e le onorificenze sono spesso indicati nei Paesi di lingua inglese con alcune abbreviazioni: MD (medical doctor), DD (divinity doctor), PhD (philosophy doctor), KCBE (knight commander of the British Empire, cavaliere commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico), MP (member of parliament, deputato), FRCS (Fellow of the Royal College of Surgeons, compagno del Collegio reale dei chirurghi). In Italia, invece, il titolo, anche nella conversazione, precede il nome. Per indirizzarsi a una persona senza offenderla la parola «signore», evidentemente, non basta. Per molto tempo l’Italia fu piena di cavalieri e commendatori. Poi quegli appellativi passarono di moda e furono sostituiti da altri fra cui «dottore» è quello maggiormente utilizzato. Speravo che la riforma universitaria degli anni Ottanta, quando le lauree divennero tre (breve, lunga e dottorato di ricerca), avrebbe finalmente allineato l’Italia sugli usi degli altri Paesi europei. Mi accorsi che avevo sbagliato quando lessi che una sentenza della giustizia amministrativa aveva riconosciuto il titolo di dottore persino ai diplomati delle lauree brevi. Anche i giudici amministrativi, evidentemente, hanno famiglia. In secondo luogo, il tasso d’inflazione dei titoli in Italia è incomparabilmente superiore a quello degli altri Paesi. Il primo ad accorgersene fu Carlo V, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero. «Tutti dottori» è la traduzione moderna del «todos caballeros» con cui accontentò l’intera borghesia.
    (Dal Corriere della Sera, 28/4/2013).

  • Abbassare i toni

    Lo speaker di un Tg ha usato, intervistando Galan, la parola «battaglia» per indicare la scelta dei ministri da parte dei partiti che sosterranno il governo. Credo sia giunto il momento di «abbassare i toni», per citare Napolitano-Crozza, da parte di tutti: gli italiani hanno bisogno di fiducia e di speranza. E queste si alimentano anche con parole e comportamenti più pacati, meno strillati. Già definire la scelta dei ministri quale «intesa» anziché battaglia, sarebbe un segnale di distensione. Un appello, quindi, a tutti: il tempo delle urla sia lasciato alle spalle. Francesco Gatti Badoer
    (Dal Corriere della Sera, 26/4/2013).

  • Anglicismo inutile

    Dall’inglese la parola «welfare» viene letteralmente tradotta in benessere. Mi chiedo dunque a chi possa essere venuto in mente di appellare ministero del Welfare quello che concretamente è il ministero del Lavoro… Roberto Galieti Genzano di Roma
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2013).

  • Uso di «new town»

    Caro Romano, ho seguito sul TG3 una interessantissima inchiesta sul fallimento della ricostruzione post-terremoto de L’Aquila. Tutto era abbastanza chiaro, ma non ho capito di cosa si trattasse quando si parlava di niutaun. Quando la lingua di un Paese non trova il proprio termine per definire un concetto o un problema, è difficile provvedere alla soluzione.
    Stefano Bianchi, Milano

    Questo anglicismo (new town) è particolarmente assurdo e inutile in un Paese che ha, sin dagli anni Trenta, una importante tradizione architettonica nella costruzione di nuove città.
    (Dal Corriere della Sera, 12/4/2013).

  • Uso e abuso

    Caro Romano, potrebbe cortesemente spiegarmi da quando, a partire dall’Unità d’Italia, i nostri parlamentari si fregiano dell’appellativo di «Onorevoli» e cioè «degni di onore» che, secondo il dizionario etimologico della lingua italiana che ho davanti, significa «integrità di costume, costante rispetto e pratica dei principi morali propri di una comunità su cui si fonda la pubblica stima»? Tenuto conto del linguaggio volgare e guerrafondaio (in senso politico) di cui essi spesso fanno disinvoltamente uso e del comportamento tutt’altro che morale (anzi a volte criminale, fatte ovviamente le debite eccezioni), che tengono tanto da far cadere così in basso la loro stima presso la comunità nazionale, non sarebbe venuto il momento di abolire tale non meritato appellativo sostituendolo semplicemente per quello che sono: deputati o senatori (questi già presenti nell’antica Roma)? Forse anche a loro non dispiacerebbe liberarsi da un appellativo così impegnativo. Gradirei, inoltre, cortesemente sapere in quali altri Stati democratici vige tale appellativo?
    Luisa Colombo, Milano

    «Right Honorable» è una espressione corrente in molte democrazie anglosassoni. Ma è usata soltanto all’interno dei parlamenti e in occasioni formali, quasi mai nelle relazioni personali e nella vita quotidiana. Non sono sicuro tuttavia che l’abuso della parola «onorevole» sia soltanto colpa dei nostri deputati e senatori. Molti italiani amano fregiarsi di titoli, gradi, onorificenze; e molti altri italiani sono lieti di compiacerli e lusingarli.
    (Dal Corriere della Sera, 8/4/2013).

  • Italiano perfetto

    A proposito del caso Ruby, sul quale non esprimiamo giudizi, vorremmo solo far notare una cosa: l’ottimo italiano usato dalla ragazza; perfetto, un lungo discorso senza una sbavatura, sintassi, grammatica, congiuntivi, tutto a posto perfettamente. Perfino l’uso di una parola inconsueta come «subliminale»: chissà quante persone cosiddette colte non ne conoscono neppure il significato.
    Germana Oppici Alfredo Finotti , alfredo.finotti@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 6/4/2013).

  • Donne
    Pari opportunità e leggi ignorate

    L’articolo tre della Costituzione italiana uno dei dodici principi fondamentali, recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La legge 215 entrata in vigore il 26 dicembre 2012 modifica art. 6 del T.U. relativo all’ordinamento degli Enti Locali nei confronti delle pari opportunità. Cosa cambia? Il verbo «promuovere» viene sostituito da «garantire». Si debbono cioè garantire e favorire le presenze femminili nelle amministrazioni. Perché? Scagli la prima pietra chi davanti a tale scelta, a parità di merito, di curriculum ed esperienza abbia preferito una donna a un uomo. Sassolini, neppure degni di sbucciare le dita dei piedi se collocati in una scarpa. Per questo la nostra Carta Costituzionale testimone di democrazia, ha svolto il suo compito: laddove l’uomo non rimuove gli ostacoli ci pensa la legge. Bene, ma la legge pur essendo tale non vale per tutti. Ad esempio a Brescia il 18 febbraio 2013 durante il consiglio comunale, approfittando della assenza del Pd e con solo due donne che stoicamente cercavano di difendere questo diritto, si è votato contro. Contro cosa? Contro una legge dello Stato, contro la Costituzione? Pare. Enrica Recalcati
    (Dal Corriere della Sera, 24/2/2013).

  • Stranieri in patria

    In un negozio di Palazzo Serbelloni, lato San Damiano, campeggia la scritta «For Rent». Una scritta che fa il paio con un’altra che fino ad un po’ di tempo fa spiccava in Piazza Lega Lombarda: «For Sale». Mi chiedo perché si debba accettare che le scritte «si affitta» o «si vende» siano tradotte in inglese. Siamo in Italia, la lingua ufficiale è l’italiano. Marco Lucchini Gabriolo
    (Dal Corriere della Sera, 19/2/2013).

  • BENEDETTO XVI
    Le sue parole

    Caro Romano, è corretto definire «dimissioni» la manifestazione di volontà di Benedetto XVI riguardante la rinuncia al pontificato? Questo termine dovrebbe presumere l’esistenza di un contratto e associarsi al disbrigo di incarichi correnti: funzioni, mansioni, compiti. Per prerogative di ordine morale, tanto più se di riconosciuta autorità assoluta nel loro genere, non sarebbe più confacente parlare di «abdicazione»? Bruno Faccini Milano

    Come ha osservato Luciano Canfora sul Corriere del 12 febbraio, nel testo latino l’espressione usata è «declaro me (?) renuntiare».
    (Dal Corriere della Sera, 14/2/2013).

  • GRAN BRETAGNA
    La lingua inglese

    Una curiosità irrisolta è il perché la Borsa italiana sia volata a Londra, preferendo una piazza fuori dall’euro. La seconda curiosità, futura, risiede nella eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue (cosa non facile dato che tale evento non era previsto nei Trattati, con le relative procedure): in tal caso, l’inglese resterà come una delle tre lingue ufficiali nell’Ue? Gianfranco Colombi gianfranco.colombi@fastwebnet.it

    Gli europei hanno parlato latino per molti secoli anche dopo il crollo dell’impero romano. Perché non dovremmo usare il meglio della Gran Bretagna (fra cui la grande esperienza del maggiore mercato finanziario) e lasciarle il resto?
    (Dal Corriere della Sera, 10/2/2013).

  • UNIVERSITÀ DI PAVIA
    Iscritti, i veri numeri

    Abbiamo letto con molto interesse l’articolo di sabato 2 febbraio sul calo degli immatricolati negli atenei lombardi. Per completezza, vale la pena di aggiungere alcuni dati che riguardano l’Università di Pavia e che forse aiutano i lettori a capire meglio le scelte dei giovani. I dati riguardano le immatricolazioni di studenti provenienti da diploma; a questi vanno aggiunti gli immatricolati che hanno già avuto un’esperienza universitaria precedente: studenti che si trasferiscono da una sede all’altra, che cambiano corso di laurea, che si iscrivono a una seconda laurea. E che scelgono Pavia per un’offerta formativa da sempre interdisciplinare e da alcuni anni anche in lingua inglese, per i servizi agli studenti, per l’orientamento in itinere e post laurea, per il campus con i collegi. Sommando agli immatricolati «con diploma» anche questi, non pochi, studenti, l’Università di Pavia ha registrato quest’anno un incremento del 4,9% di immatricolazioni ai corsi di laurea triennali, che sale al 7,2% con le lauree magistrali. Grazia Bruttocao capo ufficio stampa Università di Pavia
    (Dal Corriere della Sera, 6/2/2013).

  • A ROMA E IN POLONIA
    Comunità ebraiche

    Caro Romano, dopo aver letto la sua risposta a Emanuel Segre Amar mi chiedo se io – di religione ebraica, che ho sposato come la maggior parte dei miei amici e/o parenti persone della mia stessa religione, che molto spesso adopero per comunicare con i miei correligionari una lingua straniera (il giudaico-romanesco), lingua non conosciuta dalle persone non ebree che frequento – alla luce di quanto esposto, posso considerarmi cittadino italiano o sono un corpo estraneo nel Paese.Giovanni Terracinafett1946@yahoo.it

    Nessuna comunità ebraica europea ha avuto tutte le particolari caratteristiche di quella polacca: una religione, una lingua, una letteratura, un proprio insediamento urbano e rurale. Quanto agli ebrei romani, presenti nella città sin dagli anni dell’Impero romano, è impossibile parlarne come di un corpo estraneo. Sono, insieme ai trasteverini, i più antichi condomini della città.
    (Dal Corriere della Sera, 23/1/2013).

  • ENDORSEMENT
    Uso del termine inglese

    Caro Romano, l’uso esagerato del termine anglosassone endorsement, quando la lingua italiana dispone di parole chiare e comprensibili a tutti come appoggio o sostegno, non diminuisce la conoscenza e l’uso della nostra lingua? Eugenia Gamba, Sondrio

    Non mi sembra che appoggio o sostegno rendano sufficientemente il senso della parola inglese. Forse bisognerebbe dire «professione d’appoggio» o più semplicemente «scelta».
    (Dal Corriere della Sera, 5/12/2012).

  • ANAGRAMMA SPIRITOSO
    Evasore fiscale

    L’anagramma, quel gioco che riposiziona vocali e consonanti di parole o frasi per ottenerne di nuove, ben esprime l’intimo pensiero della meschina inclinazione di tanti italiani a sottrarsi al civico dovere del pagare le tasse. Infatti, da «evasore fiscale» si ricava un eloquente «Se va, sarò felice»! Leone Pantaleoni, Pesaro
    (Dal Corriere della Sera, 26/11/2012).

  • Studio dell’inglese

    La scelta della scuola media superiore è una decisione che spesso mette in crisi lo studente interessato e la famiglia, anche perché è sempre più difficile capire le prospettive future. Mia figlia tredicenne, per attitudine, è orientata verso il liceo linguistico. Sicché ha e abbiamo scoperto che l’inglese (sappiamo quanto sia importante) lo farà solo fino in terza, proseguendo con le altre due lingue straniere. Penso quindi che la scuola debba rivedere molte delle sue regole. Infatti a che serve sapere male tre lingue quando si potrebbe impararne bene o benissimo due? Decimo PilottoTombolo (Pd)
    (Dal Corriere della Sera, 26/11/2012).

  • Lingua cinese e alfabeti

    In merito allo scambio di opinioni sulla lingua cinese e l’assenza di alfabeto (Corriere, 16 e 24 novembre) mi preme far notare che da tempo la riforma è stata messa in atto in Vietnam. A causa della colonizzazione francese, la lingua vietnamita è stata convertita in caratteri latini sebbene questi siano stati opportunamente adattatati per permettere di esprimere in forma grafica i vari toni della lingua. Aggiungo che ogni tanto riemerge l’idea di trasformare la lingua inglese, facendole assumere le caratteristiche di molte altre lingue, lette come si scrivono, come ad esempio il finlandese. Andrea Bucci, Torino
    (Dal Corriere della Sera, 26/11/2012).

  • CARATTERI LATINI SUL PC
    Lingua cinese

    Caro Romano, a proposito della sua risposta sulla traslitterazione del cinese in caratteri latini, come fanno i cinesi e i giapponesi a scrivere col computer? Dispongono forse di tastiere con almeno 5 mila tasti? Mario Scarbocci San Donato Milanese

    Per la lingua cinese, in particolare, esistono programmi informatici simili a quelli dei telefoni cellulari in cui il software cerca d’indovinare la parola di un sms completandola con le consonanti e le vocali che l’autore del messaggio non ha ancora scritto. Nei computer cinesi la tastiera è in caratteri latini e occorre, per ottenere sullo schermo gli ideogrammi desiderati, scrivere la parola nella traslitterazione Pinyin (quella che ha trasformato Mao Tse Tung in Mao Zedong). Ma in cinese esistono molte parole che, pur essendo scritte diversamente, si distinguono nella pronuncia soltanto per il tono diverso con cui vengono pronunciate. I toni sono cinque e ciascuno di essi può essere graficamente rappresentato da un simbolo che lo scrittore deve collocare accanto alla parola traslitterata in pinyin. Il computer dovrebbe fare il resto.
    (Dal Corriere della Sera, 24/11/2012).

  • CASSAZIONE
    Il nome Andrea

    Tra le sentenze bizzarre della Corte di cassazione, collocherei quella che permette di chiamare le donne con il nome di Andrea. Nelle lingue nordiche Andrea è esclusivamente femminile in quanto il maschile è Andreas o Andras. Due versioni, femminile e maschile, anche in francese e inglese. Saremo l’unico Paese europeo ad ammettere questa confusione identitaria, in linea con il caos che ci circonda.Mario Cossumariocossu5@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 23/11/2012).

  • FORMULA LATINA
    Il significato

    Caro Romano, nella risposta alla lettera di Antonio Fadda (Corriere, 18 novembre), penso sia incorso in un piccolo lapsus. «Cuius regio eius religio» significa «tale paese, tale religione».Giancarlo Lutteri, Milano

    Ecco una buona definizione per spiegarne il significato: «Formula compresa fra le clausole della pace di Augusta (1555), il cui significato letterale è la religione sia di colui del quale è la regione, cioè la religione dei cittadini di uno Stato deve essere quella di chi ne detiene la sovranità. Applicata dapprima negli Stati tedeschi e poi in tutta Europa, riconosceva solo ai principi la libertà religiosa e andava contro le idee di tolleranza e libertà di coscienza. Ma la tendenza dei conflitti fra cattolici e riformati a trasformarsi in guerre civili (che si protrassero fino alla metà del XVII secolo) indusse molti scrittori politici a vedere nel cuius regio eius religio uno strumento utile a mantenere la pace religiosa». Aggiungo che la formula ebbe l’effetto di creare una maggiore tolleranza reciproca fra i sovrani europei, ma aumentò la frustrazione delle minoranze religiose all’interno dei singoli Stati.
    (Dal Corriere della Sera, 23/11/2012).

  • CON CARATTERI LATINI
    Studio del cinese

    Caro Romano, il suo intervento sull’importanza dello studio del cinese non mi trova d’accordo. La lingua mondiale vera – parlata non solo dalle élite, come un tempo il latino – dovrebbe avere, come caratteristica, la semplicità. Questa qualità, tipica dell’inglese, manca al cinese. Carlo GuerciaSammarco, carlo@guerciasammarco.it

    La sua osservazione è giusta, ma le segnalo che vi fu un progetto, poi accantonato, per la traslitterazione del cinese in caratteri latini, sul modello di quanto avvenne in Turchia dopo la nascita della repubblica di Kemal Atatürk. I cinesi potrebbero ripensarci.
    (Dal Corriere della Sera, 16/11/2012).

  • IN CONTESTI POLEMICI
    La parola signora

    Caro Romano, lei ha scritto che i padri costituenti nella stesura dell’articolo 1 pensavano che «sarebbe scomparso lo Stato delle persone che davano del tu agli umili ma esigevano per sé il lei o il voi». Mi pare che l’episodio del parroco di Caivano, redarguito piuttosto aspramente e lungamente dal prefetto di Napoli per avere parlato più volte di una signora (a cui stava denunciando alcune porcherie ambientali) intendendo il prefetto di Caserta, dimostri che gli intenti dei padri costituenti siano stati finora disattesi. Tra l’altro questo episodio mi pare abbia ricevuto pochi commenti dopo il primo giorno a parte Saviano che, forse eccessivamente – ma questo lo chiedo a lei -, ha parlato di dimissionare il prefetto (di Napoli, ovviamente).Giovanni U. FlorisCagliari

    Posso azzardare una diversa interpretazione? È possibile che il prefetto sia stato irritato dalla parola signora perché nell’uso quotidiano degli italiani, purtroppo, signore, signora e signori vengono spesso usati in contesti polemici per esprimere un atteggiamento critico se non addirittura ostile (quei signori, quella signora, ecc.). Peccato. Questa abitudine ha reso difficilmente utilizzabile una bella parola della lingua italiana.
    (Dal Corriere della Sera, 26/10/2012).

  • LINGUA INGLESE
    Per aspiranti premier

    Ieri ho ascoltato per radio il discorso del presidente Monti al Parlamento europeo pronunciato in ottimo inglese oxfordiano. Mi sentivo onorato di avere un Primo ministro che fornisce una così elevata immagine di sé e dell’Italia. Lo stesso vale anche per il presidente Napolitano che più volte si è espresso in lingua straniera, per non parlare del governatore Draghi. Quando assumiamo dirigenti nella mia azienda multinazionale uno dei requisiti necessari è la buona conoscenza di almeno una lingua straniera. Vedo invece molti aspiranti Primo ministro (o forse tutti) che addirittura parlano italiano con forte accento dialettale. Come immaginarseli a colloquio con Obama o a parlare all’assemblea dell’Onu? Non sarebbe meglio che fra i tanti requisiti per tale candidatura ci debba essere anche la capacità di partecipare a incontri internazionali con adeguata conoscenza linguistica?Maurizio Moiolimaurizio.moioli@sew-eurodrive.it
    (Dal Corriere della Sera, 17/10/2012).

  • ALTO ADIGE
    Il bilinguismo

    Caro Romano, riguardo al bilinguismo nell’Alto Adige-SüdTirol, la diffusione e la conoscenza della lingua italiana stanno decisamente peggiorando tra le generazioni più giovani, perlomeno nelle valli e nei piccoli centri. Questo per due ragioni: 1) l’abolizione del servizio militare obbligatorio che portava almeno i maschi a trascorrere lunghi periodi in altre regioni; 2) la grande diffusione della tecnologia satellitare, grazie a cui moltissime famiglie preferiscono i canali tv tedeschi. Frequento l’Alto Adige fin da quando ero bambino. Allora si diceva che erano gli anziani ad avere problemi con la nostra lingua, oggi avviene il contrario e mi pare difficile invertire la tendenza.Carlo Balzarotti, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 16/10/2012).

  • REGIONE FRANCO-SPAGNOLA
    Cerdagna

    Caro Romano, credo di conoscere bene la Francia, ma non ho mai sentito nominare la Cerdagna. Dove si trova e che ruolo ha avuto nella Storia? Monica Bassi, Varese

    La Cerdagna appartiene ai Paesi catalani e fu spagnola sino alla Pace dei Pirenei del 1659, quando venne divisa tra la Francia e la Spagna. Oggi la parte francese è inserita nel Dipartimento dei Pirenei orientali.
    (Dal Corriere della Sera, 16/10/2012).

  • BILINGUISMO
    I nomi propri

    Il ministro Giarda avrebbe intenzione di vagliare la nuova legge provinciale sulla toponomastica in Südtirol-Alto Adige, facendo capire che non potrà sottrarsi al bilinguismo sancito dalla Costituzione. Chiamare in causa il bilinguismo per i nomi propri è fuori luogo: riguarda i sistemi linguistici, grammatica e lessico comune, ma esclude i nomi propri. Tant’è che i cognomi dei cittadini dell’Alto Adige non vengono tradotti. Il presidente della provinciadi Bolzano si chiama Dürnwalder: perché la località di Dürnwald dovrebbe chiamarsi anche Durna in Selve? Nessun italiano si sente sminuito da un nome tedesco quando beve una Forst. Perché la frazione di Forst-Foresta, dove la birra è prodotta, deve avere due nomi? Per fare chiarezza sui principi da applicare in ambito toponomastico, sarà utile sapere che di questi problemi si sta facendo carico un organismo accademico: il Gruppo di studio sulle politiche linguistiche, che opera all’interno della Società di linguistica italiana, ha dedicato al tema un convegno qualche mese fa, e prevede di tenerne un altro, più operativo, per creare un osservatorio (Ontop) destinato a porsi come referente scientifico delle amministrazioni sui temi toponomastici. Vermondo Brugnatellivermondo.brugnatelli@unimib.it

    Una grande famiglia del Sacro Romano Impero, i Thurn und Taxis, aveva in Italia il nome di Torre e Tasso. A me piacerebbe che il presidente della provincia di Bolzano si chiamasse Dürnwalder quando parla con la comunità tedesca e si presentasse col nome di Durna in Selve quando parla con gli italiani della sua città. Gli amministratori italiani della provincia, se il loro cognome fosse traducibile in tedesco, potrebbero restituirgli la cortesia.
    (Dal Corriere della Sera, 15/10/2012).

  • ATAC / 2
    L’inglese in italiano?

    Per chi volesse ridere (o piangere) consiglio di collegarsi sul sito dell’Atac in versione inglese al seguente indirizzo http://atac.roma.it/index.asp?lingua=ENG. Il sito infatti, salvo poche diciture in inglese, è comunque tutto in italiano! Complimenti ai responsabili dei servizi informativi, sarebbe curioso conoscere il budget speso per questi progetti. Marco Perticone
    (Dal Corriere della Sera, 3/10/2012).

  • ITALIANIZZAZIONE FORZATA
    Il caso degli sloveni

    Caro Romano, vorrei completare la sua risposta alla lettera «L’Europa degli esodi. Un secolo di pulizie etniche» (Corriere, 25 settembre). Mussolini cercò di italianizzare oltre 300.000 sloveni residenti nei territori «conquistati» dopo la Grande guerra imponendo loro l’italianizzazione dei cognomi, addirittura sulle tombe, proibendo l’uso dei nomi non italiani (sono nato nel 1939 come Antonio e solamente nel 1982, dopo un lungo e complicato iter burocratico, il mio nome ufficiale divenne Antek!) e nel 1927 sono state chiuse le scuole slovene nella Venezia Giulia assieme a tutte le organizzazioni di lingua slovena, lingua proibita anche nelle chiese! È questo che aspettavamo fosse menzionato nella sua risposta. Antek ArconAntek.t@katamail.com

    L’italianizzazione forzata è già descritta nella mia risposta. Tenga presente che il quesito a cui dovevo rispondere concerneva un altro tema: quello dell’espulsione forzata di popolazioni slovene dal territorio italiano. La sua lettera conferma indirettamente che questo non è accaduto.
    (Dal Corriere della Sera, 1/10/2012).

  • L’EUROPA DEGLI ESODI UN SECOLO DI PULIZIE ETNICHE

    In una risposta a un lettore lei ha ricordato i «Vertriebene» della Prussia Orientale, della Slesia, della Pomerania, del Sudetenland cecoslovacco e di alcune regioni ungheresi e jugoslave. Non ha però fatto cenno a tanti sloveni cacciati dall’Italia nel secolo scorso. Forse perché di quei profughi si è ormai persa la memoria storica? Firenze

    Caro Romani, Le rispondo segnalandole anzitutto un libro su L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, recentemente apparso presso Il Mulino. Gli storici che ne sono autori – Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola – hanno descritto tutte le maggiori manipolazioni demografiche compiute, quasi sempre con la forza, in un secolo di storia europea: da quelle dell’Impero ottomano a quelle dell’impero zarista, da quelle dell’Unione Sovietica a quelle della Germania nazista, da quelle dell’Europa centrorientale a quelle della penisola balcanica soprattutto durante la Seconda guerra mondiale. Secondo una tabella pubblicata a pag. 399 le persone coinvolte furono circa 32 milioni, ma la cifra non comprende le forme più spicce e brutali di pulizia etnica come la soppressione di circa sei milioni di ebrei fra il 1942 e il 1945. In questo terrificante capitolo di storia europea i dati che concernono il territorio nazionale italiano sono irrilevanti. Il fascismo cercò di italianizzare le popolazioni germaniche e slave delle province orientali, persuase molti «indigeni» a modificare il loro cognome, soppresse o scoraggiò la stampa locale, intervenne pesantemente sulla toponomastica e fu complice, direttamente o indirettamente, degli esodi provocati dalla guerra civile che si combatté in Jugoslavia, soprattutto fra serbi e croati, dal 1942 al 1945. Ma non sembra avere programmato e pianificato «politiche di migrazione forzata delle popolazioni "allogene"». Il trasferimento in Germania della popolazione di lingua tedesca della provincia di Bolzano fu il risultato di un accordo italo-tedesco, offrì ai sudtirolesi una scelta (restare o partire) e finì per interessare, a causa della guerra, un numero molto limitato di persone. A proposito della politica fascista, gli autori del libro citano un discorso di Mussolini alla Camera dei fasci e delle corporazioni del 10 giugno 1941. Il leader del fascismo disse che gli Stati devono «tendere a realizzare il massimo della loro unità etnica e spirituale in modo da far coincidere a un certo punto i tre elementi: razza, nazione, Stato». Considerava gli «alloglotti» un rischio, un fattore di disturbo, ma aggiunse che «può essere talvolta inevitabile di averli per ragioni supreme di sicurezza strategica». Occorreva, in questo caso, «adottare verso di essi un trattamento speciale, premesso, bene inteso, la loro assoluta lealtà di cittadini verso lo Stato». Ebbe forse l’impressione di essere stato troppo conciliante perché si affrettò ad aggiungere che «comunque, quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi: gli scambi di popolazione e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali, perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali». Vi era in quelle parole un implicito riferimento all’accordo Ciano-Ribbentrop del 1939 con cui i due ministri degli Esteri avevano organizzato, consenzienti le popolazioni, la «pulizia etnica» dell’Alto Adige.
    (Dal Corriere della Sera, 25/9/2012).

  • ORIGINE DEI TERMINI
    Ragù e barbecue

    Caro Romano, in riferimento alla sua risposta sull’ origine della parola ragù, a me risulta che durante l’assedio dei prussiani a Parigi nel 1870 i ristoranti creavano e servivano piatti con animali prelevati dallo zoo, ad esempio la zuppa di elefante. Invece la popolazione affamata utilizzava per nutrirsi carne di topo macinata, cotta in umido col pomodoro e speziata. Da qui ovvero da «Rat au gout de boeuf» (topo al gusto di manzo) l’origine del termine. Riguardo il barbecue l’origine è altrettanto francese quando cucinavano il cinghiale/maiale: «De la barbe a la queue» ovvero dal pelo alla coda simile al nostro «del maiale non si butta via niente». Alberto Biraghi Castiglioncello (Li)

    Come quelle di Isidoro di Siviglia le etimologie fantasiose sono molto più belle di quelle linguisticamente corrette. Ragoût è una parola già usata nel Seicento ed è presente, secondo il dizionario Littré, negli scritti di Boileau, Fénelon, Madame de Noailles. Barbecue viene da barbacoa, la parola con cui gli spagnoli definivano la struttura in legno a cui la carne veniva appesa durante la cottura.
    (Dal Corriere della Sera, 20/9/2012).

  • ORIGINE DEL SUGO
    Ragù

    Caro Romano, una multinazionale anglo- olandese ha registrato come marchio la parola ragù negli Stati Uniti. Hanno pure creato un sito web. Che cosa significa? Che le aziende italiane dovranno pagare dazio per poter usare oltreoceano un termine tipico nostrano? Non esiste un ministero o ente che difenda il nostro tesoro culturale, artistico, popolare e culinario? Davide Sforza davide.sforza@mail.com

    Non sono sicuro che sulla parola ragù possa essere piantata la bandiera italiana. Lascio la risposta ad Alfredo Panzini, autore di un Dizionario moderno che apparve nel 1906 e fu più volte ristampato: «Ragoût: sost. verbale francese di ragouter che significa eccitare il gusto, l’appetito: risponde alla voce "stufato", come è detto nel lessico del Fanfani ed Arlia. Con la parola ragoût (fatta italiana sovente in ragù) si intende ancora il sugo del ragoût che serve a condire maccheroni, riso, verdure. Ragoût è altresì un intingolo con regaglie di pollo, finemente preparato. A Napoli il ragù è la carne drogata e cotta in umido col pomidoro, il cui sugo – sugo di ragù – serve a condire i maccheroni».
    (Dal Corriere della Sera, 16/9/2012).

  • ALTO ADIGE
    I turisti «germanici»

    Caro Romano, durante una mia recente vacanza in Alto Adige ho letto, come faccio sempre ovunque sia possibile, il Corriere della Sera. Ho notato con una certa curiosità che nel Corriere dell’ Alto Adige (equivalente locale del Corriere di Milano), i cronisti si riferiscono ai tedeschi chiamandoli quasi sempre «germanici». Ho cercato una spiegazione, ma non sono riuscita a trovarla: a che cosa si deve, secondo lei, questa diversa definizione? Rosatea Albanese Milano

    Se la definizione si riferisce ai turisti di lingua tedesca, molto numerosi nella regione, comprendo lo scrupolo del giornale. Potrebbero essere austriaci, tedeschi o svizzeri.
    (Dal Corriere della Sera, 11/9/2012).

  • CITTADINI E UE
    Legame troppo esile

    Quando sono lontano da casa e mi si chiede: «Where are you from?» (di dove sei?), amo rispondere: «From Europe» (dall’Europa). Tuttavia la maggior parte degli europei riferiscono l’appartenenza ai loro Paesi di origine e il sentimento prevalente verso l’Europa è di interesse economico. Come aggiungere maggior passione? Forse i risultati di eccellenza dei nostri atleti all’Olimpiade di Londra possono essere motivo di orgoglio europeo? Lascio parlare le cifre. Medaglie d’ oro: Usa 46, Cina 38, Russia 24, Ue 97. Carlo Cattaneo cattaneo1313@ yahoo.com
    (Dal Corriere della Sera, 31/8/2012).

  • ANCHE IN LATINO
    «Inno alla gioia»

    Caro Romano, con riferimento alla sua risposta riguardo all’Inno europeo, volevo informare dell’esistenza di una variante del testo dell’Inno alla gioia in latino (si può trovare senza problemi su YouTube), creato da un professore austriaco per l’Unione. A questo proposito, cosa ne pensa del latino come lingua comune europea? Prospettiva troppo complicata? Tommaso Scotti tomm.scotti@gmail.it

    Per parecchie generazioni il latino è stato genialmente ma artificiosamente aggiornato per rispondere soprattutto alle necessità della Chiesa. L’0pera più importante degli ultimi decenni (Lexicon vocabulorum quae difficilius latine redduntur) risale al 1963 e il suo autore, il cardinale Antonio Bacci, è morto nel 1971. Oggi sembra che la Chiesa stessa stia conservando il latino principalmente per le sue più antiche tradizioni liturgiche.
    (Dal Corriere della Sera, 5/8/2012).

  • Uso (e abuso) delle parole straniere

    In riferimento alla lettera «Parole straniere. Valorizziamo l’ italiano» (Corriere, 2 agosto), se alcuni vocaboli possono non essere compresi, vi sono termini che sono oramai alla portata di tutti. Non dimentichiamo poi che, se lo sport ha prodotto «barbarismi» – goal, set, ecc. – l’Italia ha esportato, grazie alla musica, locuzioni quali «andantino», «allegretto ma non troppo» «prestissimo» in tutti i teatri del mondo! Mauro Mai, Rieti
    (Dal Corriere della Sera, 5/8/2012).

  • PAROLA FASTIDIOSA
    Pronunciamento

    Caro Romano, lo so che la lingua si evolve e che la questione può sembrare una questione di lana caprina degna del buon don Ferrante, eppure provo un fastidio insopprimibile ogni volta che leggo sui giornali, o sento in televisione, la parola «pronunciamento» per indicare una decisione dell’autorità giudiziaria. È una sciatteria che dimostra superficialità e ignoranza. Il pronunciamento è una parola di origine spagnola che indica la rivolta di militari contro il legittimo governo, o anche, più in generale, una sollevazione popolare. I sostantivi esatti sono: sentenza, ordinanza, decreto (a seconda del caso) o se si vuole rimanere nel generico: decisione, pronunzia (da quest’ultimo immagino derivi l’errore). Fabrizio Perrone Capano fabrizio.perronecapano@ fastwebnet.it

    Osservazione molto giusta; a meno che la parola non contenga una implicita critica per lo stile di certe indagini giudiziarie.
    (Dal Corriere della Sera, 4/8/2012).

  • PAROLE STRANIERE
    Valorizziamo l’italiano

    Perché, anziché usare termini come target, management, desktop, software, badge, spending review, ecc., non li si sostituisce con la rispettiva traduzione italiana, che peraltro è quasi sempre possibile? Per mantenere viva la nostra lingua e preservarla dall’asfissia, proporrei l’istituzione di una «Commissione per il recupero della lingua italiana», deputata a sostituire i termini inglesi con termini italiani equivalenti. Omar Valentini, Salò (BS)
    (Dal Corriere della Sera, 2/8/2012).

  • I «falsi amici» spagnoli

    A proposito dei termini stranieri cosiddetti «falsi amici» (Corriere, 18 luglio), vorrei ricordare qualche parola spagnola che noi italiani, per la forte e appunto a volte ingannevole assonanza con la lingua dei nostri compagni latini di spread, traduciamo nel modo più comodo. Ad esempio, «largo» significa lungo, «burro» è l’asino, e «aceite» sta per olio, quasi un ossimoro quando su qualche confezione alimentare si legge «en aceite de oliveira». Da ultimo, «esposar» significa ammanettare («esposas» sono le manette, forse perché in coppia come gli sposi!); da cui, efficace collegamento, «esposo» sta per sposo (non falso amico, ma bella rappresentazione di non poche realtà matrimoniali un pò ammanettate!). Gabriele Barabino, Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 29/7/2012).

  • Le scritte sui pannelli autostradali

    Con riferimento alla lettera «Scritte per gli stranieri in autostrada» (Corriere, 24 luglio), segnaliamo che le informazioni sui pannelli luminosi devono rispondere a una serie tassativa di requisiti difficili da rispettare già in una sola lingua. Per questo Autostrade per l’Italia adotta pannelli con doppio pittogramma «full color» in modo da diffondere le principali informazioni – «causa» ed «evento» – anche attraverso la simbologia internazionale, privilegiando indicazioni chiare sulla localizzazione dell’evento. Inoltre, alcuni messaggi di sicurezza, sono offerti in doppia lingua (es.: lavori in corso, men at work). Riccardo Mollo, Autostrade per l’Italia
    (Dal Corriere della Sera, 29/7/2012).

  • IN AUTOSTRADA
    Scritte per gli stranieri

    Sull’autostrada Milano-Roma i pannelli che danno informazioni/notizie su viabilità, meteo ecc. sono scritti in italiano. Poiché l’autostrada viene percorsa anche da un buon numero di autoveicoli stranieri, mi chiedo: non è il caso di inserire nei pannelli perlomeno la traduzione in inglese? Carlo Alberto Tabacchi tabacchi@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 24/7/2012).

  • TERMINI STRANIERI
    I «falsi amici»

    Caro Romano, se Monti, riferendosi a Moody, parlava in inglese probabilmente ha detto: «It is a disgrace», che vuol dire: «è una vergogna», non «una disgrazia», come tradotto. Mi pare che abbia più senso «vergogna» che «disgrazia». Anna Lisa Glauber glauber.lisa@libero.it

    Fra l’italiano e l’inglese esistono, come fra l’italiano e lo spagnolo, i «falsi amici», vale a dire parole che si assomigliano ma hanno significati diversi. Ne segnalo un’altra che provocò qualche malinteso all’epoca dell’assassinio di Aldo Moro. Un giornale americano parlò di «italian agony» e molti tradussero «agonia italiana». Ma agony, in inglese, significa angoscia, estrema sofferenza.
    (Dal Corriere della Sera, 18/7/2012).

  • RAZZISMO
    Parole alla moda

    Caro Romano, recentemente subiamo una dittatura del relativismo e un’ intolleranza in nome della tolleranza. Per esempio, a scuola da parte di molti colleghi insegnanti, se provi a sostenere con toni pacati che, pur rispettando e difendendo la dignità delle persone, consideri immorali i rapporti omosessuali, sei tacciato di essere «omofobo», o perfino razzista. Si offende chi ha opinioni differenti con epiteti insensati e si cerca di negargli il diritto di esprimere liberamente le proprie idee. Alessandro Macaluso alessandro.macaluso@ gmail.com

    Premetto che i rapporti fra omosessuali non mi sembrano più immorali di quelli che intercorrono fra un uomo e una donna. Ma è un’ opinione personale e ascolto volentieri pareri diversi. Purtroppo, tuttavia, vi è sempre nella società italiana una parola infamante che liquida l’ avversario e rende impossibile ogni civile discussione: «antifascista» all’ epoca del fascismo, «fascista» o «reazionario» per un lungo periodo della storia repubblicana, «clericale» o «anticlericale» negli ambienti ultra-laici e ultra-cattolici; e ora, probabilmente, «razzista». Cerchi di spiegare ai suoi colleghi che è razzista chi crede nella superiorità del proprio gruppo etnico-religioso e tratta alla stregua di essere inferiori coloro che non ne fanno parte.
    (Dal Corriere della Sera, 10/6/2012).

  • ESPRESSIONE LATINA
    «Persona non grata»

    Caro Romano, in questi giorni il re di Spagna è stato giudicato «persona non grata» da una cittadina della Catalogna. Almeno così nella traduzione italiana che è comparsa sui nostri giornali. Io penso che «grato» in italiano voglia dire «riconoscente» e che nella fattispecie si dovrebbe dire «persona non gradita». Lei forse me lo può spiegare. Franco Morganti franco_morganti@libero.it

    Persona non grata è una espressione latina, non italiana, e significa «persona non gradita». Viene spesso usata nei rapporti diplomatici quando un governo decide di sbarazzarsi di un ambasciatore straniero, ma è stata utilizzata recentemente anche dal ministro degli Interni israeliano a proposito di Günter Grass.
    (Dal Corriere della Sera, 1/6/2012).

  • Addio firme italiane

    L’Associazione Italiana Architettura per il Paesaggio, con il presidente Paolo Villa, contestava la scelta di nomi stranieri per la progettazione di City Life. Se fosse stata ascoltata! E la nostra identità, la nostra architettura sobria ed elegante, la nostra città? Gilberto Gagliardi
    (Dal Corriere della Sera, 30/5/2012).

  • «HUIS CLOS» DI SARTRE
    Il titolo esatto

    Caro Romano, in una risposta lei cita il testo teatrale del 1944 di Jean-Paul Sartre «A porte chiuse». Vorrei ricordare che la corretta traduzione in italiano del titolo francese della composizione «Huis clos» è «Porta chiusa», al singolare, come si legge nella più nota traduzione dell’opera, quella di Massimo Bontempelli, tuttora correntemente rappresentata sulla scena. La locuzione italiana «a porte chiuse», in francese «à huis clos», richiede appunto di premettere la preposizione «à», che nel testo originale di Sartre manca. Alvise Memmo alvise.memmo@libero.it

    Huis clos è l’espressione del linguaggio giuridico francese che definisce l’udienza «a porte chiuse». Il titolo della traduzione di Massimo Bontempelli è effettivamente «Porta chiusa», ma quello della traduzione di L. Petroni (1959) è «Porte chiuse». Preferisco «a porte chiuse» perché la stanza d’albergo in cui si svolge l’azione del dramma è il piccolo girone infernale in cui i tre protagonisti processano se stessi.
    (Dal Corriere della Sera, 24/5/2012).

  • Le cinque valli ladine
    Ogm e ricerca

    Gian Antonio Stella, sul Corriere del 28 aprile, stigmatizza la proposta del senatore leghista Sergio Divina d’istituire la Ladinia, terza Provincia autonoma della Regione Trentino Alto Adige-Südtirol, che in effetti arriva proprio quando da più parti si sottolinea viceversa la necessità di cancellare gli enti intermedi, che costano un sacco di soldi ai contribuenti e svolgono funzioni che potrebbero essere assolte da Regioni e/o Comuni. A Stella mi permetto di ricordare che le cinque valli ladine sono attualmente divise tra due Regioni e tre Province, che i ladini parlano una vera e propria lingua e non un dialetto e che la richiesta di unificazione sotto un unico ente che giunge dai ladini è tesa soprattutto alla sopravvivenza identitaria e culturale della più antica minoranza dell’ Alto Adige-Südtirol. Peraltro, personalmente non ritengo necessaria la creazione di una Provincia, bensì l’adozione di provvedimenti di omogeneizzazione amministrativa e culturale quali ad esempio l’estensione del modello scolastico paritetico in italiano, tedesco e ladino – che sta dando ottimi risultati in Val Gardena e Val Badia – a Val di Fassa, Ampezzo e Fodom. Michil Costa, michil@hotel-laperla.it
    (Dal Corriere della Sera, 9/5/2012).

  • Interventi & Repliche

    Da montanaro, sia pure della minoranza cimbra e non ladina, amo quelle montagne e la gente che ci vive e mi è dunque facile essere d’accordo con quanto scrive Michil Costa. Tanto più che lui stesso conviene che occorre trovare una maniera di ricomporre culturalmente le terre ladine senza creare una nuova provincia. Cosa che, peraltro, sarebbe meno insensata di tante altre realtà provinciali inventate a tavolino solo per moltiplicare le poltrone. Gian Antonio Stella
    (Dal Corriere della Sera, 9/5/2012).

  • AREA C
    La barriera linguistica

    L’Area C vale anche per gli stranieri. Le indicazioni, già difficilmente leggibili e comprensibili anche per un italiano, dovrebbero essere (secondo il nostro Comune) lette, comprese e applicate anche dagli stranieri. Se un francese, inglese, norvegese, tedesco… vuole entrare in Area C con l’auto deve pagare, ma come lo capisce? E come capisce il sistema? Se ha dei dubbi deve recarsi a un comando di zona dei Vigili. Dove lascia l’auto nel frattempo, come trova il comando, cosa chiede, in che lingua parla coi vigili? E comunque, se anche arrivasse a capire cosa deve fare e comprasse il tagliando non gli sarà possibile attivarlo per sms, ma dovrà farlo per forza telefonando (parlando in che lingua?). Roberta Ferrario

    Gentile signora Ferrario, sul sito Internet di Area C tutte le indicazioni sull’accesso a pagamento in zona Bastioni sono tradotte in sei lingue straniere. (R. Cro)
    (Dal Corriere della Sera, 1/5/2012).

  • DIALETTO
    Ci sono regole certe

    La presentazione del libro di Emilio Magni «Duecento modi di dire in dialetto milanese» il cui titolo «A Milan anca i moron fan l’üga» mi ha lasciata perplessa per l’errata grafia che non può essere considerata lingua milanese, ma una grafia usata nel dialetto brianzolo o lombardo. Altrettanto dicasi della frase «Al sa regorda gnà dal nass a la buca» che in lingua milanese dovrebbe essere scritto «El se ricòrda nanca dal nas a la bocca» ed altri modi di dire inseriti nell’articolo suddetto. Molti autori ritengono di scrivere in milanese, mentre usano una grafia inventata che trascrive la loro dizione dialettale, senza seguire precise regole grammaticali o semplicemente consultando vocabolari pubblicati per la traduzione Italiano-Milanese. Ella Torretta
    (Dal Corriere della Sera, 26/4/2012).

  • DIALETTO
    Difesa del milanese

    È veramente fastidioso constatare come al Cinema ed anche in Tv si parla sempre il romanesco in tutti i programmi e fiction e magari ambientate sotto le Dolomiti, mentre il nostro dialetto milanese è diventato un linguaggio fuori moda e forse unicamente utilizzato da una nota compagnia dialettale e teatrale. Il dialetto milanese è parte della storia di Milano e forse senza alcun pregiudizio o polemica inutile, bisognerebbe porre le premesse per fare un’azione culturale a favore di questa lingua lombarda e tanto cara a noi «meneghin». PierAngelo Paleari
    (Dal Corriere della Sera, 19/4/2012).

  • CONTRO L’INVASIONE DEGLI ANGLICISMI
    Così si arricchisce anche la lingua di Dante

    Molti vernacoli lombardi stanno sparendo nelle città, ma soprattutto nelle valli e nelle campagne. Non è semplicemente una perdita folcloristica. Anzi, si tratta di una sconfitta dell’Italia, del nostro mondo culturale e sociale. Bisogna reagire, utilizzando il dialetto nel parlare quotidiano, impararlo a scrivere e magari creare gruppi di lavoro proprio su internet. Perché non chiamare il mouse rattin e il cestino el ruff? Conservare le nostre radici è anche il modo per creare ancora dei neologismi in italiano, ormai sommerso da migliaia di anglicismi. Il meneghino, che più che un dialetto è da considerarsi una «lengua» in quanto ha la fortuna di avere alle spalle una grande letteratura, da Bonvesin de la Riva, a Maggi, Parini, Porta, Bertolazzi, Tessa, risulta oggi più di prima la lingua internazionale della Lombardia, la più compresa, dall’ Oltrepò fino ai Grigioni. E mentre le pronunce dialettali mutano in pochi chilometri, anche in Lombardia esistono aree linguistiche autoctone, come a Busto Arsizio, antica colonia ligure: se in milanese l’aereo si dice apparecc, in bustocco i contadini lo chiamano ù sguatàsciu, quello che batte le ali. Nelle valli bergamasche si dice sciarùs cà ficàt ol vél per ieri, il giorno che è scappato via. E il sole si chiama lampiù, mentre in mantovano si dice alzars col sol a mezza gamba per dire alzarsi attorno al mezzogiorno. Infine una particolarità milanese: ballabiott, che molti interpretano come «balla nudo», cioè sciocco deriva proprio dai produttori di taleggio di Ballabio che vendevano ai milanesi questo squisito formaggio. Manzoni Franco
    (Dal Corriere della Sera, 15/4/2012).

  • POLITECNICO Niente inglese, please

    È di questi giorni la notizia che a far data dall’ anno accademico 2014-2015 i corsi universitari del Politecnico saranno tenuti solamente in lingua inglese. Dopo attimi di perplessità e sgomento, affiorano mille perplessità: ma se già con la lingua italiana abbiamo dei problemi, figuriamoci con l’inglese. E poi se oggi, alle elementari si dedica una sola ora settimanale allo «studio» della lingua straniera che oltretutto è tenuta dalle insegnanti di ruolo, come si può pretendere che la scuola stessa sia in grado di preparare gli studenti ad affrontare autonomamente un intero corso universitario! Così agendo, i corsi universitari saranno accessibili ai soliti pochi privilegiati. Visto l’andamento tutt’ altro positivo dell’ economia italiana (ma non solo), è ragionevole supporre che il numero di frequentatori del futuro Politecnico britannizzato sarà oltremodo esiguo. È poi quantomeno decoroso omettere le naturali considerazioni sulle conseguenze circa la professionalità e padronanza della materia per i futuri ingegneri. Filippo Pisoni
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2012).

  • L’insegnamento dell’inglese

    Leggo sul Corriere di ieri la notizia della decisione del Politecnico di Milano di utilizzare esclusivamente la lingua inglese per tutti i corsi dell’ ultimo biennio, a partire dall’anno 2014. Ottimo naturalmente, perché tutti gli studenti italiani dovranno sapere perfettamente la lingua! Sono il sindaco di un paese di 1.100 abitanti sulle colline biellesi e dopo oltre 40 anni di permanenza in alcuni Paesi del mondo, come cultore delle lingue straniere ho deciso di incominciare a preparare i bambini del paese allo studio della lingua inglese. È un’iniziativa a lungo termine che parte dalla materna, ma bisogna pure incominciare… L’intero progetto viene finanziato da privati e da fondazioni e con il supporto del Comune nonostante il magro bilancio, come si può immaginare. Infatti lo Stato si è defilato, mentre apprendo che sarà dato un grosso contributo al Politecnico. Magari qualche soldino per poter iniziare anche dal basso? Aspetto! Raffaele Micheletti michelettiraffaele@yahoo.com
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2012).

  • LINGUA ITALIANA
    Un nuovo termine

    Caro Romano, all’Accademia della Crusca e agli estensori di vocabolari propongo l’inserimento nella lingua italiana di un nuovo termine. Come esistono superlativi per gli aggettivi, per i verbi, così il nuovo termine è un superlativo di un sostantivo. Se «azzeccagarbugli» è l’avvocato che trova il garbuglio nella legge per volgerla a proprio favore anche contro l’evidenza dei fatti, così il suo superlativo denomina una entità che Manzoni non si sarebbe neppure sognato: qualcuno che trova il garbuglio ma che non è neppure legge, lo trasforma in legge, lo fa promulgare e poi la usa nel processo in cui è avvocato (ovviamente il nuovo termine è il «ghedini»). Andrea Picelli, Ancona

    L’inventore ha il diritto di battezzare la sua scoperta. Ecco alcuni precedenti a cui i lettori, se vorranno, potranno aggiungerne altri. Joseph-Ignace Guillotin ha dato il suo nome a uno strumento usato per le esecuzioni capitali; il prefetto Eugène Poubelle al recipiente usato per la spazzatura nelle città francesi; l’industriale George Pullman a una carrozza ferroviaria; il conte di Sandwich a un panino imbottito; Alessandro Volta alla misura della tensione elettrica; James Watt all’unità di misura internazionale della potenza; i fratelli Montgolfier al pallone aerostatico: Gioacchino Rossini a un medaglione di filetto sormontato da una fetta di paté; il principe Otto von Bismarck a una bistecca sormontata da un uovo. Credo che all’avvocato Ghedini non spiacerà trovarsi in tanta compagnia.
    (Dal Corriere della Sera, 3/3/2012).

  • COLORE DELLA PELLE
    Quale termine usare

    Caro Romano, sull’uso dell’ espressione «persona di colore», lei risponde che la correttezza della lingua può uccidere il buon senso e il senso comune. Cioè comunemente si capisce che «persona di colore» si riferisce a un uomo con la pelle nera. Forse perché non cambia mai… Allora l’uomo bianco dovrebbe essere una «persona di colori»: la sua pelle cambia ogni stagione (latte, abbronzato, rosso ecc), o secondo il pasto (con il pepe) o le emozioni (arrabbiato nero). Il buon senso e il senso comune vorrebbero che lei fosse designato uomo bianco e io uomo nero: cosi siamo! Oppure «persona di colore» versus «persona di colori». Che preferisce? Il buon senso o il senso comune? Ngonmeda Laurent ngonmedaa@yahoo.fr

    Ogni lingua riflette inevitabilmente il punto di vista di coloro che la parlano. Per i cinesi gli europei sono «i grandi nasi». Non mi è mai sembrata una espressione insolente. Dopo tutto i cinesi hanno ragione. Confrontati ai loro nasi, i nostri sono effettivamente grossi.
    (Dal Corriere della Sera, 25/2/2012).

  • SENZA MAESTRA DI INGLESE
    Alunna delle elementari

    Il consiglio di istituto nella scuola pubblica di mia figlia, che frequenta la seconda elementare, ci ha confermato la mancanza dell’insegnante di inglese anche per la restante parte dell’anno scolastico. Ovviamente, quando ci sarà consegnata la pagella relativa al primo semestre, la casella della lingua sarà in bianco. E così anche alla fine dell’anno. Evidentemente il ministero dell’Istruzione si è dimenticato che la conoscenza dell’inglese è diventata fondamentale per lo studio anche delle altre discipline scolastiche. Filippo Accettella, Roma
    (Dal Corriere della Sera, 22/2/2012).

  • APPELLO ALLA RAI
    Trasmissioni in inglese

    Gli italiani sanno poco e male l’inglese. Con tutti i canali (anche web) che ora ha a disposizione, la Rai non potrebbe trasmettere qualche film, telefilm eccetera in inglese con i sottotitoli? Marta Angheràmarta.anghera@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/2/2012).

  • ANNUNCI SU VOLO ALITALIA
    Solo in lingua straniera

    Sui voli a/r Milano-Lisbona da me effettuati, non è stato fatto neppure un annuncio in lingua italiana. La tanto sbandierata italianità da salvare della nostra compagnia aerea è servita soltanto a ripagare i debiti? Paola Rabozzi Settimo Milanese
    (Dal Corriere della Sera, 16/2/2012).

  • METRO LAURENTINA
    Scale rischiose (e ferme)

    Quasi due mesi fa, mentre stavo salendo sulla scala mobile che dal parcheggio della stazione Laurentina porta al piazzale antistante la stazione stessa, la scala si è improvvisamente arrestata e poi ha cominciato a retrocedere. Per miracolo non sono caduto all’indietro e non ho subito danni. Una caduta in siffatti casi può essere anche mortale! Ho io stesso arrestato l’impianto segnalando l’accaduto al personale che non si era accorto di nulla. Evidentemente non esiste un meccanismo di segnalazione automatico. Temendo che della cosa non fosse portata a conoscenza la Direzione tecnica ho lasciato agli addetti al parcheggio una segnalazione scritta. Mi è stato detto che solo qualche giorno dopo il responsabile del settore l’ ha ritirata. Le apparecchiature sono da allora ferme in attesa, evidentemente, di una riparazione che deve essere particolarmente difficile. O forse no? Vorrei dire anche che i cartelli redatti in varie lingue recanti informazioni a uso dei numerosi turisti (specie gruppi) sul sopracitato parcheggio sono pieni di errori, talora suscitando ilarità. Anche questo segnalai ma … i cartelli sono sempre là. Da qualche giorno poi sui convogli della metropolitana una voce registrata annunzia l’approssimarsi delle varie stazioni oltre che in italiano anche in inglese. Il risultato è brillante! Ad esempio il nome della stazione «Cavour» viene pronunziato «Cavurre», la parola inglese «direction» è pronunziata come è scritta (e non «dairection») e quella di fermata «stop» diventa «stap». Conclusione: si ha l’impressione che i dirigenti della società ignorino cosa significhi effettuare controlli. Grato per l’ospitalità. Giorgio Castriota Santa Maria
    (Dal Corriere della Sera, 22/12/2011).

  • Modi di dire abusati

    Sono d’ accordo con il lettore ( Corriere di ieri) che si lamenta dell’espressione «assolutamente sì». Ma che dire dell’intercalare «come dire» che politici e conduttori ripetono ogni momento? Luciana Alberin grandmother23@gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 1/12/2011).

  • LINGUA TEDESCA
    La Merkel tradotta

    Caro Romano, Corriere e tg hanno usato l’aggettivo «impressionante» per tradurre un commento della Merkel sul pacchetto di riforme in preparazione del governo Monti. Deduco che il termine inglese fosse «impressive» («notevole, imponente, che colpisce»), che solo una mediocre traduzione può, in questo contesto, rendere in italiano con il molto più drammatico aggettivo «impressionante». Mario Guslandi, Milano

    Angela Merkel parlava tedesco. Secondo la stampa della Repubblica federale, avrebbe detto di essere stata «beeindruchkt» dalle misure italiane per la crescita. La traduzione italiana è: impressionata, sorpresa, positivamente colpita.
    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2011).

  • ESPRESSIONI
    Acrostico di «spread»

    Invio un piccolo divertente acrostico (componimento poetico che forma una parola con le lettere iniziali dei versi lette una di seguito all’altra, ndr) adatto ai tempi: S oluzione/P er/R ovinare/E conomie/A fflitte/D ebolezza. Gabriele Barabino Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 28/11/2011).

  • MANIFESTANTI
    Il rigore degli inglesi

    La stessa esterofilia – che ci ha fatto definire «black bloc» i nostrani sfondavetrine e «indignados» i replicanti italiani dei manifestanti che vanno di moda nel gran mondo – ora vorrebbe farci applicare il rigore e le procedure inglesi per sbattere in galera i vandali che hanno messo a sacco Roma. Ma da noi non può funzionare: sono infatti convinto che nessun giudice potrà mai ritenere valide riprese e registrazioni degli scontri che non siano state disposte da magistrati. Stefano Carta cartastagnola@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 18/10/2011).

  • DA UN TRENTENNE
    Cultura senza sbocchi

    Sono un trentenne alle prese con la disoccupazione e il deserto culturale. Ho una laurea, un dottorato in studi indologici, varie abilitazioni tra cui quella di insegnante di italiano agli stranieri. Ebbene, in nessuno di questi settori si riesce a trovare uno sbocco valido. E non sono il solo. L’Italia sembra non interessata a lanciare lo sguardo su culture fondamentali oggigiorno come quella dell’India, non se ne conosce nulla (se non stereotipi), per non parlare dell’assoluto «Italian style» nella diffusione della nostra lingua. Lo sfinimento incombe. Vorrei vivere in un Paese entusiasta e fiero. Mario Russo yavan@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 26/9/2011).

  • ETIMOLOGIE
    Uno strano granchio

    Caro Romano, lei ha ricordato che secondo Giuseppe Baretti l’uso del lei è uno degli assurdi più solenni che siano mai stati ghiribizzati. D’accordo che lo scrittore visse nel Settecento, ma che significa «ghiribizzati»? Carla Gatti, Verona

    Ghiribizzo può significare idea bizzarra, condotta capricciosa, malizia ingegnosa, desiderio improvviso, invenzione capricciosa, opera stravagante, fronzolo, ghirigoro, sgorbio, smorfia improvvisa, capriccio. Secondo il Grande Dizionario di Salvatore Battaglia, edito dalla Utet, la parola, benché usata sin dal Rinascimento, ha un etimo incerto e potrebbe derivare dal tedesco krebitz (granchio).
    (Dal Corriere della Sera, 26/9/2011).

  • PROVINCIA DI BOLZANO
    Indicazioni bilingui

    Caro Romano, come se non fossimo già assillati da sofferte problematiche assai più gravose, desta stupore e suscita sgomento vederci confrontati pressoché quotidianamente con l’assurda, feroce polemica sui toponimi in uso nella provincia di Bolzano. Sono del parere che, qualora un torto, come sembra, sia stato a suo tempo commesso (quando era stata imposta d’ arbitrio una manipolazione dei toponimi tedeschi, al fine di «italianizzarli», con disposizione – durante il Ventennio – persino del loro uso in esclusiva), saremmo ancora in tempo a porvi opportuno rimedio, ripristinandoli in toto nella loro autentica dizione originaria. E tutto questo per la buona pace di tutti. Peter Gasser peter_gasser@web.de

    Nella provincia di Bolzano vi sono una maggioranza di lingua tedesca, una minoranza di lingua italiana (che è maggioranza nella città) e, soprattutto d’inverno e d’estate, un folto gruppo di turisti prevalentemente italiani. Tutti hanno il diritto di leggere nella propria lingua le indicazioni toponomastiche e stradali convalidate dalla tradizione e dall’uso. È davvero così complicato?
    (Dal Corriere della Sera, 17/9/2011).

  • DIRIGENTI SCOLASTICI
    Errori nei test

    I test della prova preselettiva del corso-concorso per dirigenti scolastici non solo sono inficiati da inesattezze, ma anche da tre gravi errori grammaticali. Per ben tre volte, infatti, compare qual è con l’apostrofo, quando le grammatiche e i vocabolari dicono che c’ è il troncamento e non l’elisione quando la e incontra un’ altra vocale. Come si può pretendere che i ragazzi rispettino la lingua di Dante quando la mala pianta degli errori ortografici viene coltivata anche tra chi dovrebbe dare il buon esempio?
    Enzo Bubbo, Petronà (Cz)
    (Dal Corriere della Sera, 16/9/2011).

  • NELLA NOSTRA LINGUA
    Uso del solo «tu»

    Caro Romano, la sua replica al problema linguistico dell’uso del tu, del lei e del voi, se ha il «difetto» di non proporre soluzioni preconfezionate, almeno restituisce la realtà – quasi anarchica – della lingua italiana. E solleva l’altra, fondamentale questione: che lingua insegniamo noi docenti alle giovani generazioni? Ma forse, anche qui, la risposta è già data. Alessandro Penazzi filologo@virgilio.it

    Ai giovani occorrerebbe spiegare che l’uso pressoché esclusivo del tu impedisce alla conversazione di rivelare la straordinaria varietà dei rapporti umani. L’italiano è una tavolozza composta da molti colori. Perché usarne, nelle relazioni personali, soltanto uno?
    (Dal Corriere della Sera, 10/9/2011).

  • SENZA L’ITALIANO
    Sito del Tour de France

    Nonostante il Tour faccia tappa in Piemonte con un arrivo e una partenza a Pinerolo, la considerazione dei francesi per l’Italia è sempre ai minimi termini. Sul sito ufficiale http://www.letour.fr, oltre alla loro lingua sacrosanta e intoccabile, vi sono altre tre bandierine per la selezione di lingue diverse dal francese. Le notizie sulla Gran Boucle si possono leggere in inglese, in tedesco e in spagnolo, ma non in italiano. I sindaci di Pinerolo e di tutti i comuni attraversati dalla corsa facciano un esame di coscienza, assieme ai tifosi che saranno schierati ai lati delle strade piemontesi. Giuseppe Peroni Carmagnola (To)
    (Dal Corriere della Sera, 18/7/2011).

  • SIGNIFICATI

    «Coming out»

    Caro Romano, nella risposta a un lettore lei usa l’espressione «coming out». Anche se il termine sta entrando nel nostro vocabolario, io ancora non ho capito il suo significato. Marta Ragazzi, Roma

    La migliore traduzione di «coming out» è «uscire allo scoperto», cioè rinunciare a fingere e rivelare pubblicamente quella parte della propria vita che era rimasta coperta da un velo. Ma «coming out» è ormai l’espressione più frequentemente usata per descrivere il rito di coloro che decidono di rivelare le loro preferenze sessuali. La traduzione italiana è esatta, ma è meno evocativa dell’ espressione inglese.
    (Dal Corriere della Sera, 23/6/2011).

  • A SCUOLA

    Le poesie in dialetto

    A proposito dell’introduzione dello studio del dialetto nelle scuole, secondo me basterebbe arricchire il programma di lettere con poesie di poeti dialettali scelti tra i migliori, e delle varie epoche, e si salverebbero non solo la parlata popolare e i termini che inevitabilmente si vanno perdendo per la naturale evoluzione di ogni lingua, ma anche le nostre splendide tradizioni culturali. Sono le poesie (in particolare) e le canzoni lo scrigno dove ritroviamo vocaboli e detti della nostra storia e delle nostre radici. Pertanto, solo indirizzando i ragazzi alla lettura e quindi allo studio dei poeti più rappresentativi delle varie epoche riusciremo a salvare qualcosa delle nostre parlate popolari dall’inevitabile oblio del tempo e da un’umanità sempre più distratta e superficiale. Infatti arricchendo i programmi scolastici con opere dialettali e facendo leggere più poesie agli alunni, diventa consequenziale lo studio del dialetto, delle regole grammaticali, dell’ etimologia dei vocaboli, ecc. Raffaele Pisani Catania
    (Dal Corriere della Sera, 7/6/2011).

  • L’esame di lingua alle medie

    È sorprendente la polemica sull’obbligo di svolgimento della prova scritta della seconda lingua straniera nell’esame di terza media (Corriere di ieri). Da anni nella scuola media si insegna (per 66 ore annue) una seconda lingua straniera e da anni molti collegi docenti deliberano di svolgere questa prova scritta al termine del percorso triennale. Non vedo, quindi, cosa ci sia di male nella circolare ministeriale. E perché non ci sarebbe il tempo di predisporre la prova scritta? I docenti di tedesco e spagnolo sono felici di questa subalternità alla lingua inglese, unica ad avere dignità di prova scritta? Alvaro Bartolini Cesena
    (Dal Corriere della Sera, 6/6/2011).

  • LICENZA MEDIA

    La nuova prova

    L’esame di terza media quest’ anno prevederà a sorpresa una prova scritta delle seconda lingua comunitaria di insegnamento. Un provvedimento emanato a pochi giorni dalla fine dell’anno scolastico che sta creando disagi tra gli operatori della scuola e allarme tra gli alunni e le famiglie. Si dovranno cambiare le modalità di conduzione dell’esame e di valutazione. Il che potrebbe provocare varie contestazioni. Elvira Pierri pierri2000@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 5/6/2011).

  • Al lettore (Corriere, 22 maggio) che lamenta l’inglesizzazione della nostra lingua dico, se può consolarlo, che il fenomeno non ha colpito solo l’idioma di Dante. Insegno tedesco, ma da qualche tempo provo la sensazione di avere a che fare non più con la lingua di Goethe, quanto piuttosto con una sorta di «inglesco», dove si parla di «song» invece che di «Lied» (canzone), dove le cose o le persone «toll» (fantastiche, grandiose) sono diventate «cool» e via discorrendo. L’unico baluardo che resiste (ma per quanto?) all’ invasione straniera è rappresentato dal francese, che però eccede dall’altro lato, cioè crea soluzioni linguistiche che nel caso migliore sono solo buffe («ordinateur» per computer) ma in quello peggiore risultano praticamente incomprensibili (il «mouse pad» che diventa «la natte à souris», cioè la stuoia per il topo!). Daniele Orla, dnval@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 30/5/2011)

  • L’agonia della nostra lingua

    A proposito dell’ «Agonia dell’ italiano ucciso dagli esotismi» (Corriere, 22 maggio), è tutto vero e tutto giusto; però la lingua italiana viene uccisa anche nel Parlamento italiano dove si pronunciano parole tipo «question time», «election day» e altre del genere. E che dire del fatto che qui in provincia di Venezia stanno per costruire una fantomatica «Veneto city»? Pasquale Rampazzo pasquale.rampazzo@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 29/5/2011).

  • PAROLE STRANIERE
    «Account manager»

    Caro Romano, in una sua risposta ha tradotto il sintagma «account manager» con «contabile». La cosa da un lato mi sorprende, dall’altro avvalora la sua tesi della difficoltà di tradurre le espressioni inglesi. «Account» sta per cliente e «account manager» indica colui che è addetto alla gestione dei rapporti con specifici clienti abituali. «Contabile» si traduce con «accounts clerk», «accountant», «book-keeper». Giuseppe Falanga gfalanga1@fastwebnet.it

    Lei ha ragione, correggo. Ma la parola «contabile», per il significato che intendevo dare alla mia risposta, era più efficace.
    (Dal Corriere della Sera, 24/5/2011).

  • La pronuncia dei nomi

    In un intervento sul Corriere del 20 maggio un lettore ha rilevato che molti telecronisti italiani pronunciano scorrettamente il cognome di Dominique Strauss-Kahn alla francese, dicendo «Stross-Kahn» mentre, essendo questi di origine chiaramente tedesca (credo dell’Alsazia, territorio francese di lontana origine della Germania), andrebbe pronunciato «Strauss» così come è scritto e come ovviamente si farebbe in Germania, Austria e cantoni svizzero-tedeschi. L’osservazione del lettore parrebbe non fare una grinza, ma una riflessione induce a fare una piccola obiezione; come egli stesso ha scritto, anche i telecronisti francesi pronunciano «Stross», e ciò a conferma che in Francia si tende a francesizzare i nomi stranieri, facendo diventare così l’errore una regola, e vorrei ricordare come esempio i classici «Coppì» e «Bartalì», pronunciati così dai commentatori francesi. D’altra parte anche noi sbagliamo tante volte la pronuncia della nostra stessa lingua, per cui, per esempio, l’esatta pronuncia del furbo volatile è «cucùlo» ma tutti sbagliano e allora l’errore cessa di essere tale. Gabriele Barabino Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 22/5/2011).

  • COGNOME TEDESCO
    Strauss-Kahn

    Osservo che molti telecronisti italiani (oltre a quelli d’Oltralpe) stanno francesizzando il cognome del numero uno del Fondo monetario internazionale. Perché pronunciarlo «Stross-Kahn» considerato che la sua origine è chiaramente tedesca? Che penserebbero gli austriaci se, analogamente, venisse deformato il cognome del padre del valzer, Johann Strauss? Carlo Radollo, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 20/5/2011).

  • La «Jihad» secondo la Crusca

    Trovo sbagliata la considerazione dell autore della lettera «Jihad: quella parola araba» (Corriere, 5 maggio). Se «jihad» significa «guerra santa» l’articolo corretto in italiano è il femminile. L’Accademia della Crusca dice: quando una parola straniera entra nel vocabolario italiano, il genere che assume è quello della parola italiana equivalente e non si declina. Giuliano Rescaldani, g.resca@infinito.it
    (Dal Corriere della Sera, 16/5/2011).

  • «JIHAD»
    Quella parola araba

    Dopo il blitz Usa contro Osama bin (o ben) Laden, ovvero contro Osama figlio di Laden, si torna a discutere di «jihad». Il termine viene citato al femminile, ma la parola araba usata in italiano come sinonimo di «guerra santa» è nella lingua araba un sostantivo maschile e il suo significato è «combattimento, lotta, impegno». In sintesi è il compito, o meglio, il dovere di difendere la fede «con il cuore, con la lingua, con la mano e con la spada». Infine il plurale non è jihads (come indicato in un tg) ma jihadat. Claudio Villa, Vanzago (Mi)
    (Dal Corriere della Sera, 5/5/2011).

  • LE NOZZE CON «COMMONER»
    Famiglia reale inglese

    Si afferma da più parti che Katherine Middleton sarebbe la prima «commoner» a sposare un membro della famiglia reale inglese. È un errore. Per «commoner» si intende una persona «non appartenente a una famiglia reale». La prima «commoner» che sposò un principe fu la madre della regina Elisabetta, Elizabeth Bowes-Lyon, figlia del 14° conte di Strathmore. Anche Diana Spencer era una «commoner», benché figlia di un conte, e naturalmente anche Sarah Ferguson e tante altre. Arianna Ghilardotti pasifae@iol.it
    (Dal Corriere della Sera, 3/5/2011).

  • CODICE PENALE
    Che cos’ è il «reato»

    Molti usano l’espressione «reato penale» (ad esempio a proposito della norma sui clandestini bocciata dalla Corte di Strasburgo). In realtà altro non è il reato che una violazione della legge penale, sicché non esiste e non può esistere un reato amministrativo o civile. Per essere corretti, si deve parlare o di illecito penale (per distinguerlo da altri tipi di illecito) o di reato «tout court». Nevio Pelino, Roma
    (Dal Corriere della Sera, 30/4/2011).

  • Sintassi e sentimento

    Come maestro elementare è bello leggere interventi sui dubbi della sintassi, come quello sulla frase «domani vado a scuola» (Corriere di ieri), ma come psicologo ritengo che il problema sia altrove; la morte del futuro ucciso da un presente di relativa contemporaneità checché ne dicano gli studiosi significa uccidere la speranza! In altre lingue non è così. Domani andrò a scuola.
    Vincenzo Raimondi, Arzignano (Vi)
    (Dal Corriere della Sera, 11/4/ 2011) .

  • Un dubbio di sintassi

    Un lettore (Corriere di ieri) considera errata la frase «domani vado a Roma in autobus», presente nel questionario elaborato dall’Invalsi per le elementari. In realtà «il presente è il tempo di una contemporaneità relativa da mettere in rapporto ad un punto di riferimento cronologico che può collocarsi nel passato o nel futuro» (La lingua italiana di M. Dardano e P. Trifone, Zanichelli).
    Giancarlo Picca, gianniepiera@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 10/4/2011).

  • CONOSCENZE DI MUSSOLINI
    La lingua tedesca

    Caro Romano, ho sempre cercato di scoprire quali fossero le reali conoscenze del tedesco da parte di Benito Mussolini. So che agli inizi del ’900 si diceva particolarmente attratto dalla lingua di Goethe, ma è probabile che fosse stata Angelica Balabanoff (l’attivista ucraina che nel 1913 affiancò il futuro duce nella direzione dell’Avanti!) a impegnarlo seriamente nello studio. Vorrei comunque chiederle: è vero che, nei suoi contatti con Hitler, egli sfoggiava sempre una buona padronanza del tedesco? Carlo Radollovich carlo.radollovich@ libero.it

    Mussolini pronunciò in tedesco il suo principale discorso a Berlino durante la visita dell’ autunno 1937 e tendeva a servirsene nelle sue conversazioni con Hitler. Ma sembra che lo parlasse meglio di quanto non lo capisse: una circostanza che non giovò alla efficacia e alla chiarezza dei colloqui.
    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2011).

  • La lingua alla corte di Francesco I

    A proposito dei re inglesi di origine germanica (Corriere, 12 e 17 febbraio), è anche buffo il caso dei reali germanici. Ad esempio, Maria Luisa, figlia dell’imperatore d’ Austria Francesco I, moglie di Napoleone e poi duchessa di Parma, non imparò mai a parlare correttamente il tedesco. La sua lingua madre era l’italiano, appreso in famiglia. Il padre, l’imperatore Francesco era fiorentino, pur essendo un Asburgo Lorena; la madre era napoletana, figlia di Ferdinando Borbone. Nella famiglia imperiale austriaca, evidentemente, si parlava mezzo fiorentino e mezzo napoletano…
    Pietro Bognetti bognetti.pietro@gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 20/2/2011).

  • MINISTERO DEL TURISMO

    Per un call center in più

    Siamo sconcertati. Leggiamo sul Corriere che il nostro ministro del Turismo, Brambilla, dopo aver tentato di bloccare il Palio di Siena ha esordito con un’altra splendida iniziativa. Che costa, ed anche molto. Ha istituito un call center in 7 lingue (incluso il russo!) per chiarire agli italiani che desiderino andare all’estero quali sono i paesi a rischio e quali pericoli si corrono andandoci. Ma è il ministro del turismo italiano o del resto del mondo? Esistono già due meravigliosi siti a riguardo istituiti dal ministero degli Esteri a cui spetta tale compito http://www.viaggiaresicuri.it e http://www.dovesiamonelmondo.it e il call center è un duplicato che poi non dovrebbe spettare al ministero del Turismo che dovrebbe occuparsi del turismo in Italia, non a quello nello Yemen. Seguono firme
    (Dal Corriere della Sera, 15/2/2011).

  • Che cos’è il lombardismo

    La proposta dietro al neologismo «lombardismo» non è una novità, non è una questione di vocabolario, è volutamente una provocazione alla quale si richiama pur contestandola il professor Giorgio De Rienzo (Corriere di ieri). Un sasso nello stagno proprio su ciò che a mio avviso deve far leva per consentire al Paese di uscire dalla crisi, cioè sull’insieme di caratteristiche delle popolazioni lombarde (…) che ci sanno fare: intraprendenti, concreti e fattivi. Cioè un lombardismo inteso come un patto tra politica, mondo del lavoro e sistema produttivo che in maniera trasversale denuncia di non poter più tollerare che questo Paese non si riformi in senso autenticamente federalista, quindi va bene lombardismo come termine di paragone anche campanilista ma in senso positivo per sottolineare che sono gli altri che devono adottare modelli che hanno consentito alla Lombardia a parità di trasferimenti di essere ciò che è. Andrea Gibelli Vice-Governatore Regione Lombardia
    (Dal Corriere della Sera, 1/2/2011).

  • Il doppiaggio dei film

    Desidero rispondere all’intervento di un lettore (Corriere di ieri) in merito all’idea di smettere di doppiare i film in Italia per permettere ai giovani di imparare meglio l’inglese e per non gravare sulle casse dello Stato. In primo luogo, in questo modo, si priverebbero centinaia di persone (attori, fonici e traduttori) di un mestiere e, oltre a non essere il momento storico più adatto, si perderebbe un’arte tipicamente italiana, svolta con grande attenzione e professionalità. Inoltre vorrei chiarire, in quanto doppiatrice, che il doppiaggio è un lavoro svolto da liberi professionisti e società private per conto delle reti televisive o dei canali di distribuzione cinematografici. Di «statale» non v’è assolutamente niente ed è un regime di libero mercato, che produce posti di lavoro e fatturato. Detto ciò, chiunque sentisse quest’esigenza, può tranquillamente vedere i prodotti in lingua originale nelle sale cinematografiche adibite, via Internet, su qualunque dvd o sui canali tv che già mettono a disposizione la doppia lingua. Ilaria Egitto, Milano I
    (Dal Corriere della Sera, 31/1/2011).

  • Istruzione: le scuole elementari

    Sul Corriere di ieri leggo che tanti avvocati e altri professionisti non conoscono la lingua italiana, e si auspicano corsi di recupero per costoro. Secondo la mia teoria «controcorrente» (so però che molti colleghi la pensano come me), dettata dall’esperienza di 40 anni d’insegnamento, il recupero è inutile e non porta alcun frutto: gli errori vanno eliminati subito, nei primi anni delle elementari!
    Emilio Lucci, Terni
    (Dal Corriere della Sera, 20/1/2011).

  • Lo studio del cinese nelle scuole

    Ho letto sul Corriere di ieri la notizia che aumentano le scuole in Italia e a Milano dove apprendere il cinese. Sono laureata in lingua e letteratura cinese dal 1984, quando chi studiava questa lingua veniva guardato con molta curiosità. Mi fa quindi piacere che negli ultimi anni sia diventato normale studiare cinese. Adesso, però, è molto forte la concorrenza dei giovani cinesi immigrati di seconda generazione, i quali, oltre a essere perfettamente bilingui, sono bravissimi studenti in economia, legge, ingegneria. Paola Trotta, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 5/1/2011).

  • SEGNALETICA
    Il genio del burocratese

    In un tratto della mia via sono stati posti, con il dovuto anticipo, alcuni cartelli che vietano di parcheggiare lungo il marciapiedi dal giorno tale al giorno tale. Niente di nuovo. Nuovo è il testo di avviso posto dall’Autorità competente: «Questa località sarà interessata dalla occupazione di suolo pubblico dal… al…». Domando: ma chi è quel genio della lingua italiana che ha inventato questo perfetto esempio di burocratese? Franco Turba
    (Dal Corriere della Sera, 27/1/2011).

  • QUALSIASI CITTADINO
    Conoscenza dell’italiano

    Ho seguito con interesse il caso dell’esame di lingua italiana per gli stranieri che vogliono ottenere un regolare permesso di soggiorno e mi sono trovato a confrontarlo con la questione della naturalizzazione o richiesta di cittadinanza italiana. Vivo in Argentina e tutte le volte che mi reco in uno dei consolati italiani esistenti nel Paese mi stupisco della quantità di gente che richiede la cittadinanza italiana (che è facilmente ottenibile dimostrando di avere almeno un nonno nato in Italia): la loro conoscenza della lingua italiana è praticamente inesistente. Sono dell’opinione che sia giusto conoscere la lingua del Paese dove si risiede e si lavora: ma il discorso dovrebbe essere valido anche per chi è cittadino di un Paese pur non risiedendovi. Gabriele Bianchi gabrielebianchi78@ gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 19/1/2011)

  • QUESITO ETIMOLOGICO
    «Cadavere»

    Caro Romano, anche il Corriere ci è cascato! Mi riferisco all’articolo «Faenza, centinaia di tortore trovate morte lungo la Statale. Sotto esame i cadaveri di alcuni volatili». I cadaveri sono quelli degli esseri umani; per gli animali si dice carcassa o carogna. Il termine «cadavere» deriva dall’acronimo ca.da.ver., che comparve nelle iscrizioni catacombali cristiane, ed è costituito dalle prime lettere di una frase latina: ca(ro) da(ta) ver(mibus) che in italiano significa «carne data (in pasto) ai vermi». Da uomo, e da medico legale, mi sento un po’ offeso. Alessandro Bassi Luciani bassil@biomed.unipi.it

    Molto interessante. Ma le segnalo che nell’«Avviamento alla etimologia italiana» di Giacomo Devoto, cadavere verrebbe dal «possibile adattamento di un participio perfetto attivo del verbo cadare, "esser caduto definitivamente"». Secondo il dizionario Oxford della etimologia inglese, invece, cadaver verrebbe da cadere e significherebbe «cosa caduta». Usata per gli uccelli la parola è un segno di sensibilità per gli animali che piacerà, se non ai medici legali, ai veterinari.
    (Dal Corriere della Sera, 15/1/2011).

  • INVENTATA DA PREZZOLINI
    La parola «apoti»

    Caro Romano, nel 1922 Giuseppe Prezzolini, nella polemica politica che infiammava gli animi alla vigilia della marcia su Roma, avanzò l’ipotesi di una «società degli apoti». Chiaramente la parola fu usata in senso metaforico nel significato di «uomini liberi». Sul dizionario della lingua italiana dello Zingarelli leggo la parola «poto», un sostantivo che significa «bevanda» oppure «l’atto del bere». Ora secondo la logica apoto nel senso negativo di «poto» dovrebbe significare «una cosa che non è bevanda» oppure «il non bere». È corretto traslare un termine riferito a un cosa o a un atto per indicare una o un gruppo di persone? E perché la parola «apoto», dopo 88 anni, non è registrata in alcun dizionario della lingua italiana? Luciano Carbognani l.carbognani@libero.it

    Non credo che Prezzolini si sia posto, nel coniare quella parola, problemi di filologia linguistica. Voleva lanciare un messaggio a quelli «che non la bevono», vale a dire tutti coloro che erano stanchi di programmi ideologici presentati come ricette universali. E inventò lì per lì una parola apparentemente erudita dietro la quale si nascondeva una forma di buon senso popolare.
    (Dal Corriere della Sera, 18/12/2011).

  • I permessi agli immigrati

    Dal 9 dicembre il permesso di soggiorno sarà concesso solo agli immigrati che dimostreranno di conoscere la nostra lingua Corriere, 1 dicembre 2010. Già adesso un immigrato clandestino, ovviamente deve provare di avere un lavoro e un’ abitazione dignitosa. Tuttavia nulla verrà insegnato a questi poveracci sfruttati in nero e tenuti lontano dalle loro famiglie. È noto, d’ altra parte, che la maggior parte dei laureati e dei diplomati italiani non è in grado di scrivere una lettera o una relazione in un italiano accettabile, perché la qualità dell’insegnamento da noi lascia molto a desiderare.
    Mario Bocci, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 2/12/2010).

  • TRADUZIONI DI VOLTAIRE
    Il ruolo di Togliatti

    Caro Romano, a proposito del Trattato sulla tolleranza di Voltaire (Corriere, 15 novembre) mi preme precisare che il volumetto non fu pubblicato nel 1949 dagli Editori Riuniti, ma dalla milanese Cooperativa Libro Popolare in una deliziosa collana con copertina colore rosso-bianco, insieme ad altri autori della letteratura francese. Non sono poi così sicuro che il Trattato sia stato tradotto da Palmiro Togliatti, perché ciò non risulta né dal frontespizio né dalla prefazione.
    Gerardo Lupi gerardo.lupi@ virgilio.it

    Nella edizione di Editori Riuniti, ristampata fino al 2005, è scritto che la traduzione e le note sono di Palmiro Togliatti. Nella sua prefazione, d’altro canto, usando la prima persona del plurale, Togliatti dice che occorre «tornare al razionalismo» e che «non ci dispiace dare a questo ritorno, nei limiti di una iniziativa editoriale, il nostro contributo».
    (Dal Corriere della Sera, 30/11/2010).

  • Carlo, William e Henry

    Caro Romano, non fa sorridere l’incongruenza dei nostri media con i nomi della famiglia reale inglese? Accanto a Carlo, si scrive regolarmente William e Henry, quasi che il padre abbia il nome italiano, mentre i figli hanno nomi inglesi. Non sarebbe meglio indicare tutti i reali inglesi con il loro vero nome o in italiano? Luca Comerio luca.comerio@libero.it

    La tradizione voleva che i nomi dei principi stranieri venissero sempre tradotti, ma viene gradualmente abbandonata verso gli anni Sessanta del Novecento. Continuiamo a scrivere Carlo perché appartiene a una generazione precedente e diverrebbe, se lo chiamassimo Charles, irriconoscibile. Ma non possiamo chiamare suo figlio Guglielmo perché è noto anche aal pubblico italiano, sin dalla sua nascita, come Williama. Piuttosto che imporre l’uniformità è meglio lasciare fare al tempo.
    (Dal Corriere della Sera, 25/11/2010).

  • IN TELEVISIONE
    Corsi di lingua

    I canali televisivi crescono di numero e molti programmi sono scadenti. Mi domando: non è possibile occupare parte del tempo nei canali nazionali per mandare in onda dei corsi di lingue durante gli orari normali? Vittorio Marconi vittoriomarconi@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 17/5/2010).
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    FRASI STEREOTIPATE
    Le idee dei politici

    «Sono sereno», «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», «Senza se e senza ma». Mi domando: i politici non hanno parole più originali (data anche la varietà lessicale della lingua italiana) per esprimere le loro idee? O è proprio per questa mancanza che parlano così? Mariabambina Fumagalli lafelicita@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/5/2010).
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    Lo studio delle lingue con la Rai

    In riferimento alla lettera «Da riproporre «Non è mai troppo tardi» (Corriere, 21 maggio) vorrei ricordare che sono già state (e sono) numerose le iniziative della Rai per insegnare l’italiano agli stranieri (e anche l’inglese agli italiani) attraverso i canali educativi che si ricevono con antenna parabolica (di cui numerosissimi immigrati sono dotati per ricevere le trasmissioni dei loro Paesi d’origine) e oggi anche via digitale terrestre gratuito. Esistono anche siti internet (di cui pure gli immigrati fanno largo uso) dove si insegna l’italiano agli immigrati e… l’arabo agli italiani. Giusto Buroni, giustoburoni@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 23/5/2010)
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    Uso del termine «comminare»

    È ormai invalso l’uso errato del termine «comminare». Ancora ieri, in una lettera al Corriere, ho letto che «l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza potrebbero attivare quelle sanzioni che sono sempre tempestivamente comminate ai privati…». E’ bene ricordare che il giudice, l’arbitro, la guardia di Finanza ecc. applicano, infliggono, irrogano la sanzione. È la legge che la commina, cioè minaccia (dal latino com-mino), prevede, stabilisce per una determinata fattispecie.
    Giovanni Bosco, Grosseto
    (Dal Corriere della Sera, 23/5/2010).
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    STUDIO ALL’ESTERO
    Il peso dei pregiudizi

    A seguito delle lettere «L’inglese trascurato a scuola», «Le maestre e i corsi d’inglese» rendo testimonianza, per confermare i fattori storico-culturali che penalizzano le lingue straniere in Italia. Io e mio marito, per offrire un’opportunità di crescita senza eguali, abbiamo dato alla prima figlia la possibilità di frequentare un anno di scuola superiore all’estero, i cui programmi sono diversi; ma lei aspirava ad imparare bene l’inglese. Ebbene, al suo rientro al liceo scientifico con sperimentazione di una seconda lingua straniera è stata valutata dalla docente di inglese con un voto molto inferiore rispetto a quello dei suoi compagni di classe, a cui lei correggeva gli errori commessi nei compiti. Come genitori, non siamo mai andati a lamentarci coi professori durante il suo percorso scolastico privo di debiti e quell’anno forse dovevo intervenire «inferocita», perché in un inaspettato incontro, avvenuto alla fine dell’anno, con la coordinatrice (docente di scienze), mi è stato detto in maniera sdegnata che i voti delle materie rilasciate dalla Scottish Qualification Autorithy risultavano molto alti e non corrispondevano a quelli italiani («…gli inglesi si allargano nei giudizi…»). Naturalmente in gioco c’ è stato il voto di maturità che la ragazza con dignità e senza ruffianate si è guadagnata. Adesso ciò che la rende orgogliosa è far superare a dei liceali il debito, proprio in inglese! Dopo questa esperienza scoraggiante, come genitori, abbiamo rinunciato a mandare all’estero, la seconda figliola. Giovanna Figuccia
    (Dal Corriere della Sera, 28/5/2010).
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    Studenti stranieri: la cittadinanza

    La proposta sulla cittadinanza, espressa dalle pagine del Corriere della Sera dell’11 maggio, sta raccogliendo tante adesioni dal mondo imprenditoriale e culturale. Si tratta di dare cittadinanza italiana automatica agli studenti stranieri extracomunitari che abbiano compiuto tutto il ciclo di studi obbligatori in Italia, dalle elementari al diploma, dai 6 ai 18 anni. Questi studenti sono evidentemente a tutti gli effetti italiani, sia per l’apprendimento della lingua, sia per aver studiato Dante, Manzoni. Esattamente come tutti i ragazzi del nostro Paese. Aderiamo alla proposta di Arturo Artom nella certezza che tante altre arriveranno per far convergere le forze politiche verso un emendamento all’interno della prossima discussione parlamentare sulle nuove norme per la cittadinanza. Franco Bassanini, Alessandro Beda Antonio Bernardi, Giorgio Forattini Ivan Lo Bello, Enrico Lo Verso Renato Mannheimer Alberto Meomartini, David Moscato Umberto Quadrino, Lupo Rattazzi Giuseppe Recchi, Aurelio Regina Luisa Todini, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 29/5/2010).
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    PROVINCIA DI BERGAMO
    La nuova bandiera

    La provincia di Bergamo ha modificato la bandiera sostituendo Bergamo con Berghem in campo verde, prima giallorosso. Apriti cielo: petizioni da parte della sinistra che si proclama difensore della lingua Italiana, malgrado l’italiano di certi loro notabili. Non hanno altro da fare? Rosangelo Alessi Chiuduno (Bg)
    (Dal Corriere della Sera, 8/6/2010).
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    Sottotitoli e lingue straniere in tv

    Al lettore che vorrebbe in tv i sottotitoli per poter ascoltare i personaggi stranieri esprimersi nella loro lingua (Corriere, 25 maggio), vorrei fare presente che i sottotitoli non sarebbero letti dalla maggior parte degli utenti che non hanno una buona vista. Se proprio amiamo le lingue straniere insegniamole ai bambini: io ho studiato il latino per 8 anni e il greco per 5; ora mi sarebbero più utili l’inglese e il tedesco. Giuseppe Oltranzi pippo.oltranzi@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 10/6/2010).
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    MALPENSA / 2
    Evitateci lo slalom

    Di rientro da Napoli con due bimbi di 6 e 2 anni, entrambi stanchi e pertanto piuttosto maldisposti, mia moglie ed io abbiamo dovuto affrontare un percorso ad ostacoli in aeroporto trascinando i bagagli e i due bambini, uno dei quali costantemente in braccio. Pensavamo si trattasse di una deviazione causata da un problema momentaneo e pertanto non ci siamo presi la briga di ricercare qualche addetto Sea al quale riferire le nostre lamentele. La prossima volta non mancherò di cercare l’Ufficio stampa Sea al quale riportare la mia soddisfazione per tale geniale innovazione che ho imparato oggi chiamarsi «walk-through». Anzi suggerirò loro anche un bel tormentone pubblicitario di tale lodevole iniziativa: Walk-through… I love You! Lorenzo Panza
    (Dal Corriere della Sera, 11/6/2010).
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    MALPENSA / 2
    Evitateci lo slalom

    Di rientro da Napoli con due bimbi di 6 e 2 anni, entrambi stanchi e pertanto piuttosto maldisposti, mia moglie ed io abbiamo dovuto affrontare un percorso ad ostacoli in aeroporto trascinando i bagagli e i due bambini, uno dei quali costantemente in braccio. Pensavamo si trattasse di una deviazione causata da un problema momentaneo e pertanto non ci siamo presi la briga di ricercare qualche addetto Sea al quale riferire le nostre lamentele. La prossima volta non mancherò di cercare l’Ufficio stampa Sea al quale riportare la mia soddisfazione per tale geniale innovazione che ho imparato oggi chiamarsi «walk-through». Anzi suggerirò loro anche un bel tormentone pubblicitario di tale lodevole iniziativa: Walk-through… I love You! Lorenzo Panza
    (Dal Corriere della Sera, 11/6/2010).
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    REGNO DELLE DUE SICILIE
    I Borboni

    Caro Romano, a proposito degli ex sovrani del Regno delle Due Sicilie citati nelle «Visioni d’Italia», vorrei ricordare che si dovrebbe dire i «Borbone» e non i «Borboni». Luigi Contemi Roma

    Vi sono lingue, come il francese e l’inglese, in cui i cognomi possono prendere il plurale. In italiano, invece, conservano il singolare (gli Sforza, gli Este, i Bonaparte, gli Asburgo). Bisognerebbe dire quindi, i Borbone. Ma per questa dinastia franco-spagnola prevalse l’uso francese e i «Bourbons» divennero spesso i Borboni.
    (Dal Corriere della Sera, 10/7/2010).
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    BREVETTI
    Le spese per il deposito

    Il ministro Ronchi vorrebbe proporre il veto alla riforma che semplifica le procedure per il brevetto europeo che comporta la riduzione a tre lingue e la validità a tutti i 27 Paesi Ue senza duplicazioni di imposte. Caro ministro Ronchi, l’italianità si difende non facendo battaglie di facciata, ma permettendo alle piccole e medie imprese italiane di depositare brevetti senza dover spendere 25.000 euro, come invece possono tranquillamente fare i concorrenti multinazionali. Gianluigi Melesi gmelesi@hotmail.it
    (Dal Corriere della Sera, 12/7/2010).
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    SEGNALETICA
    La protesta di Fitto

    Il ministro Fitto non sopporta la segnaletica in lingua tedesca che indica i sentieri di montagna in Alto Adige. Sarebbe forse più utile che si indignasse per la grande quantità di cartelloni pubblicitari abusivi che fiancheggiano strade ed autostrade di tutta l’Italia: deturpano il paesaggio e non sono di giovamento alcuno alle casse dello Stato e delle Amministrazioni locali. Marco Preioni Domodossola (Vb)
    (Dal Corriere della Sera, 24/7/2010).
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    POPOLI E STATI
    I neerlandesi

    Caro Romano, durante il recente campionato del mondo di calcio gli italiani hanno sempre chiamato olandesi i «niederlandesi». I tedeschi, per esempio, dicono «der niederländische Aussenminister», cioè «il ministro degli Esteri dei Paesi Bassi» e Niederlande (Paesi Bassi). In Italia si scrive e si dice «il ministro degli Esteri olandese». È forse perché in italiano non esiste l’aggettivo «niederlandese» o perché gli italiani non sanno distinguere fra Paesi Bassi e Olanda?
    Simone Brigadoi Predazzo (Tn)

    Nel dizionario dell’Enciclopedia italiana la parola è neerlandese o, più raramente, nederlandese. Niederlandese non esiste. Definire olandese il ministro degli Esteri dei Paesi Bassi non è un peccato mortale. Capita talora di leggere «ministro inglese» là dove si dovrebbe dire «ministro britannico». Nella lingua inglese, del resto, la parola frequentemente utilizzata per definire un cittadino dei Paesi Bassi è «dutch» (dal tedesco deutsch).
    (Dal Corriere della Sera, 26/7/2010).
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    ANNESSIONE ALLA FRANCIA
    La scelta di Nizza

    Caro Romano, in merito alla questione di Nizza e della sua annessione alla Francia (Corriere, 16 luglio) vorrei esprimere due osservazioni. La prima riguarda la lingua: il dialetto nizzardo, ancorché ricco di affinità col ligure, appartiene pur sempre all’area provenzale o, meglio, occitana. Il secondo punto, più determinante ai fini degli accadimenti storici, è quello economico. Non si può, a mio avviso, non tener conto della grande differenza in termini di reddito pro capite che allora vigeva tra la Francia e lo stato sabaudo. Ho letto tra le altre cose che, nella piazza centrale della città di Barcelonnette, esisteva una sorta di mercato delle braccia riservato ai fanciulli piemontesi, i quali, pur di venire sfamati, venivano inviati a servizio presso famiglie locali in condizioni di quasi schiavitù. In definitiva quindi, aver chiesto allora ai nizzardi se divenire francesi sarebbe come, con le dovute proporzioni, chiedere ora alle comunità ellenofone dell’Albania se divenire parte integrante della Grecia. Ritengo che il risultato di questo ipotetico plebiscito sarebbe scontato, pur tenendo conto delle difficoltà che la Grecia sta attraversando in questi mesi. Paolo Molinaroli p.molinaroli@gmail.com

    Per la verità ho ricevuto altre lettere che rivendicano appassionatamente l’ italianità di Nizza. Ma la sua mi è parsa molto convincente.
    (Dal Corriere della Sera, 1/8/2010).
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    IMPRONUNCIABILI
    Parole straniere

    L’articolo di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo del Corriere di sabato 21 agosto mi ha dato la spinta per scrivere. Nel terzo capoverso dell’articolo suddetto, righe 25-26, leggo «…tra toponimi impronunciabili come Lakhdaria o Abd el Djebar». Ma non avete mai provato a far pronunciare il vostro cognome a un cinese? E Stella non ha mai sentito il suo cognome detto da quella giornalista sportiva di Radio Rai 1, con rubrica fissa il sabato mattina, dire che ci darà «ttupende notitzie di pport»? E persone acculturate come voi possono permettersi di confondere i grafemi con i fonemi? Gian Primo Falappi gpfalapp@tin.it

    È assolutamente ovvio che ciò che è arabo è impronunciabile per un italiano o ciò che è slavo può essere impronunciabile per un argentino, per non dire del cinese per i bergamaschi o del bergamasco per gli esquimesi. Cosa c’entrano i grafemi o i fonemi? Volevamo semplicemente far notare come sia piuttosto eccentrico trovare su Google map un toponimo italiano come Palestro in mezzo a toponimi arabi. Sarebbe come trovare su una mappa del Trentino, tra Baselga di Pinè e Sant Orsola Terme, un paese chiamato As Sulaymaniyah o Zaoxixiang. O no? Comunque, glielo diciamo con un pizzico di ironia (non se la prenda, su) la invidiamo con tutto il cuore: avessimo noi il tempo, almeno in ferie, per metterci a scrivere lettere come la sua… s. riz. e g.a.s.
    (Dal Corriere della Sera, 25/8/2010).
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    NELL’ATTIVITÀ DELLA UE
    Uso dell’italiano

    Caro Romano, l’idioma italiano sembra sarà escluso dall’utilizzo in ambito ufficiale in sede europea. Pertanto tutte le documentazioni che andremo a cercare su internet o che potremo ottenere in formato cartaceo, saranno in lingue straniere che, visto lo stato della scuola, risulteranno per noi e per i nostri figli sempre più difficili da comprendere. Roberto Galieti Genzano di Roma

    Lei troverà la documentazione in italiano, così come ogni cittadino dell’Ue potrà leggere nella propria lingua i testi che lo interessano. L’italiano non è lingua di lavoro (lo è di fatto quasi soltanto l’inglese), ma è pur sempre una delle lingue dell’Unione. E i deputati italiani del Parlamento di Strasburgo (quando ci vanno) potranno usare nei dibattiti l’ italiano.
    (Dal Corriere della Sera, 6/9/2010).
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    PER I DOCENTI DI LINGUE
    Corsi all’estero

    Quando il ministero della Pubblica istruzione inizierà ad aiutare finanziariamente e a incentivare i docenti italiani di lingue straniere a recarsi all’estero per seguire dei corsi in lingua? Ne beneficerebbero soprattutto gli alunni. E perché non permettere a un maggior numero di alunni di partecipare a scambi culturali basati sul principio della reciprocità? Eupremio Guadalupi eupremioguada@inwind.it
    (Dal Corriere della Sera, 7/9/2010).
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    UNIONE EUROPEA
    Le lingue dei brevetti

    Caro Romano, riguardo alla sua risposta sull’uso della lingua italiana nell’Ue (Corriere, 6 settembre), come la mettiamo con la documentazione inerente ai brevetti? Lo scorso dicembre i ministri dei 27 Paesi avevano deciso che francese, inglese, italiano, spagnolo e tedesco dovessero essere le uniche lingue per l’esame dei brevetti. A luglio 2010 il francese Barnier (commissario per il Mercato interno e i servizi) avrebbe invece sconfessato l’accordo riducendo l’uso delle lingue solamente a tre: francese, inglese e tedesco. A questo punto perché non prendere in considerazione l’idea dell’Accademia della Crusca che avrebbe sostenuto che la vera riduzione delle spese e la vera semplificazione delle procedure si otterrebbe limitando gli specifici casi a una sola lingua (in questo caso l’inglese)?
    Claudio Villa Vanzago (Mi)

    Se debbo scegliere tra la formula delle tre lingue e quella della lingua unica (l’inglese) scelgo la prima. Il francese e il tedesco sono lingue dell’Europa continentale, mentre l inglese è la lingua dell’Atlantico. Forse avremmo vinto la nostra battaglia se il numero dei brevetti italiani fosse più elevato e se l’Italia avesse una politica della ricerca scientifica corrispondente alle sue ambizioni.
    (Dal Corriere della Sera, 19/9/2010).
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    MODI DI DIRE
    «Questo Paese»

    Noto che sempre più spesso i nostri leader politici quando parlano in pubblico o rilasciano interviste si riferiscono all’Italia dicendo «questo Paese», senza mai chiamarla per nome oppure «il nostro Paese». Certo, in politica c’è di peggio, però è un’altra conferma del progressivo allontanamento fra la società civile e chi, spesso anche con supponenza, la rappresenta. Gino Dagli Ori dagliori@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 19/9/2010).
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    ANNUNCI IN METRO’
    Una lezione dal Cairo

    A proposito di megaschermi in metropolitana, vi è mai capitato di non riuscire a sentire cosa annunciano al megafono in metrò? O di cercare un’indicazione (in Centrale, per esempio, al cambio di linea). Io non capisco mai niente, mi domando gli stranieri. Ho preso la metro al Cairo: annunci in lingue comprensibili, aria condizionata e belle vetture, nuove, ordinate e pulite. Gabriella C. Galluccio
    (Dal Corriere della Sera, 22/9/2010).
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    Il congiuntivo senza certezze

    Ho letto gli articoli sul congiuntivo (Corriere, 22 e 23 settembre). Secondo me il congiuntivo è morto perché è morto l’uomo che lo usava. In un momento in cui vanno ostentate le certezze è chiaro che si defili chi esprime probabilità, incertezza. Tutto è certo, anzi certissimo, per questo le parole si gonfiano d’enfasi: assolutamente sì, assolutamente no, punti esclamativi a pioggia. In un mondo di certezze globali un portatore sano di dubbi chi lo vuole, lui e il suo congiuntivo?
    Margherita De Napoli, marghe3@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 22/9/2010).

  • SU SOMALIA E MACEDONIA
    Curiose postille

    Caro Romano, due precisazioni alle sue risposte. Puntland si trova nella Somalia nord-orientale e non in quella nord-occidentale, ex protettorato britannico, che si è dichiarato indipendente nel 1991 con il nome di Somaliland, ma non è stato riconosciuto da alcun Stato, pur avendo un presidente, una polizia, un parlamento e altre istituzioni funzionanti. Anche Puntland (dove si trova il porto di Eyl) ha un presidente e altre istituzioni, ma finora ha optato solo per l’autonomia. Riguardo alla Macedonia, il nome completo con cui è stata ammessa all’Onu è «The Former Yugoslav Republic of Macedonia» e i suoi rappresentanti siedono fra Thailand e Timor Leste, sotto la lettera «T». L’ultimo censimento del 2002 rileva che la popolazione macedone di lingua albanese è salita dal 17 al 24 per cento.
    Guido Ambroso guidoambroso@gmail.com

    Grazie per le sue precisazioni. È interessante e ironico che la collocazione della Macedonia nell’elenco alfabetico dei membri dell’Onu dipenda dall’articolo con cui inizia la sua denominazione in inglese.
    (Dal Corriere della Sera, 1/2/2010).
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    IN SUD TIROLO
    Analfabetismo

    Caro Romano, il riconoscimento che in passato fu esplicata una umiliazione nei confronti della popolazione sudtirolese è indice di rara obiettività. Non si prospettano ritorsioni, ma nemmeno la cancellazione del rapporto di causa ed effetto: i torti dovrebbero essere riparati. Certa mentalità ingenera perplessità, ancora dopo due o tre generazioni, per i suoi richiami egemonici. La scritta sul monumento («Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus») ne è eloquente, pubblica testimonianza. Si dirà che il manufatto risale al 1928. Ebbene, una realtà come quella italiana con il 55% di analfabetismo, non avrebbe potuto «insegnare» alcunché dove c’era solo il 7,1% di illetterati. Un riconoscimento di tale evidenza risulterebbe finalmente distensivo. Di certe «tifoserie» si auspica veramente l’assenza, come si legge in un suo editoriale.
    Eva Klotz suedtiroler.freiheit@ landtag-bz.org

    Un lettore mi ha scritto che lei, in fondo, è una irredentista. Un Paese che si è considerato per molto tempo «irredento» deve quindi dare prova nei suoi confronti di pazienza e tolleranza. Qualche precisazione tuttavia può essere utile. Agli inizi del Novecento l’Impero austro-ungarico era, fra le grandi potenze, quella che aveva il più elevato tasso di analfabetismo (22%), con forti differenze, beninteso, da una ragione all’altra. In Italia l’analfabetismo, nel 1900, rappresentava il 48,6%, ma anche in questo caso con forti differenze fra le diverse regioni. I progressi da quel momento furono molto rapidi: 35,2% nel 1920, 13,8% nel 1941, 12,9% nel 1950, 5,2% nel 1970, 2,9% nel 1990. Esiste poi da qualche anno l’analfabetismo di ritorno, ma è un fenomeno non soltanto italiano.
    (Dal Corriere della Sera, 6/2/2010).
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    RIFORMA DELLA SCUOLA
    Lo studio delle lingue

    In merito alla riforma della scuola superiore finalizzata, così ci dicono, a migliorare il nostro sistema scolastico, mi chiedo quali vantaggi possano trarre gli studenti degli istituti tecnici per il turismo dalla soppressione della figura degli insegnanti madrelingua di conversazione in lingue straniere e dalla riduzione del monte ore settimanale di queste discipline. Teresa Torrisi Catania
    (Dal Corriere della Sera, 8/2/2010).
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    USO DELLA LINGUA INGLESE
    Il no dell’ambasciatore

    Ha fatto bene l’ambasciatore poliglotta francese all’Onu Gérad Araud a rifiutarsi di parlare in inglese. La difesa della propria lingua è sempre stata una peculiarità dei francesi. In Francia, infatti, per consuetudine si parla accentando l’ultima sillaba tonica per francesizzare le parole che provengono dall’estero. In Italia, invece, ci si vergogna di italianizzare le parole straniere e leggerle come sono scritte!
    Andrea Papa Reggio Calabria
    (Dal Corriere della Sera, 8/2/2010).
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    AL FEMMINILE
    Professioni e cariche

    Caro Romano, in articoli del Corriere ho letto «la ministro dell’Economia degli Emirati arabi», «la sindaco di Francoforte», «la direttore esecutivo del Wfp». Sono convenzioni ormai entrate nell’uso comune? Luigi Bertone luigibertone@tele2.it

    Abbiamo un problema linguistico e sociale. Le donne, sempre più frequenti nelle carriere pubbliche e private, sono divise. Alcune vorrebbero essere chiamate direttore, senatore, ambasciatore, professore. Altre preferiscono direttrice, senatrice, ambasciatrice, professoressa. Fino a quando non avranno deciso, assisteremo a una varietà di combinazioni fra cui quelle da lei segnalate. Personalmente preferisco scrivere, tanto per fare un esempio, «il ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini» e lasciare che il sesso si desuma dal nome. Ma è soltanto una preferenza.
    (Dal Corriere della Sera, 15/2/2010).
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    AL FEMMINILE
    Professioni e cariche

    Caro Romano, in articoli del Corriere ho letto «la ministro dell’Economia degli Emirati arabi», «la sindaco di Francoforte», «la direttore esecutivo del Wfp». Sono convenzioni ormai entrate nell’uso comune? Luigi Bertone luigibertone@tele2.it

    Abbiamo un problema linguistico e sociale. Le donne, sempre più frequenti nelle carriere pubbliche e private, sono divise. Alcune vorrebbero essere chiamate direttore, senatore, ambasciatore, professore. Altre preferiscono direttrice, senatrice, ambasciatrice, professoressa. Fino a quando non avranno deciso, assisteremo a una varietà di combinazioni fra cui quelle da lei segnalate. Personalmente preferisco scrivere, tanto per fare un esempio, «il ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini» e lasciare che il sesso si desuma dal nome. Ma è soltanto una preferenza.
    (Dal Corriere della Sera, 15/2/2010).
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    SOLO NEL NOSTRO PAESE
    «Portoghesi»

    In Italia è invalso l’uso di definire «portoghese» chi non paga il biglietto sui mezzi pubblici. Niente di più errato: in Portogallo tutti pagano regolarmente. È solo nel nostro Paese che vi è un’evasione quasi totale!
    Alberto Caciolli Piano di Sorrento (Na)
    (Dal Corriere della Sera, 17/2/2010).
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    NELLE INTERVISTE
    Una spia linguistica

    Nelle interviste a uomini politici e di potere molti di questi fanno riferimento all’Italia, utilizzando comunemente l’espressione «questo Paese» e non «il nostro Paese». È una piccola curiosità, ma anche questa è una spia della natura problematica del rapporto che abbiamo con il nostro Paese. Antonio Ferrin, Modena
    (Dal Corriere della Sera, 7/3/2010).
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    EVA KLOTZ
    Quella disputa

    Caro Romano, circa la lettera di Eva Klotz, il problema non è chi avesse più analfabeti nel 1928, se l’Italia o l’Austria; il problema è che quella scritta sul monumento è stupida e un minimo di buonsenso richiederebbe che fosse cancellata. Così come si sono cancellate tante tracce del regime fascista. Arnaldo Di Benedetto Università di Torino

    Le scritte contestate si cancellano a caldo. A freddo, quando diventano memoria di vicende storiche, si conservano.
    (Dal Corriere della Sera, 11/3/2010).
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    La «k» che piace tanto ai giovani

    Con riferimento all’intervento del lettore che ce l’ ha giustamente con la «k» usata al posto di «ch» negli sms e nelle email (Corriere di ieri), faccio notare che la lettera «k» è rara ma non assente in italiano, e le unità di misura del tipo 1.000 grammi, 1.000 metri, ecc.., espresse scientificamente dal greco con le abbreviazioni kg, km, ecc.., si scrivono per esteso kilogrammi e kilometri, pur accettando anche la versione italiana chilogrammi e chilometri. Il greco ha la kappa e quindi è il contrario di quello che crede il lettore il quale pensa che la lettera dovrebbe essere bandita per decisione governativa. Lo si può verificare su qualunque vocabolario italiano anche vecchio di cento anni. Forse sarebbe meglio evitare di correggere i giovani proprio sulle (poche) cose giuste che fanno, altrimenti si perde di credibilità e noi vecchi precettori non riusciremo mai a rimetterli sulla giusta via! Giusto Buroni, giustoburoni@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 18/3/2010).
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    NELLE SCUOLE PRIMARIE
    Lezioni di inglese

    È partito il nuovo piano di formazione dei docenti della scuola primaria per abilitarli ad insegnare la lingua inglese. Il primo contingente di 2.000 maestri sarà pronto a insegnare da settembre 2010 nelle classi prime e seconde dopo un corso di 32 ore. Questo è il «geniale» piano escogitato dal ministero dell’Istruzione per migliorare le competenze linguistiche dei giovani. Monica Menesini menesinim1@ katamail.com
    (Dal Corriere della Sera, 12/4/2010).
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    SUGLI AGGETTIVI
    I controlli del Quirinale

    Il nostro premier lamenta che gli esperti del Quirinale, nell’esaminare le leggi presentate dal governo, controllino perfino gli aggettivi. Vorrei ricordare che gli aggettivi sono molto importanti nella definizione dei concetti: non per niente, per le intercettazioni, si discute se si debba consentirle per indizi di colpevolezza «gravi» o «evidenti» e via dicendo. L’uso appropriato dell’aggettivo favorisce la corretta comprensione del testo. Elisabetta dell’Aquila elisabettadellaquila@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2010).
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    DI JACOPO DA VARAZZE
    La «Legenda aurea»

    Caro Romano, vedo che il suo latino è debole se traduce «Legenda aurea» di Jacopus de Varagine con «La leggenda aurea». In latino Legenda significa da leggersi, testi d’oro che vanno letti (come il famoso delenda Carthago = Cartagine deve essere distrutta) e non leggenda come lei sembra tradurre. La leggenda (o favola) in italiano non è la traduzione del latino legenda. Ma certo alla maggioranza dei suoi lettori la cosa non interessa. Mi ricorda la famosa mathematica Ipazia (una giovane che sarebbe stata uccisa dai cristiani perché si interessava della scienza). Ora mathematicus in latino non significa matematico ma indovino (come sta scritto persino nel Codex Iustinianeus che ha un titolo «de mathematicis et indovinis»).
    Simone Bisin simon.bisin@yahoo.fr

    Le segnalo che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, edito dalla Utet, definisce leggenda (con due g), a pag. 901 del volume VIII, una «narrazione, per lo più sommaria e concisa, della vita di un santo o della morte di un martire, arricchita di elementi fantastici e soprannaturali, che si leggeva in pubblico, a scopo di edificazione, nella ricorrenza della festa». Nella pagina seguente Battaglia cita, a titolo di esempio, la «"Leggenda aurea", opera latina di Jacopo da Varagine (o Varazze), composta fra il 1255 e il 1266, su testimonianze, sia orali sia scritte, intorno alle vite dei Santi». Il titolo dell’opera ha due g anche nel Dizionario Bompiani degli autori e delle opere.
    (Dal Corriere della Sera, 17/4/2010).
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    REGIONI A STATUTO SPECIALE
    La riforma dei licei

    Premesso che la riforma dei licei è influenzata dalla politica del risparmio, vorrei segnalare la differenza dei quadri orario tra le regioni a statuto speciale e le altre. Nelle prime, per ovvi motivi linguistici, 4 ore settimanali sono dedicati alla seconda lingua straniera; tuttavia ci sono egualmente 2 o 3 «ore libere», che potranno essere gestite dai singoli istituti. In questo modo c’ è vera e propria autonomia perché non c’ è solo la facoltà di «ritagliare» ore all’interno del monte ore fissato dal Miur. Per esempio, il Liceo musicale di Trento adotterà un quadro orario di 36 ore settimanali, contro le 32 imposte dal Miur nelle altre regioni. Lo stesso avverrà negli istituti tecnici valdostani dove saranno 36 le ore settimanali totali, oltre a 2 ore facoltative dedicate all’insegnamento del tedesco.
    Simone Privitera privi.simone@hotmail.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/4/2010).
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    EXTRACOMUNITARI
    La lingua italiana

    Chiunque apra, per esempio, un negozio lo fa per vendere i prodotti. Se il negoziante è un extracomunitario, è chiaro che deve capire e farsi capire dagli avventori e quindi è indispensabile che conosca l’italiano. Ma aprire un negozio significa anche conoscere le leggi e i regolamenti. È quindi indispensabile parlare e capire la lingua del luogo dove si avvia un’attività. Quindi la proposta di un test di lingua italiana per tutti gli extracomunitari non solo non mi trova contrario, ma mi sembra serva anche a tutelare i consumatori. Fabio Sìcari, Bergamo
    (Dal Corriere della Sera, 27/4/2010).
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    A BUENOS AIRES
    La Fiera del Libro

    Siamo amanti della lingua e della cultura italiane e abbiamo scoperto che alla Fiera del Libro di Buenos Aires (peraltro la più importante dell’America Latina) in corso in questi giorni, non vi sono né espositori che rappresentino l’Italia, né l’Ambasciata, né la Dante Alighieri, né l’Istituto italiano di Cultura. Eppure l’Italia è il Paese che ha più rilievo nella cultura argentina. Come è possibile una simile assenza che rende difficile reperire materiale culturale italiano? Marines Heidenreich, Annalia Paolucci, M. E. Grondona, marines.heiden@ gamil.com
    (Dal Corriere della Sera, 30/4/2010).
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    ESPRESSIONE FASTIDIOSA
    «Costa solo»

    Alla richiesta del prezzo di un’automobile esposta, il venditore, con aria sufficiente: «Costa solo 35.000 euro». «Solo» per chi? La parola «solo» viene ormai associata a qualsiasi prezzo, tanto da fare sentire in imbarazzo chiunque giudichi il prezzo non congruo o non se lo possa permettere. Possiamo evitare questo costa «solo»? Carlo Negri ambaradam2@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 30/4/2010).
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    RIFORMA DELLA SCUOLA
    Lo studio dei dialetti

    Nella riforma scolastica si propone lo studio dei dialetti locali. Se confermato, sarebbe un ulteriore tassello al deterioramento della nostra lingua. Sarebbe più opportuno puntare sul latino, sicuramente più interessante, anziché saper parlare correttamente in bergamasco. Paolo Uniti, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 6/5/2010).
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    RIFORMA SCOLASTICA
    Priorità all’inglese

    In riferimento alla riforma scolastica, come studente universitario ritengo che sarebbe molto meglio se si facesse in modo di iniziare a studiare seriamente (ripeto: seriamente) la lingua inglese sin dalle elementari, anziché preoccuparsi di considerare nella media anche il voto di religione.
    Francesco Senese frc510@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 15/5/2010).

  • ESPERIENZA DI UN DOCENTE
    Dialetti a scuola

    In pensione, dopo aver insegnato per circa quarant’anni nella scuola primaria, vorrei intervenire sul tema dei dialetti. Con i miei colleghi, abbiamo sempre cercato insieme, docenti e alunni, di costruire una coscienza nazionale unitaria. Durante questo percorso si valorizzava anche il dialetto. Era una nostra decisione presa con la massima libertà, per approfondire il sapere quotidiano e divertire coloro che apprendevano. Sarebbe una buona idea, inoltre, che, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, lo Stato confezionasse un pacchetto con le opere più significative della nostra cultura e le inviasse gratis a tutte le famiglie italiane.
    Giuseppe Bettini Verona
    (Dal Corriere della Sera, 2/9/2009).
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    Lo studio del dialetto

    In riferimento alla lettera «Esperienza di un docente, dialetti a scuola» (Corriere, 2 settembre), credo che lo studio dei dialetti italiani nelle scuole italiane potrebbe essere una buona misura per conservare le proprie origini territoriali. Pertanto ben venga, sempre che non vada a sottrarre risorse dedicate allo studio della lingua inglese. Angelo Bacchetta angelo.bacchetta@tin.it
    (Dal Corriere della Sera, 4/9/2009).
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    RAI IN VALLE D’AOSTA
    Notiziari in francese

    Siccome ogni giorno apprendiamo qualcosa di strano e di singolare, ho appena saputo che la Rai valdostana è obbligata a fornire le notizie in francese per una legge 103/75 che nello Stato italiano obbliga a dare informazioni in una lingua diversa da quella madre. Non ho parole! Lionello Leoni
    lionello.leoni@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 4/9/2009).
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    RAI IN VALLE D’AOSTA
    Notiziari in francese

    Siccome ogni giorno apprendiamo qualcosa di strano e di singolare, ho appena saputo che la Rai valdostana è obbligata a fornire le notizie in francese per una legge 103/75 che nello Stato italiano obbliga a dare informazioni in una lingua diversa da quella madre. Non ho parole! Lionello Leoni
    lionello.leoni@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 4/9/2009).
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    LINGUA ITALIANA
    Briatore «radiato»

    Riguardo a Flavio Briatore si è scritto più volte di «radiazione a vita». Ma il verbo «radiare» contiene già in sé il significato di una cancellazione definitiva. Secondo me si dovrebbe dire «è stato radiato» oppure «è stato squalificato a vita». Giorgio Mazzola Pontesesto di Rozzano (Mi)
    (Dal Corriere della Sera, 26/9/2009).
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    ACQUISTO CITTADINANZA
    Doveri degli immigrati

    La proposta bipartisan di dimezzare da dieci a cinque gli anni di residenza in Italia necessari agli immigrati per riuscire a ottenere la cittadinanza, prevede test per la conoscenza della lingua, della storia e della Costituzione oltre che un giuramento sui valori della Carta. Mi sembra bizzarro pretendere dagli extracomunitari quello che i cittadini non sono tenuti a sapere. La maggior parte degli italiani non è
    in grado di scrivere in un italiano accettabile, conosce poco o niente la storia del nostro Paese e ignora il contenuto della Costituzione. In particolare mi sembra sbagliato pretendere il giuramento sulla Carta quando tanti diritti (ad esempio: il diritto al lavoro e il diritto ad una retribuzione minima sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla famiglia un’esistenza dignitosa) in essa sanciti vengono spesso violati. Mario Scarbocci San Donato Milanese
    (Dal Corriere della Sera, 29/9/2009).
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    NEGLI ANNI SESSANTA
    Tv buona maestra

    Negli anni ’60 il governo pensò di utilizzare la tv per combattere l’analfabetismo. Il programma si chiamava «Non è mai troppo tardi», fu un successo e durò per più di quattrocento puntate. Mi chiedo come mai queste iniziative sono state abbandonate, visto che oggi tramite i numerosi canali si potrebbe insegnare una lingua straniera agli italiani e la nostra lingua agli extracomunitari, allargando magari l’offerta all’uso del Pc, oppure dare informazioni utili su tasse e gabelle varie.
    Decimo Pilotto Tombolo
    (Dal Corriere della Sera, 1/10/2009).
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    NEOLOGISMI
    La porta «allarmata»

    In un centro commerciale ho fatto conoscenza con una porta «allarmata». Ho cercato di consolarla del suo disagio, ma non mi ha risposto. Avrei dovuto chiamare un responsabile, per avvertirlo che la porta avrebbe potuto iniziare a sbattere, a causa dei suoi timori; ma non me la sono sentita, in rispetto della lingua italiana.
    Giorgio Mazzola Pontesesto di Rozzano (Mi)
    (Dal Corriere della Sera, 18/10/2009).
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    Ricchezza delle lingue

    Al lettore che si lamenta dell’abuso di parole straniere nella nostra lingua (Corriere, 17 ottobre), vorrei far anche notare che le parole straniere una lingua la arricchiscono, anche perché dopo un certo numero di anni non vengono piu percepite come straniere. Il francese dice solo «attendre». Noi invece diciamo «aspettare» e «attendere», con due sfumature diverse. Il tedesco usa il verbo «attackieren» prevalentemente nell’accezione di attacco in una disputa verbale, ma dirà sempre «angreifen» per un attacco militare e «ankleben» se si tratti di attaccare qualcosa alla parete. E poi a che cosa porta proteggere la lingua e dispiacersi dell’uso corretto o meno del congiuntivo? Se così fosse stato, parleremmo ancora in latino. Paolo Di Biagio paolodibiagio@hotmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 20/10/2009).
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    Le verdure «ricettate»

    Dopo la porta del supermercato «allarmata» segnalata da un lettore (Corriere, 18 ottobre), abbiamo anche le verdure al vapore «ricettate» da una grande azienda alimentare italiana che le pubblicizza con grande risalto e che lasciano immaginare un traffico poco chiaro di prodotti ortofrutticoli o, al massimo, delle prescrizioni mediche di vegetali per imprecisate terapie. Fabio Crociati crociati-fabio@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/10/2009).
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    Modi di dire

    Alcuni lettori (Corriere, 18 e 20 ottobre) chiedono che cosa sia una porta «allarmata». In gergo tecnico, significa porta dotata di un sensore antintrusione attivato o attivabile. Riguardo ai termini stranieri
    (Corriere, 17 ottobre) un esempio di uso dell’inglese per esprimere concetti differenti, ma non disponibili in italiano, sono i termini «safety» e «security». In italiano la traduzione di entrambi è sicurezza, mentre in
    inglese il primo termine si riferisce alla sicurezza sul lavoro e il secondo a quella dalla criminalità. «Question time» invece, oggi molto usato, ha una adeguata traduzione in interrogazione. F. Mario Parini francesco99@tin.it
    (Dal Corriere della Sera, 23/10/2009).
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    BUONE ABITUDINI
    Uso del lei

    Caro Romano, sono un’insegnante di lettere di scuola media. Pretendo, insieme alle mie colleghe, che i miei alunni scrivano in corsivo e che diano del lei agli adulti, come forma di rispetto. Eppure è una lotta impari: lo stampatello ritorna sempre, vuoi almeno nei compiti a casa, vuoi almeno nella «brutta» del tema; la stessa cosa avviene per il lei. Sebbene abbia preteso sin dal primo giorno di scuola che salutino e si rivolgano agli adulti utilizzando questa formula, il ciao è sempre in agguato: quando mi incontrano per strada, per non parlare poi di quando diventano ex alunni. Combattere o gettare (in cuor mio) la spugna? Elena Albani vigenzia@ gmail.com

    Posso suggerirle di continuare a usare il lei anche quando alunni ed ex alunni si servono del tu? Non tutti forse, ma certamente i più intelligenti, finiranno per imparare la lezione.
    (Dal Corriere della Sera, 27/10/2009).
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    Uso del tu e del lei

    Per gli educatori sarà anche questione di rispetto (Corriere di ieri), ma in generale non capisco l’insofferenza al tu verso gli adulti. Personalmente – altro che adulto: ho in cascina quasi una quindicina di lustri – se un giovane mi da del tu ne sono felice. Bruno Faccini, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 28/10/2009).
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    NELLA LINGUA ITALIANA
    Espressioni cristiane

    Caro Romano, a proposito della presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche, alcuni hanno osservato che, se si toglie questo segno cristiano, bisognerebbe eliminarne tanti altri: croci sui campanili, capolavori artistici, opere letterarie, nomi dei santi nelle pubbliche vie. Che dire allora della nostra lingua italiana? Sono tante le parole e i modi di dire che provengono dal mondo cristiano. Alcuni esempi? «Fare come Pilato», «lungo come la Quaresima». E si potrebbe continuare. Padre Romano Gozzelino romano.gozzelino@ppfmc.it

    È interessante constatare come la storia religiosa abbia contribuito a plasmare la conversazione quotidiana degli italiani. Ma la familiarità con i temi religiosi e il loro adattamento alle esigenze del linguaggio corrente non sono necessariamente indice di fede. Il crocifisso nelle scuole è un’altra cosa, a meno di considerarlo, come certi modi di dire, una sorta di residuo culturale ereditato dal passato. Se è un simbolo religioso non dovrebbe avere posto nelle scuole e nei tribunali. Se è soltanto un residuo, la Chiesa dovrebbe vietarne l’esposizione.
    (Dal Corriere della Sera, 30/11/2009).
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    ISTITUTI TURISTICI
    Lo studio delle lingue

    Sono docente di madrelingua francese e scrivo a nome di altri insegnanti tecnico pratici di conversazione straniera che operano nei licei linguistici e negli istituti tecnici con indirizzo commerciale o turistico. Il riordino degli Istituti superiori prevede l’esclusione di questo specifico docente dal quadro orario predisposto per l’Istruzione tecnica. Tale taglio comporterà il non utilizzo di metà degli esperti di madrelingua. Escludere da un corso di studi di natura economica/turistica qualsiasi tipo di competenza pratica in lingua straniera rappresenta un’indubbia penalizzazione nella didattica delle lingue straniere e non risulta in linea con una realtà dove, al contrario, il settore delle lingue prende sempre un’importanza maggiore. Joséphina Autelitano stef.phine@tin.it
    (Dal Corriere della Sera, 5/12/2009).
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    LINGUA ITALIANA
    Il «pizzo»

    Leggiamo spesso nei giornali di estorsioni realizzate da malavitosi che pretendono il «pizzo», ma non tutti sanno da cosa deriva questo termine, che nulla ha a che fare col ricamo. In Sicilia si chiama «pizzo» il becco degli uccelli di piccola taglia e, in origine, si voleva forse quantificare la richiesta di estorsione come il tanto necessario per «bagnarsi il pizzo», cioè una quantità minima equivalente a ciò che poteva portar via il becco di un uccellino da una bevanda. Il problema è sorto quanto il «pizzo» dell’uccellino si è trasformato in una spaventosa draga che nulla lascia alla vittima. Vittorio Cravotta Selargius (Ca)
    (Dal Corriere della Sera, 16/11/2009).
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    DEFINIZIONI
    «Giustizialismo»

    Caro Romano, come mai il termine «giustizialismo» è entrato nell’uso corrente pur essendo assai vago? Il vocabolario Treccani col giustizialismo rimane fermo a Peron, Garzanti on line dà una rapida definizione: «Nell’uso giornalistico, l’utilizzazione della magistratura come strumento di lotta politica». Su Wikipedia è una delle poche voci solo in lingua italiana. Una singolarità che fa il paio con la nostra situazione politica. Natalino Brivio natalino.brivio@fastwebnet.it

    Nell’ultima edizione del Sabatini-Coletti edita da Rizzoli-Larousse nel 2006, la voce giustizialismo è così descritta: «Dopo Tangentopoli, con valore polemico, atteggiamento di chi appoggia senza riserve l’azione della magistratura contro la corruzione, anche a scapito delle garanzie individuali del cittadino». Ampliando la definizione del dizionario, direi altresì che la parola giustizialismo viene usata oggi anche per definire polemicamente l’atteggiamento di chi attribuisce alla magistratura un ruolo determinante nella vita pubblica, anche a scapito del potere legislativo ed esecutivo.
    (Dal Corriere della Sera, 10/12/2009).
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    Uso del dialetto: le conseguenze

    L’italiano è la quinta lingua studiata nel mondo, ma non per essere parlata, ma per leggere i classici (Corriere, 9 dicembre). Del resto anche in Italia chi parla più l’italiano? Pochi. L’andazzo verso il quale ci stiamo avviando rapidamente è quello di valorizzare i dialetti che, salvo rare eccezioni, non hanno vera dignità di lingua. Ma non c’ è da stupirsi: è un fenomeno prodotto dai tempi. Si afferma che il localismo linguistico abbia una funzione culturale e sociale. A me pare, invece, che si tratti di una grave involuzione. La maggioranza degli italiani conosce e usa mediamente duecento vocaboli e forse meno, riferiti ai bisogni elementari della vita. E l’uso dei dialetti, a mio avviso, non fa che favorire il progressivo impoverimento dell’intelletto. Alberto Voltaggio, Roma
    (Dal Corriere della Sera, 13/12/2009).
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    IN INGLESE E IN ITALIANO
    Giustizialismo

    Caro Romano, con riferimento alla sua risposta sulla definizione di «giustizialismo», faccio notare che un dizionario italiano-inglese: giustizialismo corrisponde a «justicialism; political control over the justice system». Segue che il «giustizialista» è Berlusconi, non Di Pietro. Questo dizionario di inglese, con contenuti tratti da Grande Dizionario Sansoni di Inglese (2003 Rizzoli Larousse S.p.A.) è stato venduto come supplemento del Corriere della Sera.
    Mario Rossi Solbiate Arno (Va)

    Accade spesso che parole molto simili possano acquistare in due lingue significati diversi. È il fenomeno dei «falsi fratelli».
    (Dal Corriere della Sera, 16/12/2009).
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    DIRITTI DEGLI IMMIGRATI
    La cittadinanza

    Caro Romano, in merito all’ottenimento della cittadinanza canadese, io l’ ho ottenuta nel 1984 e a parte i 3 anni di residenza, avere dato prova di conoscenza di una delle due lingue ufficiali e avere risposto ad un paio di domande di storia del Canada a carattere generale davanti ad un funzionario governativo, non ho sostenuto nessun particolare esame. Il certificato di cittadinanza mi è stato rilasciato dopo aver cantato l’inno nazionale, in coro, dal cospetto di un giudice della Corte Federale. Quindi nessun particolare problema. Lidio Menghini lidio.menghini@dbmail.com

    La sua lettera mi ha ricordato un viaggio in Canada, negli anni Sessanta. Constatai che Toronto, in particolare, aveva una numerosa colonia italiana di recente immigrazione, molto impegnata, durante la mia visita, in una campagna elettorale per l’elezione di un deputato al Parlamento canadese. Temo che gli italiani d’oggi abbiano dimenticato che anche noi fummo emigranti e che l’integrazione è tanto più felice quanto più un Paese fissa tempi certi per il conferimento al nuovo arrivato dei diritti civili.
    (Dal Corriere della Sera, 17/12/2009).
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    ALTO ADIGE
    La toponomastica

    Caro Romano, davvero curiosa la motivazione avanzata da Michaela Biancofiore sul Corriere del 13 dicembre per la conservazione, in Sudtirolo, della toponomastica italiana, in buona parte inventata dal senatore Tolomei (con esiti, talvolta, involontariamente comici). Nulla di strano che alcune località avessero anche nomi italianizzati già prima dell’annessione del 1919 (Bolzano, Merano o Marano). Ancora oggi non diciamo, in Italia: Londra, e non London; Parigi, e non Paris; Lione, e non Lyon; Dublino, e non Dublin; ecc. ecc.? O vogliamo avanzare, su quella base, diritti di proprietà su quelle località? Un’infarinatura di conoscenze storiche non guasterebbe i nostri politici. Arnaldo Di Benedetto Università di Torino

    È possibile sorridere della toponomastica concepita dal senatore Tolomei. Ma non sarebbe giusto dimenticare che gli abitanti dell’Alto Adige vivono ormai da molti anni in un ambiente bilingue e che la contemporanea presenza sullo stesso territorio di due culture linguistiche nazionali è un capitale da conservare. L’abolizione dei nomi italiani, dopo un uso consolidato di parecchi decenni, verrebbe vissuto dalla minoranza italiana come un gesto ostile e non gioverebbe alla convivenza fra i due gruppi.
    (Dal Corriere della Sera, 19/12/2009).
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    EVA KLOTZ
    I diritti dei bolzanini

    Caro Romano, nella risposta sulla toponomastica sudtirolese lei accosta una variazione dell’attuale situazione a ostilità verso la minoranza italiana. Non ci pronunciamo sull’eventualità ma desideriamo ricordare per correttezza che ogni riguardo per la maggioranza tedesca mancò nel 1923, quando le nuove norme furono imposte. Il nazionalismo provocò allora nella zona un rancore simile a quello che sarebbe giustamente comparso in Lombardia, se l’Austria avesse nell’ 800, per assurdo, rinominato le città di Crema e Cremona rispettivamente «Sahne» e «Grosse Sahne». Sul monumento a Bolzano – spazio pubblico come la stampa dal 12 luglio 1928 – è consolidata l’indifferenza per la sensibilità dei Sudtirolesi. Termini non bene orientati nel senso storico come «Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus» perseverano nella drastica divisione tra i capaci-prevalenti e gli inetti-subalterni (i barbari Goethe, Schiller, Kant, Beethoven, Kafka, Lessing, Novalis, Rilke… ringraziano commossi). L’ Avvocatura della Regione dovrebbe rilevarvi lesioni alla Legge Mancino. Invece detta discriminazione culturale persiste. Anche la mancata reciprocità in fatto di rispetto origina risentimenti e non aiuta la convivenza. Eva Klotz suedtiroler.freiheit@ landtag-bz.org

    Non credo che una umiliazione subita dai vostri nonni e bisnonni possa giustificare una specie di legge del taglione contro gli italiani che vivono nella sua provincia da due o tre generazioni e sono ormai, non meno di lei, bolzanini.
    (Dal Corriere della Sera, 5/1/2010).
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    Gli abitanti dell’ Alto Adige

    Nell’intervento di un lettore sud-tirolese (Corriere, 13 gennaio) ho notato un lapsus mentis, quando chiama gli italiani di madrelingua italiana «immigrati». Questo è esemplificativo dell’atteggiamento di quegli abitanti. Sollevai il problema quando decadde la «naja militare» con la dismissione degli edifici adibiti a caserme. La presenza delle forze armate con personale, famiglie, scuole e ditte appaltatrici di lingua italiana aveva bilanciato, integrando esemplarmente le due etnie che avevano interesse a convivere, superando il problema linguistico. L’abbandono di un considerevole numero di residenti «italiani» ha riportato la dominanza di lingua tedesca e quindi qualche istinto separazionista. Sottolineo che se qualche «sud tirolese» avesse fatto un minimo sforzo per italianizzarsi, molti più italiani «immigrati» avrebbero accettato di buon grado di germanizzarsi.
    Roberto Pepe, robertopepe@tele2.it
    (Dal Corriere della Sera, 18/1/2010).
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    NELLA COSTITUZIONE
    La difesa della lingua

    Caro Romano, in questi giorni sul Corriere è un proliferare di commenti sull’italiano, inteso come lingua del nostro Paese. Orbene, dopo l’ultimo intervento del presidente Napolitano, non sarebbe ora che il Parlamento valutasse la necessità di includere il nostro idioma nella Costituzione? Basterebbe inserire la frase: «L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica italiana». La nostra penisola è infatti una delle poche nazioni europee alla quale non interessa proprio salvaguardare la peculiarità della lingua con un apposito comma costituzionale. Claudio Villa Vanzago (Mi)

    Dopo avere riconosciuto il bilinguismo altoatesino e la dignità linguistica di alcuni dialetti regionali, non sarà facile e forse neppure opportuno cercare di «costituzionalizzare» l’italiano. Non credo del resto che la lingua nazionale possa essere difesa da una norma costituzionale. In ultima analisi, la trincea per una battaglia della lingua è nelle scuole della penisola, nell’insegnamento universitario e nel numero dei lettori d’italiano che riusciremo a collocare negli atenei stranieri.
    (Dal Corriere della Sera, 20/1/2010).
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    SUPERENALOTTO
    Montepremi o jackpot?

    Al Superenalotto il montepremi viene chiamato «jackpot». Ma è possibile che non esista nessuna istituzione che salvaguardi la lingua italiana da queste aggressioni? Mario Minissi mario.minissi@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 23/1/2010).

  • Il vizio di usare termini stranieri

    Scrivo riguardo all’intervento di un lettore che sul Corriere di ieri per parlare dell’abuso dell’inglese nella lingua italiana prende come esempio la parola «deleveraging», che si riferisce all’azione di una compagnia per ridurre il livello della leva finanziaria («leverage»), in altre parole la quantità dei prestiti. Storicamente gli inglesi usavano il termine «gearing». La parola «leverage» è un americanismo. Gli italiani adottano termini inglesi mentre gli inglesi adottano termini americani. Ma c’ è un punto molto preoccupante: nella City i termini americani sono usati per oscurare il significato di affari e transazioni e far suonare buono qualcosa che è difettoso. Un esempio è «collateralized debt obligation». Perfino la Banca d’Inghilterra ha ammesso di non capire questo termine e quindi lo strumento a cui si riferisce. E se questi termini confondono gli inglesi, che speranza c’ è per gli italiani? Sembra che anche le agenzie di rating non capissero la natura reale delle «collateralized debt obligation». In fin dei conti, la causa della crisi attuale non è la compravendita di queste obbligazioni in sé, ma il fatto che nessuno, quando una banca le comprava, abbia chiesto: che significa «collateralized debt obligation»? Dopo tutto, è un uomo coraggioso quello che, a un incontro di colleghi, ammette di non capire il significato del tema in discussione. Stephen Sykes, sgs@renaissance.demon.co.uk
    (Dal Corriere della Sera, 20/4/2009).
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    Quando la medicina parla inglese

    Scrivo in riferimento agli interventi di due lettori circa l’abuso dell’inglese nella lingua italiana (Corriere, 19 e 20 aprile). I due lettori si riferivano in particolare al settore finanziario. Potrei fare un notevole numero di esempi anche per quanto riguarda il linguaggio medico. In campo radiologico, termini come esame di «follow-up», campagna di «screening», tecnica di «imaging» sono all’ordine del giorno. E questo non tanto per oscurare significati o far suonare buono qualcosa di difettoso. In medicina, a mio avviso, esiste una motivazione di tipo «estetico». Esame di controllo o campagna di prevenzione sono foneticamente meno attrattivi che non esame di «follow-up» o campagna di «screening». Così come diagnostica per immagini suona meno bene di «imaging». Per il medico italiano usare prestiti dall’inglese significa farsi riconoscere dalla comunità scientifica. Alla base dell’abuso dell’inglese c’ è allora anche una motivazione di ordine sociale, legata all’autoaffermazione. Myriam Stangherlin, myriam.stangherlin@unipd.it
    (Dal Corriere della Sera, 25/4/2009).
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    ALFABETO CIRILLICO
    Riforma impossibile

    Caro Romano, alle elezioni presidenziali russe del 2008 si presentò un candidato dichiaratamente massone il quale, tra le altre cose, affermava che nei prossimi 30 anni la Russia abbandonerà l’alfabeto cirillico per adottare quello latino. Ritiene verosimile una previsione del genere? Stefano Vizioli ste_viz@yahoo.it

    Non credo che la Russia abbia l’intenzione di rinunciare all’alfabeto con cui sono state scritte alcune delle maggiori opere della storia letteraria europea. Il Paese è orgoglioso della propria lingua e della sua storia secolare. Conviene poi ricordare che la riforma dell’alfabeto è un’operazione terribilmente complicata perché comporta, tra l’altro, una lunga asse intermedia durante la quale i due alfabeti devono convivere negli atti pubblici, nella corrispondenza privata e nelle aule dei tribunali. Fu possibile in Turchia, dopo il crollo dell’impero ottomano, grazie alla ferrea volontà di Kemal Atatürk e all’analfabetismo di una parte considerevole della popolazione rurale anatolica.
    (Dal Corriere della Sera, 26/4/2009).
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    COLLOQUI DIPLOMATICI
    Tra Mussolini e Hitler

    Caro Romano, la capacità di Mussolini di comprendere e parlare il tedesco (Corriere, 24 aprile) non doveva essere molto buona, poiché sembra che durante il primo incontro che ebbe con Hitler, a Stra (Venezia) nel giugno 1934, sorsero alcune incomprensioni tra i due anche a causa, appunto, della presunzione del duce di esprimersi nella lingua di Goethe. In quel momento Mussolini era tutto intento a preservare l’indipendenza dell’Austria, ma, a quanto pare, non dovette spiegarlo molto bene a Hitler. Non a caso, un mese dopo, i nazisti tentarono un colpo di Stato a Vienna e assassinarono il cancelliere Dollfuss, grande amico di Mussolini.
    Gian Paolo Ferraioli, Roma

    È possibile. Ma è giusto ricordare, per completezza d’informazione, che l’Italia in quella circostanza, mandò le sue truppe alla
    frontiera con l’Austria e riuscì a sventare le ambizioni di Hitler.
    (Dal Corriere della Sera, 30/4/2009).
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    ABITUDINI NAZIONALI
    «Todos caballeros»

    Ho appreso che consiglieri dell’Assemblea capitolina, che è il nuovo nome del consiglio comunale romano in base allo statuto dell’appena costituito ente territoriale Roma Capitale, possono fregiarsi del titolo di onorevole. Può dirmi la ragione di questo disposto del disegno di legge? A che cosa giova addirittura ufficializzare l’uso di un appellativo che è già considerato deprecabile a livello nazionale? Alberto Mesture Pesaro

    «Onorevole» non è una dignità che si conquista con una legge, soprattutto se scritta e approvata da coloro che intendono appropriarsene. È una qualità che i deputati, nazionali e locali, debbono conquistare con il loro lavoro. La nostra classe politica continua a preferire la scorciatoia di Carlo V, l’imperatore che, visitando una regione italiana, nobilitò tutti i notabili venuti a ossequiarlo
    promuovendoli sul campo «todos caballeros».
    (Dal Corriere della Sera, 9/5/2009).
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    LINGUA ITALIANA
    Disquisire sul «piacere»

    In riferimento alla lettera pubblicata il 9 maggio, su cui anche Francesconi ha fatto una vignetta, credo abbiate sbagliato in pieno. Io sono un ex-bimbo, non conoscevo il possibile significato di «non piacciamo» che il signor Buroni attribuisce alle parole «siamo spiacenti» e ho controllato. Probabilmente l’errore deriva dal credere che si tratti di una coniugazione del verbo spiacere. In questo caso però «spiacente» è un aggettivo che ha esattamente il significato di dispiaciuto, per cui le
    parole «siamo spiacenti» sono perfettamente corrette e hanno lo stesso significato di «ci dispiace». Basta guardare la voce «spiacente» su qualsiasi dizionario della lingua italiana. Maurilio Tamaio
    (Dal Corriere della Sera, 12/5/2009).
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    MONDIALI IN ALTO ADIGE
    Logo in tedesco

    Sul logo usato per i campionati mondiali di atletica leggera 2009 che si terranno a Bressanone, in Alto Adige, è presente solo la dizione in tedesco. Come mai? L’Alto Adige ha una denominazione in tutte e due le lingue nel rispetto delle comunità che qui vivono, pagano le tasse e quindi pagano anche per i
    mondiali di atletica leggera. Aldo R. Colciago Egna (Bz)
    (Dal Corriere della Sera, 19/6/2009).
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    RIFORMA DEI LICEI
    Lo studio delle lingue

    In merito alla prossima riforma della scuola superiore vorrei sottolineare che da molti anni l’Unione europea sollecita in vario modo i propri cittadini a conoscere almeno due lingue straniere comunitarie oltre alla propria. Questa competenza è considerata prioritaria per chi vuole lavorare in Europa. Non sarebbe ora che in tutti i licei i programmi ministeriali si adeguassero a questa pressante direttiva, permettendo ai futuri diplomati e laureati italiani di non essere discriminati in partenza quando entreranno in un mondo del lavoro ormai da tempo transnazionale? Enrico Aldi enrico.aldi@fastwebnet.it
    (Dal Corriere della Sera, 22/6/2009).
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    L’uso del «voi»

    Caro Romano, nella sua risposta sui titoli nobiliari ha rievocato l’imposizione dell’uso del voi e risvegliato una mia antica curiosità: ma in realtà quando, da chi e come venne introdotto l’uso in pubblico di questo pronome che, da allora, prese a furoreggiare più nelle barzellette che nella vita quotidiana?
    Francesco Canepa francescanepa@hotmail.it

    Il voi fu introdotto dal regime fascista nell’uso pubblico e imposto nel linguaggio burocratico agli inizi del 1938. Fu spiegato che apparteneva alla tradizione linguistica italiana e che il lei si era diffuso in una parte della penisola all’epoca dell’influenza spagnola. Era vero, al punto che molti scrittori e alcune regioni italiane non avevano mai smesso di preferire il voi al lei. Ma lo stile autoritario con cui il regime cercò di modificare le abitudini degli italiani finì per renderlo inviso e persino, paradossalmente, ridicolo.
    (Dal Corriere della Sera, 23/6/2009).
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    GERGO FINANZIARIO
    I beni «invisibili»

    Caro Romano, credo che nella risposta sull’incontro a bordo del Britannia sia incorso in una svista: i beni immateriali vengono chiamati in gergo finanziario «intangibles assets» e non «invisibles» che significa proprio invisibili (ad esempio «invisible ink», inchiostro simpatico). Alberto Venanzetti Milano

    Grazie per la precisazione. Ma è probabile che i fondatori di British Invisibles, nel coniare una nuova espressione, pensassero alla «invisible hand», alla mano invisibile che, secondo il grande economista scozzese Adam Smith, assicura la massima prosperità generale quando ogni persona persegue il proprio interesse.
    (Dal Corriere della Sera, 30/6/2009).
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    PAROLE MISTERIOSE
    Gli «asilanti» svizzeri

    Caro Romano, quelli che in Italia sono chiamati rifugiati, in Svizzera sono chiamati asilanti. Lei sa se questo dipende dalla neutralità svizzera? Oppure da una maggior cura nella scelta delle parole? Forse esagero un po’, ma a me pare che il Canton Ticino sia per la lingua italiana, quello che il Quebec è per la lingua francese.
    Natalie Paav nataliepaav@yahoo.com

    Asilante è un adattamento ticinese alla lingua italiana della parola tedesca asylant. Nei nostri dizionari «asilante» non esiste.
    (Dal Corriere della Sera, 6/7/2009).
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    COGNOMI STRANIERI
    Le ronde e gli italiani

    Il mio non è certo un cognome italiano anche se da tre generazioni la mia famiglia ha nazionalità italiana e vive sul suolo di questo Paese; ho ascendenti armeni e non posso garantire di non avere tra i miei antenati qualche turco (300-400 anni fa). Secondo gli ordini dei nostri politici, come dovrò considerarmi e comportarmi di fronte alle ronde: evitare qualsiasi motivo di indebita attenzione o comportarmi naturalmente, come ho fatto finora? Tra qualche settimana andrò all’estero per motivi di lavoro; al ritorno potrò rientrare a casa oppure dovrò alloggiare in qualche Centro di Accoglienza Temporanea, in attesa che si decida sui miei diritti e doveri? Tullio Craincevich Asola (Mn)
    (Dal Corriere della Sera, 6/7/2009).
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    LIBERTINO E LIBERTINAGGIO
    Uso delle parole

    Caro Romano, il desueto termine «libertinaggio» è tornato in voga come critica ai comportamenti di certuni. Ma è davvero una critica o qualcosa di peggio? In fondo deriva da quella parola, «libertà»! Mario Taliani, Noceto (Pr)

    La parola libertino ha una storia lunga e complicata. Definisce il figlio di uno schiavo liberato, la persona emancipata, estrosa, ispirata da grande amore per la libertà. Ma scivola gradualmente verso il basso divenendo sinonimo di persona impertinente, autore di opere licenziose e oscene, o addirittura, se riferita a una donna, prostituta. Libertinaggio invece assume più rapidamente una connotazione negativa e definisce comportamenti spregiudicati, abuso della libertà, licenza, eccesso. Troverà queste notizie con molte citazioni nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, edito dalla Utet.
    (Dal Corriere della Sera, 9/7/2009).
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    A SCUOLA
    Lezioni di italiano

    Il vero problema della scuola non sono le poche conoscenze dialettali, per chi non è del luogo, ma la generale mancanza di conoscenza della lingua italiana. Le regole grammaticali oggi sono un optional: apostrofi, pronomi e congiuntivi sono del tutto tramontati, il bagaglio lessicale dei nostri ragazzi, ma anche di noi adulti, è ridotto all’essenziale e gli stessi giovani parlano sempre di più in dialetto anziché in lingua italiana. Elvira Pierri pierri2000@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 30/7/2009).
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    ANNI CINQUANTA
    Ricordi di uno studente

    A metà degli anni Cinquanta frequentavo la scuola media. A casa si parlava solo il dialetto e a scuola quel poco di italiano imparato con fatica alle elementari. All’inizio dell’anno arriva il nuovo insegnante di lettere che si esprime in un italiano pressoché incomprensibile che risulta essere il palermitano. Aggiungo che c’era il latino e i primi elementi di lingua straniera, nel mio caso il tedesco. In tutto avevo a che fare con cinque lingue: dialetto, italiano, palermitano, latino, tedesco. Allora essere promossi voleva dire di essere stati proprio bravi!
    Giampaolo Bordin Bassano del Grappa (Vi)
    (Dal Corriere della Sera, 1/8/2009).
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    NORME EUROPEE
    Pass per i disabili

    Una piccola segnalazione sui pass disabili rilasciati nel nostro Paese. A dispetto di tutti gli altri Stati europei dove i contrassegni sono già emessi secondo le normative comunitarie e quindi di colore blu in doppia lingua, da noi sono ancora nel vecchio formato e addirittura differenti da Comune a Comune. E solo in italiano. Questo comporta ad un disabile come il sottoscritto una serie lunghissima di problemi per parcheggiare all’estero. Spero che anche l’Italia si adegui presto alla normativa. Edoardo Rabascini edoardo.rabascini@ fastwebnet.it
    (Dal Corriere della Sera, 14/8/2009).
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    DIALETTI
    Espressività a rischio

    Al di là di ogni amara ironia sui dialetti italiani «etnici», chi legge ancora i testi originali e regionali dei nostri massimi autori (Porta, Belli, Goldoni, i De Filippo…) più radicati nell’identità del territorio? «Cun pasiensa e inteligensa» ripetevano le vecchie contadine (e non già «col ranno e col sapone»), cucinando vivande oggi celebrate nelle pagine gastronomiche proprio perché tipiche su un loro territorio. E l’espressività di termini quali «sberluscento» e «spatuscento» e tanti altri, come si potrebbe omologare nell’idioma corrente fra tv e sms e dvd? Alberto Arbasino, Roma
    (Dal Corriere della Sera, 15/8/2009).
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    POLITICA E TV
    Il termine «velina»

    Nell’articolo «Il premier e le 17 donne» (Corriere, 11 agosto), è stato scritto che la rivista Vanity Fair Usa ha pubblicato un articolo e una fotogallery con «le 17 donne di Berlusconi (dalla moglie Veronica Lario alle ministre, dalle veline alle meteorine) ». Sia nell’articolo che nella fotogallery di Vanity Fair Usa, non vengono mai nominate le meteorine e il Corriere affiancando il termine «veline» a quello di «meteorine», chiama in causa due specifici ruoli televisivi. Le Veline televisive sono quelle di «Striscia la Notizia». Un conto è utilizzare il termine «velina» con una corretta connotazione generale, un altro è citarlo entrando in modo errato nello specifico. Tutte le ragazze che nel corso degli anni hanno ricoperto il ruolo di Veline di «Striscia la Notizia» non hanno nulla a che vedere con quanto scritto da Vanity Fair Usa e non sono mai state coinvolte in nessuno scandalo politico.
    Michele Lanzarotto Ufficio stampa «Striscia la Notizia»
    (Dal Corriere della Sera, 15/8/2009).
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    VERDI E MAMELI
    Inni in lotta

    Da professore di liceo ho sempre spiegato, ai miei alunni, tutte e cinque le strofe dell’inno di Mameli e, uno per uno, i versi del «Va’, pensiero». I miei alunni ed io abbiamo sempre riconosciuto che se appaiono, oggi, elementi letterari «datati» l’elmo di Scipio, Balilla o l’«aquila d’Austria», il coro del «Va’ , pensiero» è di altissima e bellissima malinconia ma non riusciamo a immaginarlo cantato in uno stadio, con tutte quelle menzioni delle «torri atterrate di Sionne», dell’«arpa d’or dei fatidici vati», i «fati di Sòlima»…: se Scipio è lontano nella storia, Sionne lo è anche nella geografia. Finiamola di contrapporre Verdi a Michele Novaro, Solera a Goffredo Mameli: ognuno dei due cori ha avuto il suo ruolo e la sua storia, e fanno parte insieme, in modo diverso, della nostra coscienza di popolo.
    Giovanni Campus nicolcampus@hotmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 18/8/2009).
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    A SCUOLA
    Dialetti o inglese?

    Il Ministro delle Riforme ha rilanciato l’idea di introdurre lo studio del dialetto nelle scuole. Non sarebbe più opportuno per i giovani studenti che devono entrare nel mondo del lavoro rilanciare, invece, lo studio dell’inglese oppure del tedesco? Giberto Gnisci Locri@email.it
    (Dal Corriere della Sera, 18/8/2009).
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    NELLE SCUOLE
    Insegnare l’italiano

    Ben venga il recupero dei dialetti, ma senza che ciò alteri il già precario equilibrio dell’orario scolastico. Si potrebbe, per esempio, pensare a recite periodiche e a manifestazioni teatrali o simili, che potrebbero essere divertenti e apprezzate. Il problema vero e serio è quello della lingua italiana che sta morendo, incapace di camminare sulle proprie gambe e costretta a utilizzare come stampelle le più varie storpiature di termini inglesi, che la stanno trasformando in una sorta di insalata o intruglio linguistico sempre più repellente. Sarebbe urgente istituire una Commissione per la salute della lingua, deputata a promuovere l’uso dei termini italiani equivalenti, che regolarmente esistono e sistematicamente vengono ignorati. La questione non è puramente di tipo estetico, ma interessa la stessa capacità di comprensione, se si considera che in alcuni ambiti l’italiano si è trasformato in un orripilante gergo infarcito di improbabili termini inglesi comprensibile per i soli addetti ai lavori. Omar Valentini Salò (Bs)
    (Dal Corriere della Sera, 19/8/2009).
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    STUDIO DELL’ INGLESE
    No al potenziamento

    Sono la mamma di un bambino che il prossimo anno frequenterà la prima media e con altri 17 genitori avevamo optato per il potenziamento della lingua inglese, ritenendo inutile l’insegnamento del francese come seconda lingua. Tutto sembrava semplice, ma ora la dirigente scolastica ci segnala che «in base ai dati dell’organico per l’a. s. 2009/2010, pervenuti dal provveditorato di Arezzo, si conferma ufficialmente quanto già annunciato dal ministero con la circolare 60 del 25 giugno dove si affermava che veniva sospeso (…) quanto previsto dalla circolare n. 4/2009 in merito al potenziamento della lingua inglese. Pertanto non può essere accolta (…) la vostra richiesta e vi invitiamo a procedere all’acquisto dei testi di lingua francese». In Italia è la solita storia: si dice che i ragazzi che escono da scuola non sanno l’inglese come gli altri ragazzi dell’ Ue, e poi, quando si prova a fare una riforma, tutto viene bloccato con i soliti discorsi vuoti, e senza motivazioni valide. Nadia Panichi, Rassina Castel Focognano (Ar)
    (Dal Corriere della Sera, 19/8/2009).
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    SCUOLA E DIALETTI
    Il sogno di Gadda

    A proposito d’insegnamento del dialetto nelle scuole, Carlo Emilio Gadda un giorno,
    scrivendo all’amico Gianfranco Contini, affermò: «Se avessi fiato (cioè gioventù e denaro) vorrei viaggiare tutt’Italia, impadronirmi dei dialetti: fare un pasticcione con interlocutori nei vari dialetti: un settetto di voci con veneto, bolognese, bresciano, romano, fiorentino, napoletano ecc. ecc. come in certi numeri di "variété". Una Guerra e pace col principe Bolkonskij che parla milanese, Nicolenka bolognese, donne fiorentine ecc. ecc». Gadda era, e rimane, uno dei migliori scrittori italiani. Penso che queste sue frasi ci facciano riflettere, soprattutto i politici di turno. Giovanni Baron Romano d’Ezzelino (Vi)
    (Dal Corriere della Sera, 20/8/2009).

  • INTEGRAZIONE
    Le classi ponte

    Il modello di «classi ponte» proposto dalla Lega, se per l’Italia è una novità, per molti altri Paesi europei è diventato da diversi anni un metodo efficace per garantire l’integrazione. Francia, Spagna, Irlanda e Germania, Svezia e Norvegia, Belgio, Grecia adottano con successo un sistema di classi di transito, dimostrando così come la conoscenza della lingua sia determinante per l’inserimento e l’apprendimento dei ragazzi nella scuola e nella vita sociale, evitando il rischio di creare «ghetti» pericolosi, disagio e impoverimento sociale. Rimo Dal Toso, Padova
    (Dal Corriere della Sera, 4/11/2008).
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    SIGNIFICATI
    La parola nazione

    Caro Romano, c’ è una ragione per cui lei cita le nazioni degli altri Stati, Regno Unito e Spagna per esempio, e non quelle interne alla Repubblica italiana? Quella sarda ebbe uno Stato (anzi quattro) fra il X e il XV secolo e anche dopo la conquista catalano-aragonese continuò ad essere la nació sardesca. Vedo in giro, non so se anche in lei, una sorta di imbarazzo nel riconoscere l’esistenza della Nazione sarda, quasi che tale riconoscimento apra scenari kosovari e abkazi. Gianfranco Pintore pintoreg@yahoo.it

    Nel caso di «nazione sarda» la parola risale a un periodo storico in cui le nazioni erano comunità etniche e linguistiche, ma parti integranti di Stati più grandi. Le ricordo che Parigi esiste dalla seconda metà del Seicento, il «Collège des Quatre Nations». Fu voluto dal cardinale Mazzarino per gli studenti delle quattro nazioni (Artois, Alsazia, Pignerol e catalani del Rousillon e della Cerdagne) che erano state annesse alla Francia dopo la Guerra dei Trent’anni. La parola nazione ha cambiato significato nel corso dell’Ottocento ed è diventata, in molti Paesi, sinonimo di Stato. Parlare di «nazione sarda» in questo senso sarebbe oggi sbagliato.
    (Dal Corriere della Sera, 13/11/2008).
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    IN CATALOGNA
    Significato di nazione

    Caro Romano, a proposito della discussione sul significato della parola «nazione», vorrei segnalare come il suo uso abbia messo in pericolo delicati equilibri di governo, sia a livello della Generalitat de Catalunya che di Governo spagnolo, in occasione della riforma dello Statuto d’Autonomia di Catalogna. Per evitare di affermare nel primo articolo del nuovo statuto che «La Catalogna è una nazione» (soluzione avversata da alcuni e sostenuta da altri) si era pensato dapprima di spostare la frase nel Preambolo o, soluzione adottata alla fine, di modificarla con una certa dose di equilibrismo in «La Catalogna, come nazionalità, esercita il suo autogoverno». Come si apprende anche dal dominio del mio indirizzo di posta elettronica, qui in Catalogna si tratta di questioni molto sentite! Riccardo Rurali Riccardo.Rurali@uab.cat

    La sua lettera conferma quanto sia difficile usare oggi in Europa il termine nazione in una carta costituzionale. In un contesto in cui il termine ha perduto il suo significato originario ed è diventato sinonimo di Stato, il governo spagnolo temeva, non senza ragione, che la parola avrebbe conferito alla Catalogna un implicito diritto alla indipendenza.
    (Dal Corriere della Sera, 22/11/2008).
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    CLASSI PONTE/1
    Rischio «apartheid»?

    La proposta di istituire prossimamente le classi ponte per bambini immigrati, se passasse, rischierebbe di portare in Italia una vera e propria «apartheid». Appare infatti incredibile la motivazione che per una insufficiente conoscenza della lingua i figli di stranieri debbano essere separati dai bambini italiani, come se questi ultimi conoscessero bene la loro lingua. Tanti bambini e giovani, soprattutto nel Centro Sud, a malapena balbettano frasi in italiano perché l’uso dialettale sostituisce la lingua ufficiale. E appare pure evidente che spesso gli stranieri in Italia parlano meglio la nostra lingua di quanto facciamo noi. Separare non vuol dire integrare e questo progetto non mi pare sia in linea con quanto avviene in Europa e in America, ma, semmai, con ciò che avveniva in Sudafrica molti decenni orsono. Corrado Stillo corradostillo@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 22/11/2008).
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    CLASSI PONTE / 2
    I corsi per gli adulti

    Sono romena e sono in Italia da un anno. Assieme a una decina di altri immigrati sto frequentando un corso di italiano per stranieri. Tra di noi abbiamo commentato la proposta delle classi ponte per bambini che non sanno l’italiano, e siamo tutti d’accordo che si tratta di una cosa molto giusta. Nessuno la vede come una cosa razzista o discriminatoria: anzi, è una occasione in più. Noi partecipanti a questo corso ci chiediamo: da adulti abbiamo la possibilità di imparare l’italiano con un metodo adatto alle nostre capacità; perché per i nostri figli questa possibilità non ci deve essere? Ramona Popescu Biassono (Mi)
    (Dal Corriere della Sera, 22/11/2008).
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    TERMINI
    I cacicchi

    Caro Romano, che senso ha scrivere in prima pagina il termine «cacicchi» se anche un laureato in lettere come me deve ricorrere al vocabolario per capirlo? Laura Brusati laura.brusati@fastwebnet.it

    Per risparmiare ai lettori la consultazione del vocabolario ricordo che cacicco è il nome dei capi indigeni dell’America centro-meridionale: un termine che ha assunto nel linguaggio politico italiano un significato simile a quello di ras all’epoca del fascismo. Ma è davvero così spiacevole vivere con il vocabolario a portata di mano? I giornali non sono soltanto notizie e opinioni. Sono anche fabbriche della lingua, fornitori di parole nuove al nostro linguaggio quotidiano, notai che certificano l’uso dei neologismi e dei prestiti linguistici.
    (Dal Corriere della Sera, 12/12/2008).
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    NEL NOSTRO PAESE
    La cittadinanza

    Caro Romano, sono dell’avviso che la concessione della cittadinanza italiana debba essere il coronamento di un percorso di assimilazione e comprensione della lingua, della cultura e delle tradizioni del Paese ospitante. Non può essere regalata o concessa in modo automatico. Le attuali leggi sono eccessivamente generose e la concedono dopo dieci anni di permanenza: un periodo troppo breve, sebbene più lungo rispetto ad altri Paesi europei. Il periodo andrebbe allungato e l’accertamento dovrebbe essere ben più rigoroso. La cittadinanza non andrebbe concessa a persone con precedenti penali, come invece avviene ora. Concedere la cittadinanza significa di fatto cedere le chiavi di casa, ovvero concedere in proprietà il nostro territorio ai nuovi venuti. Il Paese sta passando in altre mani. È giusto richiedere le necessarie garanzie. Nella vicina Svizzera, come pure in tanti Paesi extraeuropei, non si concede la cittadinanza così facilmente come in Italia e nel resto d’Europa, ormai diventate terra di conquista. Omar Valentini, Salò (Bs)

    Fra le maggiori democrazie europee l’Italia è una di quelle in cui il tempo di attesa è particolarmente lungo e la discrezionalità della pubblica amministrazione pressoché totale. A mio avviso lo straniero che ha lavorato alcuni anni in Italia (cinque mi sembra un giusto periodo), e non deve rendere conti alla giustizia, ha il diritto di diventare italiano.
    (Dal Corriere della Sera, 14/12/2008).
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    COGNOMI EUROPEI
    Origini delle desinenze

    Caro Romano, ho letto la sua risposta a proposito della visita in Italia del generale Petraeus e mi è sorta una curiosità: come può un americano avere un cognome così bizzarro? Maria Conversi Milano

    Il padre di Petraeus è un capitano di marina olandese emigrato negli Stati Uniti all’inizio della Seconda guerra mondiale. Le desinenze latine dei cognomi europei sono dovute in buona parte alla scelta di famiglie borghesi, colte e benestanti. Quando i governi (soprattutto nei Paesi scandinavi, ma anche altrove) decisero di organizzare lo stato civile e vollero che ogni persona avesse un cognome, molti studiosi e liberi professionisti si «nobilitarono» con un nome dal suono latino. Gli ebrei tedeschi invece preferirono scegliere poetici nomi geografici come Blumenthal (valle dei fiori) o Goldberg (monte d’oro) o Einsenstein (pietra d’acciaio).
    (Dal Corriere della Sera, 17/12/2008).
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    NEOLOGISMI
    Parole angloitaliane

    Caro Romano, l’incapacità di trovare una traduzione adeguata ai termini inglesi ci induce spesso a utilizzare orripilanti neologismi angloitaliani come «switchare» alla Gerry Scotti, o «screenare» (esaminare) da «to screen», «barcodare» da «bar code», «cecchinare» da «check in», o altri ancora. Un documento «scannerizzato» altro non è che un documento in copia digitale; anziché «scannerizzarlo», possiamo benissimo farne la scansione (digitale). Mostriciattoli linguistici di questo tipo si possono benissimo eliminare. A mio avviso l’italiano è perfettamente in grado di camminare sulle proprie gambe e non ha bisogno di trascinarsi con l’aiuto di stampelle inglesi. Il mancato utilizzo dei termini italiani equivalenti (che pure ci sono) dipende, oltre che dalla nostra pigrizia mentale, dalla scarsa conoscenza della lingua inglese, di cui non riusciamo a tradurre espressioni e vocaboli, e da un pari livello di ignoranza della lingua italiana. Tanto più si usa l’inglese, quanto meno lo si conosce. Omar Valentini, Salò (Bs)

    Mi sembra che lei abbia perfettamente riassunto la questione. Chi italianizza espressioni inglesi e americane, anche quando esistano espressioni equivalenti nella lingua italiana, conosce poco l’inglese e male l’italiano.
    (Dal Corriere della Sera, 22/12/2008).
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    FOLKLORE SULLE STRADE
    Cartelli in dialetto

    Percorrendo molte strade capita spesso di vedere cartelli stradali con i nomi dei paesi scritti anche in dialetto. Questa a prima vista sembra una trovata folkloristica abbastanza inutile. Senza contare poi che, con il sovraffollamento di segnaletiche esistenti, questi nomi aggiuntivi rischiano di creare ulteriore confusione e distrazione per chi guida. Infine c’ è da considerare anche il fattore economico. Tutti quei cartelli hanno sicuramente un notevole costo. Non sarebbe meglio impiegare quei soldi per fare una migliore manutenzione delle strade? Carlo Tosi, Mantova
    (Dal Corriere della Sera, 22/12/2008).
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    NELLE RISPOSTE
    Il termine «signora»

    Caro Romano, ai lettori di sesso maschile, lei si rivolge sempre con l’uso del cognome; nel caso di lettori di sesso femminile, invece, usa quasi sempre il «signora». Sembrerebbe quasi un suo lapsus di paternalismo maschilista. Ma su questo possono, a ragion veduta, esprimersi soltanto le sue lettrici. Giulio Prosperi giulio.prosperi@email.it

    È il galateo del Corriere. Mi sono limitato a imitare, con piacere, i miei predecessori. Aggiungo che non è abituale chiamare una donna con il suo cognome e che non ho alcuna intenzione di usare il prenome quando scrivo a una persona che non ho mai incontrato.
    (Dal Corriere della Sera, 24/12/2008).
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    IN VALLE D’AOSTA
    La scelta del francese

    Caro Romano, in Alto Adige tutti i centri abitati hanno un nome italiano e uno tedesco, mentre in Valle d’Aosta la gran parte dei nomi di città e paesi è solo in francese. Perché, finita l’ultima guerra, per la Valle d’Aosta non si continuò a usare i nomi italiani, che pure erano stati coniati? Stefano Vizioli ste_viz@yahoo.it

    Dopo la Seconda guerra mondiale la provincia di Bolzano voleva tornare all’Austria, mentre la maggioranza dei valdostani preferiva l’Italia alla Francia. Fu quindi più facile concedere alla Valle d’Aosta un diritto di toponomastica che sarebbe stato pericoloso concedere a Bolzano.
    (Dal Corriere della Sera, 7/1/2009).
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    ORTOGRAFIA
    Il «tea» delle cinque

    Caro Romano, potrebbe spiegarmi perché la famosa bevanda che noi chiamiamo «te» (ci vuole un accento sulla e?) e gli inglesi «tea» (pronuncia «ti») qualche industria di casa nostra, anche prestigiosa, e molti esercizi pubblici insistono a indicarla scrivendo «the»? Mi sorge il dubbio che si tratti di un tragico e grottesco malinteso che ha indirizzato la scelta di questa ortografia in ricordo dell’articolo determinativo «the», proprio per essere quanto più inglesi possibile. Ma tutti sanno che «the» in inglese si pronuncia quasi «d», con la punta della lingua tra i denti. Sfido chiunque ad entrare in un bar e guardare la faccia del barista dopo aver chiesto: «Mi dia un "d"». Domenico Guerrieri Napoli

    La forma «the» è di origine francese ed è ancora di moda soprattutto nelle vecchie generazioni. I dizionari italiani preferiscono té o tè. Gli inglesi usano «tea» perché sono spesso più latini di quanto non siano i popoli latini del continente. Il nome latino del tè, nelle classificazioni scientifiche, è infatti «thea siniensis».
    (Dal Corriere della Sera, 8/1/2009).
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    La corretta traduzione di «day hospital»

    Mi riferisco all’articolo sull’uso di formule inglesi per definire servizi, cariche sociali e quant’altro (Corriere, 31 dicembre 2008) e in particolare alla traduzione ipotetica di Day hospital in «ospedale diurno». In realtà l’espressione ospedale diurno è comunemente usata in Canton Ticino dove nessuno sorride di essa, forse anche perché è assai corretta. Ciò mi induce a una riflessione. Credo che questa «voglia d’inglese» sia l’altra faccia del fenomeno che vede l’Italia fra i Paesi in cui la lingua inglese è meno conosciuta. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che tale voglia genera poi reazioni paradossali come il credere risibili traduzioni corrette.
    Carlo Maria Restelli, karakarota@tin.it
    (Dal Corriere della Sera, 8/1/2009).
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    L’uso dell’inglese negli enti pubblici

    Mi riferisco all’intervento di un lettore sull’uso e all’abuso di formule inglesi per definire servizi e cariche sociali (Corriere, 8 gennaio). Mi ha ricordato la rabbia che mi prese la prima volta che vidi affisso in un padiglione dell’Ospedale di Bergamo un cartello ufficiale con la scritta «Day hospital». Pensai: «Che cosa capirà la vecchietta della Valle Imagna o un montanaro della Val di Scalve?». E che dire di un avviso che parla di «Customer care» affisso nell’Ospedale di Ponte S. Pietro (Bg)? Non si tratta di discussioni accademiche tra sorpassati amanti della lingua di Dante, ma di ingiustizia sociale: a che titolo si discrimina, in un ambiente pubblico, chi non sa l’inglese o le sue scimmiottature? Vittorio Castagnoli, Bergamo
    (Dal Corriere della Sera, 10/1/2009).
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    MODI DI DIRE
    Italo-americano

    Caro Romano, non sembra anche lei che sia giunto da tempo il momento in cui il nostro giornalismo abbandoni l’espressione «italo-americano»? Oltre che profondamente improprio da decenni, trovo il termine un provinciale dettaglio rivelatore di un inestinguibile nostro complesso di inferiorità. Sentirlo e leggerlo a ogni pie’ sospinto riferito a personalità come Nancy Pelosi, fra le altre, mi suggerisce l’immagine di qualcuno che voglia esibire, e confermare soprattutto a se stesso, quanto anche nella propria famiglia qualcuno abbia fatto fortuna. Dino Nieri dinonieri@alice.it

    Anch’io penso che l’espressione italo-americano sia ormai superata. Potremmo definirli, tutt’al più, americani di origine italiana, senza dimenticare tuttavia che molti, con il passare del tempo, avranno di italiano soltanto il cognome.
    (Dal Corriere della Sera, 17/1/2009).
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    OCCUPATO IN OTTO LINGUE
    Call center dell’Inps

    «Il contact center integrato Inps-Inail fornisce informazioni e servizi online in otto lingue su aspetti normativi, procedimentali e su singole pratiche», recita ampolloso il sito web. Peccato che non ci sia la linea quando si chiama («L’utente desiderato è occupato. Si prega di attendere. Grazie») e che se per caso si raggiunge un operatore questi spesso riattacca subito. Walter Ferrari ferrariwalt@ gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 23/1/2009).
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    RITI RELIGIOSI ISLAMICI
    Uso dell’italiano

    Caro Romano, la proposta di Fini per imporre l’uso della lingua italiana durante le cerimonie religiose e le relative prediche nelle moschee è a dir poco sconcertante: la lingua araba è considerata dai musulmani lingua sacra ad Allah, la lingua nella quale è scritto il Corano e per loro sarebbe grave blasfemia durante la loro liturgia parlare una lingua diversa. Non voglio esprimere un giudizio di condivisione di ciò, ma penso che si dovrebbe avere rispetto dell’Islam e lasciare a loro la scelta subito o in futuro di aggiornare la loro teologia che oggi è questa. È sorprendente la motivazione di Fini, il quale dice: è necessario l’italiano per evitare l’istigazione all’odio. Mettiamo che un imam inviti i fedeli di Maometto a pregare per i bambini uccisi da Israele. È istigazione all’odio? Pietro Ancona pietroancona@tin.it

    Credo che occorra fare una distinzione fra i riti liturgici e le omelie. Non sarebbe giusto chiedere ai musulmani di rinunciare alla lettura del Corano in arabo; come non sarebbe giusto pretendere che gli ortodossi presenti in Italia rinuncino, nelle loro celebrazioni, all’uso dell’antico bulgaro. Ma le omelie dovrebbero essere nella lingua del Paese ospitante. Ho usato il condizionale perché non credo che l’uso dell’italiano possa essere imposto dall’oggi al domani. È un obiettivo da raggiungere con gradualità e buon senso
    (Dal Corriere della Sera, 25/1/2009).
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    CANALI RAI /1
    L’accento romanesco

    Oltre alle numerose fiction ormai stracolme di parlate in romanesco al limite dell’incomprensione, la Rai presenta una larga schiera di presentatrici o giornaliste con una inconfondibile e disturbante pronuncia locale. Sarebbe opportuno un momento di pazienza prima di lanciarle per dedicare qualche mese di perfezionamento alla dizione. Marco Bernini mabernini@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 25/1/2009).
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    Più inglese, meno comprensione

    Mi riferisco alla lettera circa i termini inglesi usati con una frequenza non sempre indispensabile alla Fiat. Fate un conto di tutto l’indotto che fallirà a causa di questo, eppure nessuno pensa a quelli come me che vogliono essere onesti pagando i propri fornitori. Daniele Parma dani18@email.it
    (Dal Corriere della Sera, 3/2/2009).
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    L’inglese nei messaggi pubblicitari

    Scrivo riguardo alle scritte pubblicitarie in inglese che proliferano qui da noi (Corriere, 31 gennaio): vorrei suggerire una strategia tanto efficace quanto utopistica e quindi irrealizzabile. Per sconfiggere questa abitudine sempre più invadente e inarrestabile, ho provato a immaginare se gli anziani, che non hanno avuto la possibilità di imparare l’inglese, ma anche le persone più giovani, che le statistiche europee non collocano certo fra i migliori conoscitori della lingua d’Oltremanica, cessassero improvvisamente ogni acquisto, dal «personal computer» alla «station wagon» al «drink» e così via, quando le relative pubblicità compaiono nella suddetta lingua; questo sarebbe un ammaestramento molto efficace per le aziende che, attraverso i loro pubblicitari, ne abusano. Certo, se così fosse non acquisteremmo quasi più nulla e torneremmo alle caverne, ma niente paura: nulla cambierà, ho soltanto esposto un mio piccolo sogno, io pure davvero stanco della moda in questione. Gabriele Barabino Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 4/2/2009).
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    ETIMOLOGIA
    La parola «eutanasia»

    Senza voler entrare nella bufera delle polemiche che in questi giorni riempiono i giornali, ma solo per dare un piccolo contributo di chiarezza lessicale, faccio notare che «eutanasia» è parola greca che significa «buona morte», cioè «morte indolore». Come tale si usa in antitesi non alla «vita», ma alla «morte cattiva» (dolorosa). Di per sé, dunque, esprime un concetto positivo (eliminazione delle sofferenze). Francesco Osini osinif@yahoo.it
    (Dal Corriere della Sera, 5/2/2009).
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    DEFINIZIONI
    Omertà e marachelle

    Se si copre o nasconde una trasgressione (marachella a scuola o delitto, non fa differenza), la si chiama omertà. Se invece la si denuncia diventa «far la spia» o s’invoca la deontologia professionale o peggio il giuramento di Ippocrate. Come la mettiamo? Vittorio di Sambuy Milano
    (Dal Corriere della Sera, 8/2/2009).
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    NEGLI STATI UNITI
    Italoamericani e no

    Caro Romano, da italoamericano o semplicemente da americano di origine italiana, ho apprezzato la sua risposta sull’argomento. È interessante notare come qui negli Usa quando ci si presenta e ci viene chiesta la nostra provenienza, dichiariamo il nostro Paese d’origine anche se non ne parliamo più la lingua. Nel mio caso io mi presento come «italiano». Ho anche notato che la stampa italiana assegna l’etichetta italica solo a persone di rilievo dal punto di vista politico, artistico e altro. A volte emergono personaggi negativi (come il famoso Ponzi entrato nei dizionari per truffe da manuale). Questi personaggi sono americani a tutti gli effetti per la stampa italiana. Enzo Repola Rye, NY (Usa)

    Quando devono rompere il ghiaccio, in occasione di un primo incontro, gli americani si interrogano sulle rispettive origini nazionali. È il modo più comune per fare conoscenza in un Paese dove tutti, tranne i pellerossa, vengono da fuori. Ma quando vanno all’estero e debbono presentarsi, dicono «sono americano».
    (Dal Corriere della Sera, 9/2/2009).
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    ISTRIA E DALMAZIA
    Anni sotto silenzio

    Il 10 febbraio ci sono state le cerimonie in ricordo delle vittime delle foibe. Si ricordano giustamente i morti, i trucidati, gli esuli. Non mi sembra però, a parte qualche accenno al periodo bellico, che nessuno voglia decidersi a parlare con chiarezza delle responsabilità italiane in Istria, Venezia Giulia e Dalmazia dal 1918 al 1939. Nessuno parla delle violenze effettuate a livello fisico e culturale ai cittadini di lingua slovena e di chiunque abbia voluto mantenere i tratti della propria cultura che non combaciassero con quelli imposti dal fascismo. Forse solo gli storici conoscono quanto realmente avvenne ma il grande pubblico mi sembra molto ignorante su questo argomento. Forse solo nei racconti di Boris Pahor possiamo avere qualche impressione su quegli anni. Giuliano Averna Venezia
    (Dal Corriere della Sera, 12/2/2009).
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    NEOLOGISMI
    Il microrapinato

    Non capisco perché quando viene data la notizia di furti in appartamento, raggiri, scippi, ecc. venga usato il termine «microcriminalità». Forse il malcapitato di turno dovrebbe pensare a sé stesso come un microrapinato o microtruffato? Lorenzo Rosi lorenzo386@hotmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 12/2/2009).
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    IL TERMINE «GRENZE»
    Una enne nella penna

    Caro Romano, scrivo unicamente per segnalare un «peccato veniale». Nel rispondere a un lettore, lei traduce dal tedesco «echte Südgrenze» con «vere frontiere meridionali». Poiché il vocabolo «Grenze», femminile singolare, diventa «Grenzen» al plurale, evidentemente è rimasta una «n» nella penna… Carlo Radollovich carlo.radollovich@libero.it

    Rispondo come Giolitti quando un deputato in Parlamento gli rimproverò un errore: correggo.
    (Dal Corriere della Sera, 14/2/2009).
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    TRASLITTERAZIONI
    L’alfabeto cirillico

    Caro Romano, la stampa italiana si è ormai adeguata alla traslitterazione in caratteri latini degli ideogrammi cinesi, ma perché ciò non è avvenuto per la translitterazione dell’alfabeto cirillico russo (per esempio: Gorbacëv, invece di Gorbaciov)? Giuseppe Lumia lumia.g@virgilio.it

    Per le traslitterazioni dall’alfabeto cirillico esistono in Italia due consuetudini. La prima è quella degli slavisti, dove ogni lettera cirillica viene tradotta con la corrispondente lettera latina modificata, per rendere meglio la pronuncia originaria, da un certo numero di «codici»: accenti diacritici, dieresi e apostrofi che segnalano la necessità di ammorbidire o indurire il suono di una consonante. Questo metodo viene utilizzato soprattutto per le pubblicazioni scientifiche e accademiche. La seconda consuetudine è quella dei giornali e dei libri di grande diffusione in cui si cerca di rendere alla meglio, con gli strumenti offerti dalla lingua italiana e con qualche approssimazione, il suono originale della parola.
    (Dal Corriere della Sera, 20/2/2009).
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    USO DELLA LINGUA
    I nemici del congiuntivo

    Caro Romano, dopo aver ascoltato il direttore di Raiuno, nella rubrica «Sanremo Question time», affermare davanti a una sala stampa gremita: «Se Sanremo non ci sarebbe più», credo che gli spetti d’autorità la nomina a presidente emerito dell’ Associazione nemici del congiuntivo che conta tra i suoi aderenti illustri personalità oltre a tanti poveri cristi che non hanno avuto modo di frequentare con profitto la scuola. Mi chiedo e le chiedo: non si può far qualcosa per frenare questa valanga di ignoranza che sta sommergendo la patria di Dante e Manzoni?
    Enrico De Carli enricoj@alice.it

    D’accordo, occorre battersi per la sopravvivenza del congiuntivo. Ma forse in questo caso occorrerebbe battersi anche contro il cattivo uso del condizionale, una piaga linguistica non meno grave.
    (Dal Corriere della Sera, 22/2/2009).
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    MODI DI DIRE
    «Election day» «Election day»?

    L’Italia ha deciso di essere schiava del mondo di lingua inglese?
    Folco Balestrazzi Oakland, CA (Usa)
    (Dal Corriere della Sera, 22/2/2009).
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    L’invasione dell’inglese

    Al lettore che, credo come molti piuttosto stanco delle parole inglesi che stanno sempre più invadendo la nostra lingua, si è chiesto se l’Italia ha deciso di essere schiava della lingua inglese (Corriere, 22 febbraio) con solidarietà e a malincuore devo rispondere: «Oh yes!». Gabriele Barabino, Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 25/2/2009).
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    TRASLITTERAZIONI
    Così parlò l’Interpol

    Caro Romano, riguardo alla Sua risposta sulla traslitterazione dell’alfabeto cirillico aggiungo che fino a poco tempo fa la Russia, per i propri documenti ufficiali (come i documenti d’identità dei propri cittadini che chiedono il permesso di soggiorno in Italia) usava trascrivere i cognomi secondo la grafia francese. Oggi invece vige la traslitterazione dei cognomi secondo la grafia inglese: un mio collega russo che vive e lavora da anni in Italia ha così dovuto rifare tutti i documenti. Andrea Di Vita anna_andrea.divita@tin.it
    L’uso della traslitterazione francese risale all’epoca in cui la lingua veicolare dell’Interpol, soprattutto nell’Europa continentale, era il francese.
    (Dal Corriere della Sera, 25/2/2009).
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    DOPO SANREMO
    Musica straniera

    Mi chiedo che senso abbia fare il Festival della canzone italiana e dal giorno dopo ricominciare a trasmettere – da parte di Radio Rai, ossia quell’ente che il Festival lo promuove – pressoché esclusivamente canzoni estere, in inglese per lo più. E se capita di ascoltarne una in italiano, è una ultraquarantennale canzone di Modugno riesumata dai Negramaro. Bruno Faccini Milano
    (Dal Corriere della Sera, 25/2/2009).
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    La legge (millenaria) sui neologismi

    Mi riferisco alla domanda di un lettore circa la ragione per cui i neologismi verbali appartengono tutti alla prima coniugazione (Corriere, 18 febbraio). Il motivo fondamentale è la stretta derivazione dell’italiano dal latino: i verbi della prima coniugazione (in -are) derivano tutti, direttamente o per imitazione, da quelli latini della prima; quelli della seconda coniugazione (in -ere) vengono da quelli
    latini della seconda o della terza («vedere» da «video» e «mettere» da «mitto»), così come quelli della terza da quelli latini della quarta («sentire» da «sentio»). E ogni coniugazione risponde a una tipologia fissa di idea verbale, senza possibilità di invasioni di campo. I nuovi verbi sono tutti di agente (cioè indicano chi fa l’azione, come «fotografare» ossia «fare fotografie») o causativi-consecutivi (cioè indicano un effetto o una conseguenza, come «attapirare» ossia «rendere qualcuno afflitto»), categorie che, sin dall’antico latino, appartengono alla prima coniugazione, e perciò sono costruiti in -are. Non c’entra la pigrizia, ma la legge di un millenario schema linguistico. Andrea Del Ponte, Genova
    (Dal Corriere della Sera, 1/3/2009).
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    Università: gli svarioni degli studenti

    A conclusione dell’articolo relativo all’esito del test d’ingresso alla facoltà di Lettere dell’Università veneziana («"Il passato di cuocere: cucinai". Gli svarioni delle matricole", Corriere del 2 marzo), il professor Michele Cortelazzo, a proposito delle competenze linguistiche degli studenti italiani, afferma: «Tutto si ferma alla terza media. E chi arriva all’università l’ ha dimenticato». Mi permetto di suggerire al professore di fare un’esperienza di insegnamento nella prima classe di una scuola superiore, anche di un liceo classico. Forse sarebbe tentato di affermare: «Tutto si ferma alla quinta elementare».
    Antonella Alvino antonella.alvino@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 4/3/2009).
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    TERMINI INGLESI
    Lo «stalking»

    Caro Romano, ho letto sui giornali titoli come «Perseguita l’ex, ucciso il rivale» o «Imprenditore in cella per stalking». Mi chiedo se sia assolutamente necessario usare «stalking» al posto di molestie o quant’altro il nostro vocabolario ci mette a disposizione; forse per sembrare meno provincialotti? O più istruiti? Per far sapere che si conoscono le lingue? Insegnarle a noi lettori per metterci in condizione di leggere un giornale americano? Possibile che a nessuno venga in mente che l’uso (e l’abuso) di tali termini possa arrecare fastidio alla maggior parte dei lettori?
    Paolo Casella casella@ivg.it

    Stalking è la camminata furtiva del cacciatore che insegue la preda o del male intenzionato che cerca di cogliere la sua vittima di sorpresa. Non definisce una semplice molestia, ma l’atteggiamento di colui che segue ripetutamente una donna o le telefona insistentemente. Si potrebbe tradurre, se l’espressione non fosse poco adatta a un testo legislativo, «pedinamento sessuale». Come altre parole che non hanno un preciso corrispondente nella nostra lingua, finirà per essere adottata anche dai dizionari.
    (Dal Corriere della Sera, 8/3/2009).
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    MODI DI DIRE
    Il cavallo non beve

    Caro Romano, parecchi anni fa, all’epoca di una crisi economica, un articolo di fondo del Corriere contenne l’espressione «il cavallo non beve», presumibilmente in riferimento al calo dei consumi e degli investimenti. Può ricordarci chi fu il giornalista o economista che coniò quella frase e quando apparve l’articolo?
    Stanley Feiwell sfeiwell@yahoo.com

    Lei si riferisce probabilmente a un articolo di Paolo Savona apparso sulla prima pagina del Corriere del 21agosto 1998. In quella occasione l’espressione «il cavallo non beve» descriveva l’andamento della economia italiana in condizioni internazionali che avrebbero dovuto sollecitare un maggiore dinamismo. Nello stesso articolo Savona disse che l’espressione era stata coniata «tra gli anni Sessanta e Settanta», quando, «in presenza di uno sviluppo favorito dall’offerta monetaria e da politiche di bilancio espansive, l’economia italiana registrò una modesta crescita». Nell’articolo del 1998 Savona scrisse altresì: «Come allora l’acqua è abbondante e il cavallo non beve, ma adesso il fisco è diventato più rigido, anzi vorace, e il cavallo non tira».
    (Dal Corriere della Sera, 14/3/2009).
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    INTEGRAZIONE
    Sì alle classi ponte

    Sulla questione dei bimbi stranieri a scuola ci sono due soluzioni e sono entrambe sbagliate: inserire il bambino in una classe già esistente, dove si parla solo italiano e dove inevitabilmente il bambino non riuscirà a integrarsi, oppure inserire il bambino in una classe «ghetto», dove si parla magari la sua lingua, ma che non gli permetterà di trovare amici italiani e di socializzare. Un’alternativa a queste soluzioni potrebbe essere quella di inserire il bambino in una classe, della durata di tre o quattro mesi, durante i quali imparerà la nostra lingua (i bambini imparano in fretta) e al termine dei quali potrà essere inserito in una classe normale senza sentirsi isolato. Giampiero Gemelli
    (Dal Corriere della Sera, 14/3/2009).
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    AGGETTIVI CHE PESANO
    Quei soldi «verissimi»

    Chi segue le notizie finanziarie e politiche ultimamente deve aver notato che l’aggettivo è diventato molto più importante del sostantivo. La crisi, infatti, non è tale se è «leggera»; lo diventa, invece, se è «seria» o «grave». E i soldi non sono tali se non «veri»; lo sono invece se «verissimi». Vincent Tucci vtucci@yahoo.com
    (Dal Corriere della Sera, 17/3/2009).
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    POLITICI IN TV
    Espressioni fastidiose

    Bisognerebbe spiegare ai politici che parlano in tv che quando si è a corto di idee (e sono tanti) e si è pure in difficoltà ad esprimerle (e sono anche di più) il rimedio non sta nel raddoppiare gli ausiliari verbali, dandosi così luogo a roboanti espressioni fastidiosamente tautologiche, quali «abbiamo così avuto la possibilità di potere» o «abbiamo dimostrato volontà di volere» e simili amenità, ahimè sempre più frequenti e sempre più tollerate da un’audience sempre più passiva, forse perché ormai rassegnata alle nefandezze, anche verbali, di costoro. Guido Mastelotto guido.mastelotto@ tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 21/3/2009).
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    MENEGHINO/2
    Annunci in inglese

    È stato inaugurato il Meneghino. Si tratta di un convoglio completamente nuovo, confortevole e anche sicuro grazie alla presenza di telecamere collegate con la cabina di guida. Un unico neo: gli annunci che segnalano le varie stazioni e i collegamenti hanno adottato, oltre all’italiano, la lingua inglese. Perché l’inglese e non il francese? Carlo Radollovich
    (Dal Corriere della Sera, 21/3/2009).
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    STORIA DI VENEZIA
    Gli Schiavoni

    Caro Romano, nella sua esposizione sul declino della Serenissima, che condivido pienamente, volevo farle notare una piccola imprecisione quando scrive «i reggimenti slavi erano pronti a morire per la Serenissima». In Dalmazia, nel lungo periodo di dominio veneziano, esistevano due etnie: quella illirico latino-veneta e quella slava di Dalmazia, chiamata da Antonio Bajamonti e Nicolò Tommaseo «dalmatina» (traduzione veneta e italiana dell’ aggettivo «dalmatinci»). Queste due etnie, sotto l’accorta politica della «Dominante», che assicurava a entrambe pari diritti e doveri, si rispettavano, convivendo pacificamente, anche in funzione del sempre incombente pericolo dei Turchi; esse erano conosciute come gli Schiavoni, i cui reggimenti presidiavano le città venete di Treviso, Padova e Verona e che furono a forza imbarcate sulle navi il 12 maggio 1797 e rimandate, pur essendo recalcitranti, in Dalmazia, dalla riva omonima di Venezia; partendo, salutarono la morente Serenissima con una scarica di fucileria.
    Paolo Luxardo Conegliano (Tv)

    Lei ha reso agli Schiavoni un omaggio dovuto.
    (Dal Corriere della Sera, 4/4/2009).
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    SIGNIFICATO DEI TERMINI
    Liberisti e libertini

    Caro Romano, sento dire di volta in volta liberale, liberista, libertario… che confusione! Dipaniamo la matassa? Attilio Alebardi gedra@libero.it

    Ecco soltanto qualche indicazione. Liberale ha significati diversi sulle due sponde dell’Atlantico. Mentre nell’Europa continentale è spesso sinonimo di conservatore illuminato, negli Stati Uniti «liberal» definisce una persona che noi definiremmo radicale. Liberista è una invenzione italiana che corrisponde grosso modo all’inglese «free marketeer», paladino del libero mercato. Libertario è un liberale «ultra», pressoché anarchico. Nella sua lista manca «libertino», una parola che definì per molto tempo, nel Settecento, l’intellettuale non conformista e che definisce ora la persona di costumi licenziosi e vita disordinata.
    (Dal Corriere della Sera, 11/4/2009).
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    PROPRIETÀ DI LINGUAGGIO
    Un merito della scuola

    Ho seguito con pena le vicende di questi giorni, ho pianto per i morti, ammirato l’abnegazione dei volontari e la dignità dei sopravvissuti. Accanto a questi sentimenti, una riflessione si è fatta viva nella mia mente: da insegnante di lettere, in pensione, non ho potuto fare a meno di notare la correttezza e la proprietà
    linguistica dei diversi intervistati. A qualsiasi età o ceto appartenessero, tutti riuscivano a rendere le loro emozioni in modo chiaro. Quanta differenza con il linguaggio dei terremotati degli anni passati, quando le persone stentavano a usare l’italiano! Merito della tanta bistrattata scuola? Lo voglio credere, perché mi ripaga delle tante accuse di cui mi sono sentita indirettamente oggetto nei miei lunghi anni di insegnamento. Rosa Alba Mazzarella Caserta
    (Dal Corriere della Sera, 11/4/2009).
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    TRADUZIONI
    Mister «Tonino» Blair

    Caro Romano, nei libri di storia sarebbe utile mantenere il nome dei re nella lingua originale senza italianizzarli e così pure per il nome delle città. Oltretutto sarebbe meglio per chi studia in quanto chiamando Filippo II «Felipe» si saprebbe che era un re spagnolo. Lei cosa ne pensa? Antonello Conti antonello_conti@fastwebnet.it

    Nella evoluzione delle lingue agiscono preferenze di massa che non obbediscono ad alcuna regola e non sono necessariamente razionali. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento i nomi stranieri, anche quelli degli scrittori, venivano abitualmente tradotti, e William Shakespeare diventava così Guglielmo o Guillaume. Oggi, invece, a nessuno verrebbe in mente di scrivere Ernesto Hemingway o Carlo Dickens o Gustavo Flaubert. Ma per i sovrani vale ancora la vecchia regola. Forse perché i re e le regine sono sempre, nell’immaginazione popolare, dei semidei, degni di un culto particolare, con cui esistono rapporti diversi da quelli che corrono fra noi e Nicola Sarkozy, Guglielmino Clinton o Tonino Blair.
    (Dal Corriere della Sera, 17/4/2009).

  • A BOLZANO
    Il «4 politico»

    Dopo il sei politico di sessantottina memoria arriva ora a Bolzano la richiesta del quattro politico. Basta insomma votacci come uno, due o tre ma si vuole partire dal quattro, è più semplice da recuperare si dice. Speriamo non in italiano anche perché avendo visto gli striscioni in lingua tedesca e sentito parlare i partecipanti mi sa che anche il 4 sarà duro da tirar su. Umberto Brusco Bardolino
    (Dal Corriere della Sera, 24/4/2008).
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    TERMINI STRANIERI
    Dall’inglese all’arabo

    Quando mi capita di leggere vocaboli nella lingua di Shakespeare, mi dico che ci stiamo inglesizzando. Ma, da qualche tempo, noto che anche la lingua araba fa spesso capolino: ormai so che «fatwa» significa «sentenza», che «sharia» si riferisce a norme religiose fondate sul Corano e che «jihad» è traducibile con «guerra santa». A quando i primi ideogrammi in cinese sulla stampa italiana? Carlo Radollovich carlo.radollovich@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 1/5/2008).
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    L’utilizzo di termini arabi

    Sul Corriere del 1° maggio un lettore,dopo aver constatato il crescente uso di termini anglosassoni, ha citato i termini fatwa, sharia e Jihad divenuti comuni non a caso in questi ultimi tempi, osservando che anche l’arabo sta gradualmente entrando nel nostro lessico. Egli ha quindi concluso chiedendosi con simpatica ironia quando sui giornali compariranno i primi ideogrammi cinesi. Credo che possiamo rimanere tranquilli: così come le parole arabe non vengono qui scritte con le eleganti volute di quella grafia ma sono traslitterate a nostro uso, così certo avverrà per qualche termine cinese. E quanto all’arabo, credo che l’intrusione vada ampiamente «perdonata»: infatti l’arabo ci aveva «regalato» decine e decine di sostantivi che usiamo ogni giorno: alcol, zucchero, azzurro, tazza, cotone, elisir, magazzino, rischio, e qui mi fermo, senza però dimenticare, ad onore di quella cultura, l’invenzione delle cifre, e soprattutto di una «nullità» che conta moltissimo, lo zero. Gabriele Barabino, Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 3/5/2008).
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    Fatwa, jihad e numeri arabi

    Vedo che tra i lettori del Corriere si sta sviluppando un dibattito su alcune parole arabe, e mi permetto qualche precisazione. 1) Fatwa non vuole dire «sentenza» ma semplicemente «autorevole parere giuridico». È questo che tecnicamente impedisce di abrogare la fatwa contro Salman Rushdie: una sentenza si può riformare, un parere (soprattutto di un defunto) no. 2) Benché molti lo credano, jihad non vuole dire «guerra santa» ma è un concetto che potremmo tradurre con «impegno, militanza» (che può arrivare fino alla guerra, ma solo in casi estremi): è per questo che i musulmani impegnati, anche senza essere terroristi, si sono sentiti offesi quando il discorso di Ratisbona è stato riportato, in modo semplicistico, «il Papa dice no al jihad». 3) Tra le tante cose che vengono ricordate provenire dall’arabo ci sono il concetto delle cifre e la parola zero. Quanto alle cifre, esse sono un’invenzione degli indiani (che gli arabi hanno copiato pedissequamente, tant’è che le scrivono da sinistra a destra, mentre la loro scrittura va da destra a sinistra), e la parola a noi viene attraverso il tramite dei berberi: fu infatti a Bugia (in una regione ancor oggi berberofona) che Leonardo Fibonacci apprese il sistema e lo importò in Europa. Ma i berberi pronunciano z quella che in arabo è una s, per cui la parola araba sifr a noi è arrivata come zephir(um) (da cui zero).
    Vermondo Brugnatelli Professore associato di Lingue e letterature dell’Africa, Università di Milano-Bicocca
    (Dal Corriere della Sera, 4/5/2008).
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    NEL LINGUAGGIO COMUNE
    Significato di «lobby»

    Caro Romano, con grande sorpresa ho letto l’articolo di Rocco Cotroneo nel quale parla di «lobby» degli agricoltori argentini. Anche se la parola «lobby» ha di per sè sempre un connotato negativo – «gruppo di persone che hanno grande influenza sul potere politico specialmente nel campo economico e finanziario» (dizionario Zingarelli) – gli agricoltori, circa 300.000, non costituiscono una lobby giacché sono rappresentati da quattro enti indipendenti tra loro. È ovvio che non hanno influenze sul governo giacché lo hanno affrontato. Che direbbe un italiano al quale, senza una legge del parlamento, sottraessero il 44% del valore della vendita di un prodotto e che sul resto dovesse pagare una tassa del 35%? Lorenzo Meliton lorenzo-m08@ yahoo.com.ar
    Non credo che Cotroneo abbia usato «lobby» nel senso spregiativo con cui la parola si usava una volta. Parlando, come accade sempre più frequentemente, di lobby americane abbiamo finito per adottare il significato neutrale e obiettivo che la parola ha negli Stati Uniti.
    (Dal Corriere della Sera, 7/5/2008).
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    La forma più semplice

    Caro Romano, ai numerosi attacchi cui la lingua italiana è quotidianamente sottoposta dai mezzi di comunicazione di massa se ne è aggiunto da qualche tempo uno particolarmente insidioso: la pretesa di alcune case editrici, anche di buon nome, d’imporre un’omogeneizzazione dei testi al ribasso. Frequente è che certe case editrici impongano agli autori anche di testi letterari e scientifici di utilizzare sempre le parole straniere anche non entrate nell’uso italiano corrente sempre e solo al maschile singolare. Di qui mostri come «i garage» (anziché garages), «le élite» (anziché élites), «risposte naïf» (anziché naïves). Questa imposizione è a volte sorretta dal richiamo ad alcuni vocabolari italiani, peraltro non fra i migliori. Se si può accettare la cosa per le lingue meno conosciute (per esempio, l’ebraico: i kibbutz, in luogo del più corretto i kibbutzim), l’«omogeneizzazione» è un vero pugno nell’occhio per chi abbia un minimo di buon gusto linguistico nel caso delle lingue più note (francese, inglese, spagnolo ecc.). Non sarebbe almeno il caso di lasciare la scelta ai singoli autori, che sono poi quelli che si espongono ai giudizi dei lettori? Umberto Melotti melotti@uniroma1.it

    L’abitudine di usare le parole straniere nella loro forma più semplice (singolare o nominativo, nel caso delle lingue che hanno le declinazioni) è paradossalmente un modo per isolarle all’interno del discorso italiano e accentuare la loro estraneità. Se le accordassimo alle esigenze del discorso dovremmo, in linea di principio, usare non soltanto il plurale, ma persino le declinazioni. Nella stampa americana le parole francesi e spagnole perdono gli accenti.
    (Dal Corriere della Sera, 18/5/2008).
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    VIAGGI DI CAVOUR
    Il limite di Firenze

    Caro Romano, è vero che Cavour non parlava italiano e che nell’unico suo viaggio verso il Sud arrivò a Firenze? Giuseppe Tizza giuseppetizza@hotmail.com
    Cavour aveva maggiore familiarità con il francese e con il dialetto piemontese. Ma perfezionò il suo italiano per servirsene nei dibattiti parlamentari. È vero, invece, che non si spinse mai sino a Roma e a Napoli.
    (Dal Corriere della Sera, 19/5/2008).
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    CULTURA
    Le feste e le tradizioni

    L’Unesco dice sì alla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. La convenzione valorizza la cultura tradizionale del territorio. Lo sviluppo del pluralismo culturale è un’ottima garanzia di avanzamento formativo. La cultura è lingua e letteratura locale, ma anche feste e vessilli e tradizioni. Valorizzare questi beni fa bene alla salute del patrimonio di conoscenze. Fabio Sìcari, Bergamo
    (Dal Corriere della Sera, 19/5/2008).
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    DA INCORAGGIARE
    Lo studio all’estero

    Caro Romano, di scambi culturali, programmi Erasmus, Socrates, ecc… si sente parlare continuamente. La mobilità studentesca internazionale viene infatti fortemente incoraggiata a livello ministeriale. Il progetto Gioventù in Azione della Commissione Europea dal canto suo prevede forti investimenti a favore di esperienze di scambio culturale per il quinquennio 2007-2013. Eppure gli studenti italiani che aspirano frequentare un quadrimestre o un anno di scuola superiore all’estero si trovano quasi sempre di fronte a un consiglio di classe fortemente contrario all’ esperienza. Perché chi va all’estero perde un anno di Latino e Greco o perché i programmi di studio all’ estero sono diversi. È vero che i programmi all’estero sono diversi ed è altrettanto vero che nelle scuole superiori all’ estero Latino e Greco spesso non ci sono. Ma si imparano molte altre cose: tanto per cominciare una lingua straniera, che moltissimi italiani ancora non sanno parlare. Possibile che nel resto d’Europa le scuole incoraggiano gli studenti a partire, mentre in Italia li spaventano con previsioni di rientro apocalittiche? Norvegia e Danimarca sostengono anche economicamente le famiglie dei ragazzi che vanno all’estero a studiare. In Italia le famiglie vengono lasciate sole a decidere se offrire ai propri figli un’opportunità di crescita senza eguali o se rinunciarvi per non rischiare il 4 in Latino e Greco. Giulia Zorzi gaz60@email.it

    Anch’io credo che sia sbagliato scoraggiare lo studio all’estero per qualche mese dei ragazzi della scuola media superiore. Avranno forse qualche difficoltà al ritorno per raggiungere i compagni rimasti in Italia. Ma avranno fatto esperienze che saranno molto utili per la loro vita.
    (Dal Corriere della Sera, 23/5/2008).
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    Le deportazioni

    Caro Romano, gradirei ricordare che durante la prima guerra mondiale anche l’Italia deportò gli abitanti dell’ altopiano di Asiago, non solo perché erano vicini alla zona di operazioni (operazioni peraltro molto intense) ma anche perché parlavano l’ antico dialetto tedesco cosiddetto Cimbro e venivano ritenuti pericolosi per l’ affinità linguistica e culturale con gli Austriaci, dimostrando cecità storica perché i Cimbri combatterono con lealtà per la Repubblica Veneziana contro l’ Imperatore Austriaco Massimiliano I al tempo della Lega di Cambrai. Lorenzo Castioni, Verona
    (Dal Corriere della Sera, 24/5/2008).
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    I vocaboli stranieri

    In relazione all’uso del plurale dei vocaboli stranieri (Corriere, 18 maggio) vorrei dire che l’Accademia della Crusca sostiene che i forestierismi entrati stabilmente nella lingua italiana debbano rimanere invariati mentre per i termini rari o specialistici è consigliabile il plurale della lingua d’origine. Ciò vale anche per le derivazioni dal latino pertanto la parola curriculum, riportata dai principali vocabolari italiani come sost. masch. inv., se declinata al plurale (curricula) creerebbe forme che si discostano dal sistema morfologico italiano. Uno dei motivi alla base di tale consuetudine va probabilmente ricondotto al fatto che la nostra lingua forma il plurale cambiando la vocale finale, cosa che non può applicarsi ai sostantivi stranieri che quasi sempre terminano in consonante. Ferdinando Fedi, Roma
    (Dal Corriere della Sera, 2/6/2008).
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    ESAMI DI STATO
    Scandalo dei compiti

    Ho letto molto sullo scandalo dei compiti con strafalcioni che sono stati assegnati alla maturità. Mi sono stupito delle giustificazioni che ha fornito colei che ha scelto il tema di inglese, preso da un sito nel quale c’è un inglese agli antipodi di quello scolastico accademico. È vero che la lingua oxfordiana non è più parlata quasi da nessuno ma non per quello possiamo permetterci di dare in pasto ai nostri ragazzi qualsiasi cosa sia stata messa in rete. Di questo passo un domani i maturandi dovranno confrontarsi con lo slang dei ghetti americani o con qualche testo scritto in spanglish californiano che gli americani stessi fanno fatica a comprendere. Impossibile dare loro torto, pochi in Italia parlano e scrivono secondo le ferree regole dell’Accademia della Crusca. Non mancherà lo spirito di emulazione che contagerà anche altre discipline, tra qualche anno nel compito di matematica si scoprirà che 1+1 non fa 2 ma fa 10. Tutti grideranno allo scandalo ma chi lo scriverà sosterrà essere giustissimo se il calcolo viene fatto nel sistema binario e non in quello decimale. Randall J Wilkins rj-wilkins@yahoo.com
    (Dal Corriere della Sera, 22/6/2008).
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    ESAMI DI STATO
    Scandalo dei compiti

    Ho letto molto sullo scandalo dei compiti con strafalcioni che sono stati assegnati alla maturità. Mi sono stupito delle giustificazioni che ha fornito colei che ha scelto il tema di inglese, preso da un sito nel quale c’è un inglese agli antipodi di quello scolastico accademico. È vero che la lingua oxfordiana non è più parlata quasi da nessuno ma non per quello possiamo permetterci di dare in pasto ai nostri ragazzi qualsiasi cosa sia stata messa in rete. Di questo passo un domani i maturandi dovranno confrontarsi con lo slang dei ghetti americani o con qualche testo scritto in spanglish californiano che gli americani stessi fanno fatica a comprendere. Impossibile dare loro torto, pochi in Italia parlano e scrivono secondo le ferree regole dell’Accademia della Crusca. Non mancherà lo spirito di emulazione che contagerà anche altre discipline, tra qualche anno nel compito di matematica si scoprirà che 1+1 non fa 2 ma fa 10. Tutti grideranno allo scandalo ma chi lo scriverà sosterrà essere giustissimo se il calcolo viene fatto nel sistema binario e non in quello decimale. Randall J Wilkins rj-wilkins@yahoo.com
    (Dal Corriere della Sera, 22/6/2008).
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    BARACK OBAMA
    Questione di termini

    Caro Romano, mi spiega perché Barack Obama è «candidato afro-americano», pur essendo (se non erro) di madre bianca e padre keniota? E se egli per assurdo si fosse candidato alla presidenza del Kenya, sarebbe stato forse da considerarsi «candidato euro-africano»? Alberto Forte albforte@yahoo.com
    Anzitutto le parole mulatto, meticcio, mezzo nero e «colorato» sono diventate politicamente scorrette. In secondo luogo il movimento nero, dagli anni Sessanta in poi, ha cominciato a rivendicare con orgoglio l’ascendenza africana degli immigrati.
    (Dal Corriere della Sera, 25/6/2008).
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    VIALE DELLE RIMEMBRANZE
    Il ricordo dei caduti

    Caro Romano, vorrei chiederle il significato del nome di un viale che ancora esiste nella maggior parte dei Comuni italiani. Non credo infatti che siano in molti a rammentarsi di cosa significhi «Viale delle Rimembranze». Mario Taliani mtali@tin.it
    I parchi delle rimembranze erano piccoli giardini in cui ogni albero era intitolato alla memoria di un caduto. Apparvero in molte città italiane nel periodo fra le due grandi guerre mondiali e sono stati travolti, suppongo, dallo sviluppo urbanistico.
    (Dal Corriere della Sera, 29/6/2008).
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    L’APOSTROFO
    Preziosismo da evitare

    Caro Romano, io, da toscano trasferito al Nord ma che ha studiato al «Cicognini» dove ho avuto la fortuna di avere fra gli insegnanti anche un giovane prof. G.C. Oli, sono qui spesso in polemica per il mancato uso dell’apostrofo nello scrivere. Mi viene risposto che è questione di «gusto personale» e che pure i professori usano così. E ciò, purtroppo, è vero come risulta anche dalla lettera pubblicata del ministro Tremonti (noto professore universitario) il quale ha scritto «una affermazione», «una espressione» ed «una esternazione». Poiché l’andazzo è generale, compreso il campo giornalistico e senza trascurare la magistratura debbo considerarmi superato e, quindi, adeguarmi o invece evidenziare che si tratta ancora di errori come ai miei tempi già i maestri sottolineavano insegnando che le regole valgono per tutti senza distinzione di gusti? Fernando Bontempelli bontempelli@axia.it

    La letteratura italiana dell’Ottocento (penso per esempio a «Fede e bellezza» di Nicolò Tommaseo) ne fece un uso costante e tavolta esagerato. Anche Montanelli, come lei toscano, considerava scorretto o poco elegante scrivere gli immigrati anziché gl’immigrati. Oggi scrittori e giornalisti tendono a considerarlo un preziosismo da evitare. Confesso di appartenere a questa categoria. Ma vi è un caso in cui non è possibile farne a meno, ed è per l’appunto «l’apostrofo».
    (Dal Corriere della Sera, 30/6/2008).
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    TRICHET
    La scelta dell’inglese

    Caro Romano, nel rilasciare in questi giorni un’intervista televisiva, il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet ha sfoggiato un inglese fluente, praticamente perfetto. Ma anche altri funzionari francesi, nonché spagnoli e tedeschi, preferiscono spesso esprimersi nella lingua di Shakespeare. Ritengo che sia senza dubbio pratico e funzionale disporre di un idioma-base per colloqui o trattative, ma non le pare che ci stiamo inglesizzando oltre misura? Carlo Radollovich carlo.radollovich@libero.it

    Fin dall’inizio del suo mandato Trichet ha dichiarato che si sarebbe servito, per i suoi interventi pubblici, soltanto dell’inglese. Ha fatto questa scelta, naturalmente, perché l’inglese è la lingua della finanza internazionale, ma anche e soprattutto perché ogni parola del governatore di una banca centrale può influenzare l’andamento dei mercati. Immagini quante interpretazioni sarebbero possibili se di una dichiarazione di Trichet esistessero contemporaneamente un testo francese e un testo inglese. Le ricordo che uno dei tanti guai della questione palestinese è la diversa interpretazione dei due testi, inglese e francese, della risoluzione 242, approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 22 novembre 1967.
    (Dal Corriere della Sera, 7/7/2008).
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    NELLA NOSTRA LINGUA
    Uso dell’apostrofo

    Caro Romano, mi adeguo alla crociata antiapostrofo e scrivo «una antinomia», ma inorridisco per la ridondanza. Gli inglesi nostri maestri di savoir faire non scrivono «it is», ma «it’ s» e non «you do not make this», ma «you don’ t make this». Gli inglesi apostrofano a più non posso per rendere la lingua agevole, da noi si sta riducendo l’italiano a una brutta lingua di avvocati con grande abbondanza di procedure e modalità. Non so se un’antinomia sia un preziosismo toscano, ma la regola fondamentale era non usarlo con il maschile e per me ha ragione Indro Montanelli. L’attuale disuso dell’apostrofo è una spia dell’insicurezza, una specie di fastidio per essere italiani e non inglesi, ma inglesi e americani ci giocano con l’inglese, non sono inteccheriti (sorry, rigidi), ed è un inglese piacevole. Daniela Coli daniela.coli@unifi.it
    Grazie per le sue osservazioni molto interessanti. Ma fra l’apostrofo italiano e quello inglese esiste una differenza. Il nostro risponde al desiderio di evitare lo scontro cacofonico fra due vocali, l’apostrofo inglese serve ad accorciare le frasi, a rendere il linguaggio più pratico e spedito.
    (Dal Corriere della Sera, 8/7/2008).
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    NEL FUTURO
    Maggiore varietà

    Caro Romano, il mondo d’oggi è come una tavolozza di colori, che il pennello sta mescolando insieme, fondendoli in un colore unico. E’ la globalizzazione. E’ la biodiversità che sta svanendo. E’ l’entropia che aumenta. Non esisteranno più i popoli, con i loro usi e costumi, ma un solo popolo, sempre lo stesso a tutte le latitudini. Che noia. Lei pensa a un futuro diverso? Omar Valentini, Salò (Bs)
    A me sembra che stia accadendo esattamente il contrario. Eravamo abituati a vivere tra persone che avevano le stesse tradizioni e parlavano la stessa lingua, se non addirittura lo stesso dialetto. Adesso viviamo tra persone che hanno storie completamente diverse dalla nostra. Il mondo è diventato più vario, più ricco e più eccitante.
    (Dal Corriere della Sera, 31/7/2008).
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    POPOLO ROM
    Originario dell’India

    Attorno al popolo rom mi rendo conto che vi è bisogno di chiarezza. La terra d’origine di questi nomadi non è, come molti pensano, la Romania o la penisola balcanica, ma l’India. Lo confermano l’aspetto somatico, la lingua e la genetica. I rom sono arrivati nei Balcani traversando l’Asia Minore, dove ancora sono presenti, prima ancora della conquista turca di Costantinopoli. Il nome Romania non trae origine dai rom, ma dagli antichi romani che colonizzarono la Dacia dopo la conquista di Traiano lasciando un’eredità di cultura talmente importante da sopravvivere a diversi secoli di totale isolamento dall’Europa occidentale latina. Si pensi alla lingua romena che è una delle lingue nate dal latino e non ha nulla a che vedere con questa consistente minoranza presente nell’area danubiano-balcanica. Arnaldo Mauri arnaldo.mauri@ unimi.it
    (Dal Corriere della Sera, 7/8/2008).
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    IN LIGURIA
    Monte Dego

    Se in Italia c’ è un’altura carica di storia, è il Monte Dego, in Liguria, spartiacque tra i fiumi Aveto e Trebbia. Il nome deriva dal latino Castrum Dei, «accampamento di Dio», e la sua posizione strategica ha attirato nei secoli eserciti di ogni provenienza. Per primo ci passò Annibale, con gli elefanti, nel 217 a.C. Poi Marco Antonio, il re longobardo Alboino, Carlo Magno, Federico Barbarossa, Napoleone e molti altri. Più tardi Hemingway rimase estasiato dalla sua bellezza. Il Monte è anche sede di un santuario, costruito dai reduci della Grande guerra, dove però si arriva con fatica, percorrendo una stradina disastrata. Una situazione che penalizza il turismo e alla quale bisognerebbe rimediare. Giovanni Calamari Grand’Ufficiale al merito della Repubblica, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 26/8/2008).
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    TALEBANI
    Uso del termine

    Sul Corriere del 22 agosto, nell’articolo «Pincio, sì al parcheggio contro i talebani della tutela», l’archeologo Andrea Carandini, alla domanda su quale sia la via da percorrere per conciliare conservazione e sviluppo, così risponde: «Non quella di alcuni talebani della conservazione che si trovano in alcune madrasse, ovvero in alcune pieghe dell’amministrazione e in associazioni con una visione ultrastatalista». Mi sembra assai singolare l’inversione del significato del termine «talebani», se solo riportiamo alla memoria la distruzione dei Buddha di Bamiyan compiuta in Afghanistan alla vigilia dell’attacco alle torri gemelle. Più correttamente la «Frankfurter Allgemeine Zeitung», il più importante quotidiano tedesco, intervenendo il 9 luglio 2002 sulla legge italiana che rendeva possibile l’alienazione del patrimonio culturale dello Stato, titolava «I talibani a Roma», e non certo per designare i paladini della conservazione. Giancarlo Pelagatti Italia Nostra Abruzzo
    (Dal Corriere della Sera, 26/8/2008).
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    FAMIGLIE ALLARGATE
    Problemi linguistici

    Caro Romano, faccio parte della schiera di divorziati il cui numero in Italia sta aumentando in maniera esponenziale. Forse anche il vocabolario dovrebbe stare al passo con questi eventi. Le chiedo pertanto un aiuto. Io e la mia attuale compagna (?), fidanzata (?) abbiamo dei figli e quando mi trovo in loro compagnia, dovendoli presentare a qualcuno, mi trovo in difficoltà! Qual è il termine corretto? Esiste nella lingua italiana? Non mi dica figliastri! E i miei figli con i suoi? Non mi dica fratellastri. Non sarebbe ora di coniare termini per questi nuovi legami?
    Marco Monaco mmonaco@excite.it

    Come lei sa esistono nella lingua italiana parole antiche che definiscono tutti i casi da lei descritti: amante, concubina, convivente, figliastri, figli di primo letto. Ma sono diventate quasi tutte scorrette e difficilmente utilizzabili. Gli americani hanno inventato «fidanzata» per definire quella che in Italia, prima del ‘ 68 si definiva «amica» e dopo il ‘ 68 compagna. Noi ci siamo subito provincialmente adeguati. Con il risultato che in Italia oggi è diventato impossibile fidanzarsi nel senso tradizionale della parola.
    (Dal Corriere della Sera, 1/9/2008).
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    ELEMENTARI
    Il maestro unico

    Tra gli interventi sulla scuola quello del ritorno al maestro unico alle elementari è tra i più gravi. Si vuole restaurare la scuola di un tempo ignorando che nel frattempo si sono faticosamente formate specializzazioni per l’insegnamento di una lingua straniera, per un’educazione responsabile a computer, strumenti di calcolo e mezzi multimediali, per l’insegnamento dell’italiano a figli di immigrati, per effettuare interventi di recupero individualizzati e tempestivi, per assicurare tempi di scolarità più lunghi alle famiglie che ne avessero necessità. Allora, tutti col grembiule, ma senza tutto questo! E’ straordinario come in Italia si riescano a rovinare le poche cose che funzionano. Franca Ferri effeeffe.mo@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 1/9/2008).
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    La dipendenza

    L’informatica è la seconda lingua. Piace e diverte milioni di utenti. Chi ne sa poco e chi è un tuttofare. Ma la dipendenza è pericolosa. In Inghilterra alcuni ragazzi che per qualche giorno non hanno potuto usare Internet sono andati in crisi. Crisi seria, non un capriccio. E’ la droga moderna. Occorre come al solito trovare una giusta misura. Fabio Sìcari, Bergamo
    (Dal Corriere della Sera, 9/9/2008).
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    DUBBI LINGUISTICI
    Il termine consorte

    Caro Romano, a proposito dei dubbi linguistici espressi riguardo alle famiglie allargate, ricordo che un lettore suggerì il termine di «consorte» per indicare chi condivide, a qualunque titolo e in qualunque forma, la nostra «sorte» nel viaggio della vita. Luca A. Leoni, Milano
    Consorte è un termine particolarmente impegnativo, soprattutto in un’epoca in cui le unioni sono spesso provvisorie. Forse sarebbe utile far seguire la parola dalle due iniziali con cui vengono designate le funzioni di coloro che ricoprono una carica solo temporaneamente: a.i. (ad interim).
    (Dal Corriere della Sera, 20/9/2008).
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    ESAME D’INGLESE
    Uno strano testo

    Caro Romano, sono una docente di lingua inglese e ho di recente aiutato una studentessa a preparare l’esame di Inglese 2 che si è tenuto il 9 settembre all’Università di Parma. Era prevista, tra le altre prove, una versione su argomento di attualità, e perciò abbiamo pensato a Olimpiadi e Cina, Nato e Russia, l’11 settembre. Ebbene il testo d’esame era un articolo tratto dal Financial Times del 25 luglio: titolo «Oh no, not again», riferito alla rielezione di Berlusconi, con termini come «ripiombare in un film dell’orrore». Sono rimasta basita. E’ concepibile un tale testo come prova d’esame? Susanna Boni Suza-boni@hotmail.com

    Se si serve di un esame per trasmettere e diffondere le proprie convinzioni politiche, un professore commette quello che potrebbe definirsi un «abuso morale di potere d’ufficio». E andrebbe censurato.
    (Dal Corriere della Sera, 23/9/2008).
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    CORSI CIVICI
    Non tagliateci le lingue

    Sono utente dei civici corsi di lingue da molti anni con piena soddisfazione, tenuti da insegnanti validissimi, molti dei quali madrelingua e con certificazioni internazionali. La ventilata chiusura degli stessi annulla un servizio che i milanesi apprezzano da decenni. Perché la giunta sceglie di penalizzare i lavoratori e gli studenti? Nives Zanardi
    (Dal Corriere della Sera, 23/9/2008).
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    PER LA SCUOLA
    Programma dell’Ocse

    Caro Romano, nella sua risposta al lettore che chiedeva un confronto con la scuola tedesca si è dimenticato di dire che esiste un sistema di confronto internazionale, si chiama Pisa e io, ingegnere emigrato in Germania dal 2001 che all’inizio non parlava tedesco, mi chiedevo come mai in televisione si parlasse molto spesso di Pisa (per la precisione, Pisa-Studie). Pensavo che avesse a che fare con la nota città toscana ma così non era. Ebbene, la Germania quell’anno era scesa di qualche posizione nel ranking internazionale e i politici si interrogavano sui motivi e discutevano su come fare meglio. Ovviamente quello studio è accessibile a tutti e il livello degli allievi italiani è agli ultimi posti ma di questo, casualmente, in Italia non parla mai nessuno. Denis Dusso dusso.denis@web.de

    Pisa è un programma dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo in Europa) ed è un acronimo che sta per «Programme for International Students Assessment». I suoi rapporti sono regolarmente riassunti e commentati dalla stampa italiana con reazioni non diverse da quelle che lei ha constatato nella stampa tedesca.
    (Dal Corriere della Sera, 25/9/20089).
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    NEL NOSTRO PAESE
    Uso delle parole inglesi

    Ormai in Italia i convegni non prevedono «pause» ma «coffee break»; l’«ambientazione» dei film è una «location»; il Parlamento ci propina il «question time»; il ministro per la Pubblica Istruzione gradirebbe sostituire il latino al liceo scientifico con l’inglese; alle elementari torna il maestro unico affiancato però da quello di inglese (e da quello di religione); la Rai è «educational» e ci offre le «news», il Pd fa una tv che si chiama «Youdem» che deve essere una «social tv» con il compito di creare una «community». Quando da ragazzo salivo su un treno e vedevo scritto in quattro lingue «è pericoloso sporgersi dal finestrino» mi sentivo parte di una società aperta al mondo, ora che nelle stazioncine dove ferma un treno al giorno sento annunciare l’arrivo in inglese, mi sento membro di un popolo tanto piccolo borghese e provinciale! Marcello Nieri marcellonieri@yahoo.it
    (Dal Corriere della Sera, 21/10/2008).
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    APPELLATIVI
    Il cerimoniale

    Caro Romano, durante una recente visita al Papa, il presidente americano Bush gli si è rivolto chiamandolo «Sir» e non «Santità»: appellativo usuale per i pontefici cattolici e per il Dalai Lama. La prego di chiarire, a beneficio dei lettori, cosa prevedono in questi casi le norme ufficiali del cerimoniale, al di là delle regole di cortesia. Ad esempio: se io incontro la regina dell’Inghilterra (e non sono un suddito inglese) debbo chiamarla «Your Majesty» o semplicemente «Signora»? Altro esempio: i titoli nobiliari sono stati aboliti dalla Costituzione italiana. Se il nostro presidente Napolitano scrive ufficialmente a Vittorio Emanuele di Savoia, può chiamarlo «Principe» o deve chiamarlo «Signor Savoia»? Alberto Angelucci info@lospecchiodellacitta.it

    Posso dirle ciò che i cerimonieri britannici suggeriscono alle persone che sono invitate a Buckingham Palace. Se la regina rivolge loro la parola dovrebbero rispondere chiamandola, la prima volta, «Your Majesty» e successivamente «Madam». Non so quali suggerimenti vengano dati dai cerimonieri vaticani e se questi suggerimenti valgano anche per i capi di Stato stranieri. Credo comunque che i consigli di questo genere non debbano essere considerati dei comandamenti.
    (Dal Corriere della Sera, 29/10/2008).
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    RIFORMA DEI LICEI
    La nuova cultura

    Per una fortunata coincidenza, sul Corriere del 27 ottobre ho potuto assistere a un dibattito a distanza sulla riforma dei licei. Nella sua rubrica, Sergio Romano ha sostenuto l’opportunità di mantenere l’insegnamento del latino, anche se con metodi rinnovati. In un commento pubblicato sul Corriere Economia, Dario Di Vico ha sostenuto l’opportunità di introdurre l’insegnamento dell’economia. Di mio aggiungerei che l’economia dovrebbe essere insegnata in inglese, che considero non solo un mezzo di comunicazione ma anche una chiave di lettura della modernità. È possibile che le due cose siano compatibili, adeguando organizzazione e orari. Temo tuttavia che nessuno ci proverà, perché riflettono due culture al momento ancora troppo distanti. A Di Vico obietterebbero che l’economia non è una disciplina, ma solo un aspetto della politica. Contro di me userebbero il solito argomento della superiorità formativa delle lingue classiche. Sono pessimista? Fabio Pietribiasi, Vicenza
    (Dal Corriere della Sera, 29/10/2008).

  • TITOLI
    L’epiteto «gallant»

    Caro Romano, un refuso di stampa un pò malizioso ha trasformato, nella sua risposta sul titolo di «onorevole», l’epiteto di «gallant» (prode, valoroso), cortesemente usato con i parlamentari britannici ex militari, in «galant», voce inesistente in inglese. Meglio rettificare, prima che venga istituzionalizzato. Milano

    Le confesso che non era un refuso, ma un errore da matita blu. Due volte grazie, quindi.
    (Dal Corriere della Sera, 2/1/2008).
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    PROVERBIO MILANESE
    A pensar male…

    Caro Romano, è diffusa l’usanza, da parte di tutti, di attribuire a Giulio Andreotti la paternità del proverbio «A pensar male si fa peccato, ma si indovina». Certamente il suo uso da parte del senatore Andreotti ha dato autorevolezza alla citazione, fino a crearne una specie di mito. Vorrei tuttavia ricordare che, almeno nella tradizione popolare lombarda, il detto era diffuso da molto tempo. Mio padre, che oggi avrebbe 112 anni, occasionalmente me lo citava. Per rimanere nella tradizione milanese, il ben noto e ponderoso «Vocabolario Milanese Italiano di Francesco Cherubini – Milano 1839 – Imp. Regia Stamperia» in corrispondenza del lemma «pensà» (pensare) riporta: «A pensà maa se fa maa, ma se induvinna», ovvero a pensar male si fa male, ma si indovina. Andreotti stesso, che ha dato al proverbio una certa dignità teologica parlando addirittura di peccato, penso accetterebbe di buon grado questa precisazione. Renato Girola, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 5/1/2008).
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    NUOVO STATO
    La scelta del nome

    Caro Romano, mi chiedo quale nome potrebbe assumere il nuovo Stato palestinese. Credo sia una questione delicata. È un diritto esclusivo del popolo scegliersi il nome o il resto del mondo ha il diritto di entrare nel merito? Mi preoccupa la possibilità che venga adottato il nome «Palestina» per la ricchezza di contenuti e di storia che porta con sé. Forse il termine «Nuova Palestina» non potrà essere identificato con i contenuti insiti nel nome storico. Michelangelo Castellarin m.castellarin@alice.it

    Vi sono circostanze in cui la scelta del nome di un nuovo Stato crea un problema internazionale. È il caso della Macedonia a cui il governo di Atene, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, negava il diritto di assumere lo stesso nome di una regione greca. Con una soluzione alquanto barocca fu deciso che si sarebbe chiamata «Former Yugoslav Republic of Macedonia» e che sarebbe stata identificata nei documenti internazionali con le iniziali Fyrm. Nel caso della Palestina non dovrebbero esservi particolari difficoltà: a meno che nei simboli nazionali non figuri una carta geografica della Palestina mandataria, oggi inclusa per buona parte nei confini dello Stato israeliano.
    (Dal Corriere della Sera, 17/1/2008).
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    PAROLE DIALETTALI
    Espressioni irritanti

    Convengo che la nostra povera Italia è sommersa da tantissimi problemi seri, tanti dei quali sembrano irrisolvibili. Quindi il mio sfogo parrà di poco conto. Tuttavia, mi piacerebbe tanto che si smettesse di usare parole dialettali come «munnezza, inciucio, che c’ azzecca» che sono cacofoniche e irritanti.
    Enrica Bonanomi kicca.ortica@tin.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/1/2008).
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    ECCLESIASTICI
    Gli appellativi

    Caro Romano, mi sono sempre chiesto perché un politico che si rivolge a un ecclesiastico lo chiama Sua Eminenza, reverendissimo o monsignore. Un amico mi ha spiegato che l’uso di tali titoli, che a me suonano tanto come nobiliari, deriva dal riconoscimento della sovranità della Santa Sede. Visto però che la Costituzione riconosce anche la sovranità dello Stato, per reciprocità chiedo che ogni qualvolta un vescovo parla agli italiani si rivolga a noi chiamandoci «le Signorie Loro». Casomai qualcuno si fosse dimenticato che in Italia sovrano è il popolo.
    Roberto Martina robertomartina@yahoo.it

    Quando stavo per essere presentato alla regina Elisabetta un cerimoniere britannico mi spiegò che avrei dovuto rivolgermi a lei con l’appellativo «Your Majesty» e che nella conversazione, se mi avesse fatto qualche domanda, avrei sempre dovuto rispondere Ma’ am, abbreviazione di Madam. Ho obbedito. Ma non ho riconosciuto la sovranità del Regno Unito sulla penisola italiana.
    (Dal Corriere della Sera, 6/2/2008).
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    IN POLITICA
    Copiare gli slogan

    Caro Romano, la campagna elettorale della destra è iniziata all’insegna dello slogan «Italia, rialzati» che i commentatori hanno definito «nuovo di zecca». Vorrei invece notare che sembra copiato dal «Deutschland Erwache» adottato in Germania già prima della guerra e che ne è la sostanziale traduzione. Era, per esempio, quello che campeggiava sui labari delle «Waffen-SS». Non è stata forse una scelta completamente «azzeccata». Lucio Fontana, Milano

    In politica è permesso copiare. Il fascismo si definiva una terza via fra comunismo e capitalismo. Ma questo non ha impedito che l’espressione, con qualche variante, sia stata usata dai liberal-socialisti, dai social-democratici, dai laburisti e dai democristiani di sinistra.
    (Dal Corriere della Sera, 12/2/2008).
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    DEPLIANT DELLE POSTE
    Il linguaggio

    Dépliant delle Poste: «leasingBancoPosta Pa è la soluzione di Poste italiane per affiancare la pubblica amministrazione nel processo di efficientamento della gestione finanziaria». Suppongo che chi ha scritto «efficientamento» volesse dire «efficientismo». A questo punto sarebbe interessante sapere quanto guadagna l’autore di simili amenità e da quale Accademia della lingua proviene.
    Leo Camardi, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 15/2/2008).
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    UN TRENTINO
    Non sentirsi italiano

    Caro Romano, ho notato che alcuni lettori vorrebbero far sentire diverse centinaia di migliaia di persone di una nazionalità, che appartiene loro solo sulla carta d’identità. Credo, anzi ne sono certo, che l’Italia come nazione non esista, esiste solo lo Stato che è stato imposto a molte nazionalità come conseguenza di eventi bellici. Io sono trentino di origine e di residenza, e come un sudtirolese posso tranquillamente dire di avere una cultura, storia e mentalità molto più vicina a un cittadino austriaco, che non a un siciliano, napoletano o sardo. Certo sono di madrelingua italiana, ma gli statunitensi, gli australiani i canadesi, sono forse inglesi? I messicani, sono forse spagnoli? Il cartello che c’ è al confine austriaco, non è un insulto come ho letto in una lettera, ma è la verità e auspico che sotto ne compaia uno con scritto «Trentino ist nicht Italien» e non vedo perché non lo si possa esporre in Italia un cartello simile, c’ è o non c’ è la libertà di parola e pensiero? Fortunatamente in Austria c’è! A un popolo, a una persona non si può imporre di sentirsi ciò che non è: un po’ di rispetto per i sentimenti altrui. Paolo Magotti, Trento

    Lei ha il diritto di non considerarsi italiano, ma forse dovrebbe sentire un po’ di riconoscenza per i suoi «non connazionali» che hanno pagato, come contribuenti, gli straordinari vantaggi economici di cui la sua regione ha goduto dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
    (Dal Corriere della Sera, 26/2/2008).
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    LINGUA INGLESE
    Inquinamento francese

    Caro Romano, ho notato che francese e inglese hanno numerose parole in comune. Presumo che in un periodo storico l’Inghilterra subì l’influsso della Francia, infatti ritengo che si tratti di parole francesi adottate nella lingua d’Oltremanica. Gradirei conoscere in che contesto storico avvenne questa influenza. Cesare Scotti cesare.scotti@libero.it

    Il contesto storico si riassume in una data: 1066. È l’anno in cui un condottiero normanno, Guglielmo il Conquistatore, attraversò la Manica, sbarcò a Pevensey e sconfisse Aroldo, ultimo discendente dei re danesi che avevano governato l’Inghilterra dal 1013. Comincia allora l’«inquinamento» francese della lingua parlata nella parte meridionale delle isole britanniche, vale a dire la nascita dell’inglese moderno.
    (Dal Corriere della Sera, 7/3/2008).
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    LINGUA INGLESE
    L’influenza normanna

    Caro Romano, sono dell’avviso che si debba parlare di apporto linguistico naturale e non di inquinamento dell’inglese, giacché doppioni di uno stesso vocabolo, tanto di origine sassone quanto di origine franco-normanna, oggi coesistono pacificamente nell’inglese moderno, senza essere mai riusciti a prevalere gli uni sugli altri. Inoltre la nascita dell’inglese moderno è di gran lunga più in debito con un antico dialetto isolano, piuttosto che con la lingua franco-normanna. Ai tempi di Guglielmo il Conquistatore in Inghilterra si parlavano una miriade di dialetti sassoni e il latino. Il normanno (latino+norreno) andò affermandosi come lingua di corte, della giustizia e dell’amministrazione. I conquistati Sassoni, tuttavia, continuarono a esprimersi nelle loro parlate, l’unico modo che avevano per resistere almeno moralmente allo strapotere di William. Di certo dovettero apprendere rudimenti di normanno, per le loro rimostranze in merito alla imposizione di tasse e balzelli e per difendersi in tribunale in caso di imputazioni. Verosimilmente ci furono fra loro collaborazionisti nobili e colti, i quali per proprio tornaconto intesero imparare la lingua dell’invasore per fungere da interpreti a soldati ed emissari del monarca. Non è improbabile che costoro tornassero utili agli inviati del re incaricati d’inventariare i beni e le ricchezze dell’isola, registrati poi in una sorta di libro mastro ufficiale (Domesday Book). Tale settorializzazione della comunicazione verbale e scritta sembra essersi protratta sino a quando un intellettuale londinese, Geoffrey Chaucer (1343? 1400), dette inconsapevolmente il via all’unità linguistica del Paese, creando una raccolta di racconti, i «Canterbury Tales». La scrisse avvalendosi di un dialetto sassone, l’East Midlands Dialect, il dialetto dell’autore, oltre che lingua franca dei commercianti del triangolo Oxford-Cambridge-Londra, utilizzata per contrattare nei vari mercati. Nasceva così il volgare inglese, trasformatosi gradatamente nell’odierno standard English. Non mancarono nell’opera, come è ovvio, gli apporti linguistici normanni e del francese di Parigi, dati lo spessore culturale dell’autore e 300 anni e più d’influenza linguistica franco-normanna. Enrico Vetrò, Taranto

    Alle sue osservazioni aggiungo un particolare interessante. L’influenza dei normanni sul linguaggio di corte ha fatto sì che l’inglese abbia ancora oggi nomi diversi per la carne cucinata e l’animale in piedi. Si usano parole di origine francese come beef, pork, venison, veal, mutton (manzo, maiale, cervo, vitello, montone) per indicare la carne cotta. Si usano parole di origine sassone (steer, pig, dear, calf, sheep) per definire gli animali vivi.
    (Dal Corriere della Sera, 12/3/2008).
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    TERMINI
    Il genocidio culturale

    Caro Romano, pur rischiando di essere frainteso rispetto ai diritti civili in Tibet, vorrei comunque chiederle se non le sembra sfortunata l’invenzione del termine «genocidio culturale», a prescindere dell’autorevolezza di chi lo ha usato. Abbinare aggettivi alla parola «genocidio» non rischia di portarci su una discesa scivolosa verso la svalutazione di un termine così gravido di significato per tutti gli uomini. Nick Brough n.brough@interazione.it

    Lei ha ragione. Ma questa, purtroppo, è la sorte delle parole nelle società dell’informazione di massa. Quanto più vengono usate tanto più perdono il loro significato originario. Prenda ad esempio la parola «strage» che, secondo il grande Dizionario Battaglia, significa «uccisione di un numero elevato di persone nella stessa occasione o nella stessa azione». Da qualche tempo la morte di tre o quattro persone in un incidente automobilistico è già strage.
    (Dal Corriere della Sera, 20/3/2008).
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    TITOLI NOBILIARI
    L’uso in tv

    Caro Romano, non sempre l’uso che si fa degli appellativi nobiliari è innocuo, come lei dice rispondendo a un lettore. Più di una volta mi è capitato di sentire in tv chiamare «re» uno dei due Savoia contemporanei. Già questo è deleterio per l’iperbole di piaggeria che giunge al punto di forzare la realtà (l’avessero chiamato «principe») e di cui un mezzo di comunicazione è vettore. Ma soprattutto è eversivo del primo principio fondamentale sancito in Costituzione: la forma repubblicana dello Stato. Altro che semplice avanzo di storia italiana utile a tenere in vita il ricordo del nostro passato. Bruno Faccini, Milano

    A me sembra che chiamare «re», sia pure per errore, i due Savoia oggi in Italia, sia un modo sicuro per svalutare il titolo.
    (Dal Corriere della Sera, 26/3/2008).
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    CONFERENZA STAMPA RAI
    La lingua dei segni

    Sono un cittadino italiano e pago regolarmente il canone Rai. Però sono una persona sorda e non mi è stata la data la possibilità di seguire la conferenza stampa in tv di Berlusconi e Veltroni, perché non c’erano sottotitoli né una finestrella con la traduzione nella lingua dei segni.
    Virginio Castelnuovo virginiocastelnuovo@ fastwebnet.it
    (Dal Corriere della Sera, 4/4/2008).
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    VOTO ALL’ ESTERO
    La cittadinanza

    Caro Romano, sul voto agli italiani all’estero, le volevo ricordare che il problema non è l’italiano stentato degli emigrati in Argentina o in Australia (quanti italiani d’Italia si esprimono in un italiano stentato oppure solo in dialetto veneto o napoletano?) bensì un altro: il voto di noi cittadini italiani all’estero vale un terzo di un voto di un cittadino italiano residente in Italia. Siamo infatti circa 2,6 milioni di elettori residenti al di fuori dell’Italia, quasi quanto gli elettori residenti in Toscana. Solo che noi eleggeremo 12 deputati e 6 senatori, mentre in Toscana si eleggeranno ben 38 deputati e 18 senatori: il triplo. I francesi, gli spagnoli, i belgi votano anche se residenti all’estero e il loro voto ha lo stesso valore di un voto espresso da un cittadino residente. Il nostro voto no, vale un terzo. Ma l’articolo 48 della Costituzione italiana non sancisce che il diritto di voto è legato alla cittadinanza (e non alla residenza)? Non afferma che il voto è «eguale»? Del resto, prima dell’attuale legge noi potevamo già votare proprio in quanto «cittadini»: bastava recarsi al proprio seggio elettorale in Italia. Se per essere elettori è dunque sufficiente avere la cittadinanza italiana, mi sembra che questo concetto sia difficile da capire e soprattutto da accettare da parte degli italiani residenti in Italia.
    Matteo Lazzarini Bruxelles

    Come ho ricordato in altre occasioni, una legge italiana di qualche anno fa ha concesso generosamente la cittadinanza anche a coloro che non hanno mai vissuto in Italia e ha creato così un potenziale elettorato italiano all’estero ben più grande di quello della maggior parte dei Paesi europei. Se questi italiani votassero per corrispondenza nel collegio da cui proviene la loro famiglia, un voto così quantitativamente rilevante di non residenti potrebbe alterare la volontà dei residenti. Per ovviare a questa intollerabile prospettiva, il governo Berlusconi e il Parlamento hanno creato alcune grandi circoscrizione elettorali all’estero assegnando ad esse dodici deputati e sei senatori. A lei sembrano troppo pochi. A mio avviso non sono né troppi né pochi. Sono semplicemente un errore politico che occorrerà, prima o dopo, correggere.
    (Dal Corriere della Sera, 13/4/2008).

  • ETIMOLOGIA
    L’origine di cristiano

    Caro Romano, riguardo al termine «cretino» riferito a cristiano, una ulteriore fonte, forse la più autorevole e considerata la bibbia dell’etimologia, il Deli, dizionario etimologico della lingua italiana, dei professori Cortelazzo – Zolli, fornisce una interessante e credibile origine di cristiano-cretino che, almeno a me, pare la più logica: l’antica presenza, in molti abitanti delle popolazioni alpine e in specie quelle francesi e quelle svizzere francofone, di gozzo da insufficienza tiroidea causato dalle acque locali, che per la loro scarsità di iodio rendevano parecchi incolpevoli montanari appunto cretini. Il tutto, se ovviamente si è in buona fede, senza offesa alcuna per gli altrettanto incolpevoli cristiani. Gabriele Barabino Tortona (Al)
    (Dal Corriere della Sera, 2/10/2007).
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    LINGUAGGIO
    Gli incapienti

    Ho letto che nella Finanziaria 2008 sono previste «agevolazioni per gli incapienti». Signori politici, date il buon esempio: non sarebbe stato meglio dire «aiuti per i più poveri» usando la lingua italiana, anziché il burocratese?
    Alessandro Ghinoy ghinos@inwind.it
    (Dal Corriere della Sera, 3/10/2007).
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    ABITANTE DI ACILIA
    Il distacco da Roma

    Caro Romano, poiché alcuni comuni hanno chiesto di trasmigrare nella provincia autonoma di Bolzano, faccio una domanda apparentemente goliardica e grillesca, ma tecnicamente seria. Abito ad Acilia, frazione della XIII Circ. del Comune di Roma, includente il Lido di Ostia. Quindi, a tutti gli effetti, «cives sumus», ma di infimo grado in quanto viviamo in una zona circoscritta dal recinto formato da due strade parallele che ci impediscono liberi movimenti, tanto da farci sentire ostaggi dei flussi di traffico da e per il mare, essendo controllati da terribili sbarramenti semaforici, come in un Cpt. D’estate, poi, il flusso dei vacanzieri ci sequestra in questa terra, verde fortunatamente, ma dimenticata dagli amministratori capitolini e municipali. Possiamo noi cittadini prospettare un distacco dal Comune di Roma tramite referendum e annetterci alla Provincia di Bolzano, visto che gode, tra l’altro, del miglior tenore di vita italiano? Per il fatto della presenza di una minoranza di lingua tedesca o ladina, noi siamo preparati, infatti anche qui regna il multilinguismo: dalmata-triestino (esuli), romagnolo (bonifica) e poi il filippino, il rumeno, l’arabo,
    l’albanese. Qualora non avessimo una sufficiente casistica di minoranze da tutelare, potremmo optare di autoannetterci alla Provincia di Trento. Al di là del «burlesque», a lei risulta che ci siano vincoli strutturali a carattere nazionale che possano impedire una tale evenienza, ammettendo che Bolzano o Trento accettino la proposta? Roberto Saffo Dell’Axa robesaffo.dellaxa@tele2.it

    Molto divertente. Ma temo che la contiguità territoriale sia una condizione necessaria.
    (Dal Corriere della Sera, 13/10/2007).
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    ABITANTE DI ACILIA
    Il distacco da Roma

    Caro Romano, poiché alcuni comuni hanno chiesto di trasmigrare nella provincia autonoma di Bolzano, faccio una domanda apparentemente goliardica e grillesca, ma tecnicamente seria. Abito ad Acilia, frazione della XIII Circ. del Comune di Roma, includente il Lido di Ostia. Quindi, a tutti gli effetti, «cives sumus», ma di infimo grado in quanto viviamo in una zona circoscritta dal recinto formato da due strade parallele che ci impediscono liberi movimenti, tanto da farci sentire ostaggi dei flussi di traffico da e per il mare, essendo controllati da terribili sbarramenti semaforici, come in un Cpt. D’estate, poi, il flusso dei vacanzieri ci sequestra in questa terra, verde fortunatamente, ma dimenticata dagli amministratori capitolini e municipali. Possiamo noi cittadini prospettare un distacco dal Comune di Roma tramite referendum e annetterci alla Provincia di Bolzano, visto che gode, tra l’altro, del miglior tenore di vita italiano? Per il fatto della presenza di una minoranza di lingua tedesca o ladina, noi siamo preparati, infatti anche qui regna il multilinguismo: dalmata-triestino (esuli), romagnolo (bonifica) e poi il filippino, il rumeno, l’arabo,
    l’albanese. Qualora non avessimo una sufficiente casistica di minoranze da tutelare, potremmo optare di autoannetterci alla Provincia di Trento. Al di là del «burlesque», a lei risulta che ci siano vincoli strutturali a carattere nazionale che possano impedire una tale evenienza, ammettendo che Bolzano o Trento accettino la proposta? Roberto Saffo Dell’Axa robesaffo.dellaxa@tele2.it

    Molto divertente. Ma temo che la contiguità territoriale sia una condizione necessaria.
    (Dal Corriere della Sera, 13/10/2007).
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    INTEGRAZIONE
    Rifiuto del dialogo

    Molto spesso si auspica una migliore integrazione da parte degli immigrati nella nostra società e soprattutto si desidererebbe una loro maggiore disponibilità nell’adattarsi, senza forzature, ai nostri più comuni usi e costumi. Esistono tuttavia numerose persone (soprattutto cinesi) che sono in Italia da diversi anni e non si sforzano di apprendere la nostra lingua. Come è possibile un loro graduale inserimento quando, in diversi casi, sussiste a priori un rifiuto di base nel dialogare con noi? Carlo Radollovich carlo.radollovich@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 18/10/2007).
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    STATI UNITI
    I nomi dei generali

    Caro Romano, ha notato come i generali americani che si sono succeduti in Iraq avessero nomi non certo anglosassoni: ad esempio sul Corriere si parla dell’outing di Ricardo Sanchez. Un mio insegnante di liceo mi fece notare come alla caduta dell’Impero romano i generali avessero nomi spagnoli, asiatici e così via. Mi guardo bene dal pensare che l’Impero romano cadde perché quei generali comprendevano meglio le ragioni dei nemici piuttosto che quelle degli autentici romani, però non nota una sorta di divertente analogia? Dico solo, divertente. Gabriele Ugolini gabriele@afan.it

    In passato molti generali americani, da Eisenhower a Schwartzkopf, ebbero nomi tedeschi. Da qualche anno è facile imbattersi in ufficiali superiori con nomi italiani, spagnoli e persino arabi. È un segno della liberalità con cui l’America accoglie i suoi immigrati ed è un indice della rapidità con cui oggi, molto più di 50 anni fa, le carriere pubbliche siano aperte anche a chi non è anglosassone. Non dimentichi poi che le forze armate sono un eccellente trampolino per i giovani ambiziosi che desiderano emergere e affermarsi. Dopo una brillante carriera i generali possono diventare presidenti di aziende, università, fondazioni o addirittura segretari di Stato e inquilini della Casa Bianca.
    (Dal Corriere della Sera, 23/10/2007).
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    ELEMENTARI
    Studio delle lingue

    L’insegnamento delle lingue straniere nelle scuole elementari e medie inferiori dovrebbe essere, a mio avviso, ancor più rafforzato. Certo, maestri e professori inseriscono spesso con passione validi strumenti pedagogici e cercano comunque di stimolare l’attenzione dei ragazzi, ma osservo in diverse circostanze che a questi ultimi mancano facilità d’espressione e scioltezza nel dialogo. Infatti, se la conversazione si sposta dai soliti convenevoli di base, ecco insorgere le prime difficoltà. Perché non prevedere, sin da piccoli, brevi soggiorni all’estero, cercando di farli incontrare con le più evidenti realtà linguistiche d’oltre confine? Ciò rappresenterebbe un autentico ponte a favore di un’Europa più unita.
    Carlo Radollovich carlo.radollovich@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 23/10/2007).
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    STESSA RADICE
    Schiavo e slavo

    Caro Romano, ho letto il quesito del lettore sulla schiavitù in Europa e la sua risposta. Sono un capitano di vascello e ho scritto un piccolo libro sulla tratta degli schiavi in cui, tra altre cose, si parla anche dell’aspetto della schiavitù europea. Il lettore non ha sbagliato a citare Riva degli Schiavoni: i due termini schiavo e slavo hanno la medesima radice, proprio perché mentre verso il 900-1000 d.C. la schiavitù in Europa stava terminando, sostituita dalla servitù della gleba, nelle regioni dell’Europa centro-orientale la schiavitù rimase a lungo (nell’Impero Russo gli schiavi divennero «servi della gleba» solo nel 1623, ma ancora nel XIX secolo, un terzo della popolazione era costituito da «servi della gleba»). Non è quindi un caso che la Serbia si chiamasse un tempo Servia, e che la Slavonia, Schiavonia, Jugo-Slavia, ecc. sia arrivata a essere un sinonimo di terra da cui provenivano gli schiavi. Il nome Riva degli Schiavoni a Venezia designa un’area dove i mercanti che operavano con quelle terre avevano le loro sedi, così come il Fondego dei Tedeschi, Fondego dei Turchi, e altre ancora. Non si trattava quindi di un mercato degli schiavi, dato che il commercio riguardava anche molti altri prodotti, tanto che, come lei ricorda giustamente, nei secoli successivi gli Slavoni della Dalmazia divennero anche fedeli alleati dei veneziani. Massimo Annati max.annati@libero.it

    La sua lettera è molto più lunga e contiene parecchie notizie di grande interesse che il lettore potrà ritrovare nel suo libro. Aggiungo soltanto che la servitù della gleba (vale a dire il regime personale in cui l’uomo o la donna appartengono alla terra anziché al padrone) fu soppressa in Russia da Alessandro II, lo zar liberatore, con l’editto di emancipazione del 3 marzo 1861.
    (Dal Corriere della Sera, 29/10/2007).
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    SIGNIFICATI
    Indagine «Why not»

    Caro Romano, tutti i media, sul caso Mastella-de Magistris, non fanno altro che parlare dell’indagine «Why not». Nessuno però ne ha spiegato il significato.Questo conferma allora che il ministro Fioroni ha ragione, a cosa serve insegnare l’inglese quando tutti gli italiani sono degli anglofobi? Nico Koper, Aviano (Pn)

    «Why not» significa «perché no» ed è, come nella espressione italiana, un modo per sottolineare approvazione e consenso. Questo uso è evidente nella vignetta di Giannelli (Corriere, 30 ottobre), in cui Prodi dice «Why not?» quando Mastella gli prospetta l’ipotesi delle sue dimissioni. Forse sarebbe stato preferibile che il magistrato inquirente avesse dato alla sua indagine un altro nome più facilmente decifrabile.
    (Dal Corriere della Sera, 1/11/2007).
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    SIGNIFICATI
    Indagine «Why not»

    Caro Romano, tutti i media, sul caso Mastella-de Magistris, non fanno altro che parlare dell’indagine «Why not». Nessuno però ne ha spiegato il significato.Questo conferma allora che il ministro Fioroni ha ragione, a cosa serve insegnare l’inglese quando tutti gli italiani sono degli anglofobi? Nico Koper, Aviano (Pn)

    «Why not» significa «perché no» ed è, come nella espressione italiana, un modo per sottolineare approvazione e consenso. Questo uso è evidente nella vignetta di Giannelli (Corriere, 30 ottobre), in cui Prodi dice «Why not?» quando Mastella gli prospetta l’ipotesi delle sue dimissioni. Forse sarebbe stato preferibile che il magistrato inquirente avesse dato alla sua indagine un altro nome più facilmente decifrabile.
    (Dal Corriere della Sera, 1/11/2007).
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    SVIZZERA
    Lingue ufficiali

    Una piccola correzione, la Svizzera ha quattro lingue nazionali: il tedesco, il francese, l’italiano e il romancio. Grant Benson Chiasso (Svizzera)

    La Costituzione svizzera fa una distinzione fra lingue nazionali e lingue ufficiali. L’art. 4 dice che le lingue nazionali sono: il tedesco, il francese, l’italiano e il romancio. Ma nell’art. 70 è scritto: «Le lingue ufficiali della Confederazione sono il tedesco, il francese e l’italiano. Il romancio è lingua ufficiale nei rapporti con le persone di lingua romancia».
    (Dal Corriere della Sera, 11/11/2007).
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    EXTRACOMUNITARI
    L’uso del termine

    Caro Romano, cronaca nera, immigrazione, incidenti sul lavoro, criminalità: temi scottanti nei quali ci ritroviamo prima o poi con «l’extracomunitario». Mi chiedo perché questo termine non si applichi anche ai nordamericani, canadesi, svizzeri, australiani, ecc., ma solo e soltanto a chi arriva da Paesi «sottosviluppati». Perché i media non fanno un piccolo sforzo educativo per sradicare questo termine usato con connotazione dispregiativa solo in Italia? Dominique d’Hainaut Rovereto (Tn)

    I giornali hanno una grande funzione nella evoluzione della lingua e possono talvolta orientare i lettori verso l’uso di certe parole. Ma vi sono circostanze in cui debbono registrare i mutamenti del linguaggio corrente e adeguarsi agli usi prevalenti. Sono uno specchio della società, non il suo maestro e il suo censore.
    (Dal Corriere della Sera, 21/11/2007).
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    LINGUA ITALIANA
    L’uso corrente

    Caro Romano, sempre più spesso mi capita di leggere e sentire in tv, su internet e sui giornali l’uso del pronome personale di terza persona singolare maschile «gli» al posto del pronome personale di terza persona plurale «loro». Ad esempio, si usano espressioni del tipo «gli ho mandato» invece di «ho mandato loro» quando ci si riferisce a una pluralità di persone. È giusto? È diventato linguaggio comune? In un’epoca in cui l’italiano viene spesso sostituito dall’inglese, cerchiamo di difendere la nostra lingua iniziando a utilizzarla in modo corretto! G. Chiarolini chiabep@alice.it

    Sono d’accordo con lei, ma ho consultato un buon dizionario (il Sabatini-Coletti, edito da Rizzoli-Larousse) e ho scoperto con rammarico che gli autori hanno dovuto arrendersi all’uso corrente. Leggo infatti che il pronome personale gli «è frequente nel parlato e anche nello scritto non molto formale» al posto di «a loro, ad essi, ad esse». Le stesse considerazioni valgono per un altro uso improprio di gli: ho visto Maria e gli ho dato un bacio.
    (Dal Corriere della Sera, 9/12/2007).
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    POLITICA
    Le civetterie

    Caro Romano, vorrei ricollegarmi all’argomento «titolo di onorevole» per osservare che tale termine, invalso nell’uso ma non stabilito da nessuna norma, è semplicemente un appellativo di cortesia o magari di rispetto usato per i deputati tale a quello di «egregio» preposto al «signor», «gentile» a «signora», «chiarissimo» un docente universitario o «spettabile» una ditta, anche se poi tali qualificazioni non sempre corrispondono al vero. Perciò non c’è niente di strano che ci si rivolga ad un deputato chiamandolo «onorevole». Piuttosto è assolutamente grottesco e ridicolo quando un membro della Camera se lo attribuisce da solo quando si sottoscrive premettendo al suo nome il fatidico «onorevole» (come si può constatare dalle lettere pubblicate dai giornali). Sarebbe come se noi uomini «qualunque» terminassimo la nostra corrispondenza privata o
    d’affari con un bel «distinti saluti dall’egregio signor Pinco Pallino». Anche da tal punto di vista possiamo trarre elementi per giudicare la qualità della nostra classe politica. Milano

    I deputati britannici fanno seguire i loro nomi da due iniziali M. P. (Member of Parliament). Ma nei dibattiti hanno l’abitudine di scambiarsi espressioni alquanto formali: most honourable member, right honourable member, galant member (se ha fatto carriera militare), learned member (se appartiene al mondo accademico o forense). Negli Stati Uniti si fa largo uso del termine «honorable» (la grafia americana è leggermente diversa). La politica ha ovunque le sue civetterie.
    (Dal Corriere della Sera, 28/12/2007).
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    GRAN BRETAGNA
    L’immigrazione

    E’ bastato che qualche sindaco inventasse paletti per contrastare un certo tipo di immigrati ed ecco scatenarsi il putiferio. In Gran Bretagna, invece, esiste solo l’ufficio «Border & Immigration» che spiega tutto a qualsiasi straniero in modo veloce, semplice e comprensibile. Per esempio, ci sono anche i pdf scaricabili in lingua straniera, dove c’ è scritto quel che si può fare. Ma attenzione: non c’ è scritto quello che non si può fare, perché si dà per scontato che se non si rientra in una delle categorie descritte (studenti, lavoratori ad alta professionalità, imprenditori) non si può risiedere in Gran Bretagna. Semplice no? Altro che la politica e la burocrazia italiana. Gianrimo Androtto Jesolo (Ve)
    (Dal Corriere della Sera, 29/12/2007).

  • Abolire il congiuntivo e non solo…

    Concordo con quanto espresso dalla lettrice che lamentava la progressiva estinzione del congiuntivo (Corriere della Sera, 10 giugno). Non siamo solo mal messi nel mondo della pubblicità, il problema non è solo il «basta che vi decidete», chi ha ascoltato l’ultimo dibattito al Senato sulla fiducia al governo ha avuto l’impressione che tutto quell’italiano studiato a scuola sia stata fatica sprecata. Tutte le regole, tutta l’analisi logica, tutto quel latino che avrebbe dovuto insegnare a parlare (quindi a esprimere concetti in maniera corretta) e a ragionare (esprimere concetti che stiano in piedi, ma qui stiamo chiedendo forse la luna), non è servito a nulla. Tempo sprecato. Perché sforzarsi a scegliere la forma verbale corretta? Ci metto la più semplice, la prima che mi viene in mente, tanto l’altro capisce lo stesso. Il «basta che vi decidete» non era corretto, ma alzi la mano chi non ne ha compreso il senso. La prossima frontiera della «semplificazione – che chiamerei pigrizia – linguistica» potrebbe essere l’eliminazione della distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e con essa l’eliminazione dell’obbligo di dover scegliere l’ausiliare giusto tra essere ed avere, autentico rebus per chi studia l’italiano come lingua straniera. Tra non molto leggeremo «ho andato» come si dice in spagnolo, oppure «ha piovuto», già usato da alcuni italiani a corto di regole certe. Elso Noro, elsonoro@yahoo.com
    (Dal Corriere della Sera, 11/6/2007).
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    Fine del congiuntivo: colpa dell’inglese

    Lo scritto della signora Viviana Kasam («Spot per il Tfr, congiuntivo abolito, Corriere del 10 giugno) e la lettera di Elso Noro («Abolire il congiuntivo e non solo…», Corriere dell’ 11 giugno) hanno colpito nel segno. Alla radio e in tv ho ascoltato più di una volta «se potrei», «sine die», parola latina pronunciata all’inglese, oppure il «bipartisan» inglese pronunciata all’italiana. Ultima chicca di questi giorni: la «programmazione» di quanto si vedrà in tv è chiamata pomposamente all’inglese «Forecast». Se andiamo avanti così il congiuntivo, una delle «bellezze» della lingua italiana, scomparirà poiché travolto dall’inglese dove praticamente non esiste. La gente legge meno libri perché costano troppo, ma almeno si dedichi alla lettura dei giornali che costano solo un euro e in cui, salvo rare eccezioni, l’italiano è perfetto! Alessandro Dell’Oro, Como
    (Dal Corriere della Sera, 12/6/2007).
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    Il governo austriaco

    Caro Romano, in una sua risposta, lei ricorda quanto avvenuto in epoca fascista, con l’italianizzazione «di nomi e toponimi che erano tedeschi oramai da parecchi secoli». Per quanto sia un vecchio antifascista, non posso, per onestà intellettuale, che minimizzare l’importanza di questo cambiamento di nomi: fossero tutte qui le colpe di cui si è macchiato Mussolini! In realtà gli studiosi da lui incaricati di questa operazione in alcuni casi inventarono di sana pianta delle traduzioni cervellotiche in italiano, ma nella maggior parte dei casi utilizzarono toponimi italiani già esistenti che venivano utilizzati dalle persone di lingua o dialetto italiano, e in altri casi non fecero altro che ripristinare antichi toponimi di origine latina, che nel Settecento, l’«illuminata» imperatrice Maria Teresa d’Austria aveva ordinato che venissero germanizzati, così come tutti i cognomi in uso in Alto Adige. Se posso permettermi di uscire dal seminato, esprimo l’auspicio che quei politici che cavalcano la tigre del regionalismo, studino un poco la Storia, prima di magnificare il buon governo austriaco in Italia. Aldo Piglia, Milano

    Sono particolarmente d’accordo con la sua ultima considerazione. Credo che il culto dell’Austria e del suo «buon governo» sia soltanto un vezzo, particolarmente diffuso nel Veneto, per manifestare malumore verso il governo di Roma.
    (Dal Corriere della Sera, 19/6/2007).
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    TARGHE DELLE VIE
    I nomi di battesimo

    Sulle targhe delle vie di alcune nostre città, il nome di battesimo di personaggi stranieri viene a volte tradotto in italiano (vedi Giorgio Washington, Giorgio Byron, Andrea Chénier, ecc.). Mi domando quale stupore proveremmo se, passeggiando per le vie di Londra, ci imbattessimo nella stravagante indicazione «James Leopardi street». Carlo Radollovich carlo.radollovich@libero.it
    (Dal Corriere dela Sera, 2/7/2007).
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    I nomi stranieri sulle targhe

    L’ autore della lettera «Targhe delle vie, i nomi di battesimo» (Corriere, 2 luglio) forse ignora che in passato anche all’ estero si «nazionalizzavano» alcuni nomi importanti: basti pensare a Colombo, negli Stati Uniti conosciuto come Columbus. Oggi questa tendenza non esiste più, ma ciò non toglie che in Francia, Paese noto per il suo sciovinismo, i nomi stranieri vengono pronunciati secondo la lingua nazionale: così, ad esempio, Winston Churchill diventa Vinstòn Schurschìll.
    Francesco Ciccarelli, cifra32@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 10/7/2007).
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    MESSA IN LATINO
    Ritorno al passato

    Si discute in questi giorni se il «motu proprio» di Benedetto XVI sulla messa in latino sia o meno un passo indietro rispetto alle modifiche conciliari. Il rito solenne in lingua latina, magari accompagnato da canti nella stessa lingua, non può distogliere fedeli e non fedeli dal messaggio di pace, giustizia e fratellanza che proviene dall’ annuncio evangelico. La modifica serve solo ai nostalgici, ai cultori di riti antichi e solenni, ai tradizionalisti sempre pronti a rimpiangere i tempi passati.
    Corrado Stillo corradostillo@tiscali.it
    (Dal Corriere della Sera, 10/7/2007).
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    TERRE DI CONFINE
    Nomi e toponimi

    Caro Romano, in riferimento all’intervento di un lettore sul governo austriaco nel nostro Paese, da triestino da cinque generazioni, avendo anche abitato in Alto Adige, devo dissentire da quelle considerazioni. Il Südtirol, come da secoli viene chiamato dagli abitanti, ha fatto parte di un grande territorio di lingua e cultura tedesca, di un popolo alpino che aveva poca comunanza con i veneti occupanti le terre più a sud. Un territorio in cui la presenza di popolazioni latine portate dai romani con il condottiero Claudio Druso fu poco significativa, perché ben presto fagocitate dalle popolazioni nordiche che la invasero e solo la piccola comunità ladina ricorda ormai la presenza romana. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente la regione fu abitata dai Goti e dai Longobardi e dal 1363 essa diventò territorio austriaco. Con questi presupposti, mi sembra fantastico immaginare che nel ‘700 il governo di Maria Teresa, dopo tanti secoli di presenze teutoniche, abbia potuto decidere nel Nord Est la germanizzazione di cognomi già nordici o sloveni. Basta leggere i nomi contenuti nei ranghi dei reggimenti austriaci costituiti nei secoli, sia nell’Alto Adriatico, sia nel Südtirol, in cui compare anche qualche raro ma significativo cognome italiano, per rendersene conto. Al contrario, soprattutto nella Venezia Giulia, il fascismo operò una vera e propria pulizia etnica, cancellando nomi di luoghi e di famiglie, pretendendone con la forza la sostituzione con le più disparate traduzioni o sinonimi nella lingua italiana (di questo sopruso sono un diretto testimone, avendo dovuto mio padre italianizzare il cognome della nostra famiglia negli anni Trenta e che per fortuna successivamente ho potuto riportare alla forma originaria). Laddove ciò risultò difficile, alla forma originale, fu sostituito un nuovo appellativo che aveva soltanto assonanza con il precedente. Il caso più emblematico è quello di Redipuglia, il paesino dove oggi si trova il più grande Sacrario Militare italiano. Il toponimo era di origine slovena e precisamente Sredij Polije che significa «Terra di Mezzo». Bernardino de Hassek bernardino.dehassek@ libero.it

    Le sue considerazioni mi sembrano convincenti. Ma è bene ricordare che stiamo parlando di zone di frontiera dove era normale che nomi di famiglia e toponimi venissero tradotti o pronunciati diversamente dai gruppi etnici che vi abitavano o li attraversavano frequentemente. I principi Thurn und Taxis, discendenti dei Tasso di Bergamo, diventavano così, al di là della frontiera linguistica con l’Italia, Torre e Tasso.
    (Dal Corriere della Sera, 15/7/2007).
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    SITO ALITALIA
    Acquisto di biglietti

    Per acquistare un biglietto aereo sul sito internet di Alitalia occorre dichiarare di aver letto e accettato le regole tariffarie: 341 righe di istruzioni, per di più pubblicate in lingua inglese. La tecnica è nota sin dai tempi di Don Abbondio, che replicava alle proteste di Renzo citando in latino un «testo chiaro e lampante».
    Giuseppe Musolino Santo Stefano d’ Aspromonte (Rc)
    (Dal Corriere della Sera, 14/8/2007).
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    SILLABE
    Strane divisioni

    Caro Romano, capisco che la mia osservazione può sembrare una sciocchezza di fronte ai vari problemi di oggi, ma sta diventando veramente fastidioso leggere sempre negli articoli divisioni in sillabe sbagliate. Dobbiamo proprio rassegnarci? Gabriella Marini gabr1952@libero.it

    Il software dei computer talvolta non conosce le regole della grammatica italiana e trancia le sillabe alla cieca. Temo che l’ignoranza del computer abbia finito per indurre molti italiani a prendere per giusto ciò che in realtà è sbagliato. Cercheremo di rimediare.
    (Dal Corriere della Sera, 30/8/2007).
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    IDENTIFICAZIONI
    I pregiudizi

    Caro Romano, chi non può essere d’accordo con la sua affermazione circa il buon senso di usare, nell’informare di episodi delittuosi, termini che non alludano alla nazionalità o alle caratteristiche razziali di coloro che li pongono in atto? Tuttavia mi sembrerebbe che l’esemplificazione da lei fatta di che cosa evitare – ossia il ricondursi a quei componenti di gruppi etnici, «slavo» e «zingaro», che con facilità vengono accusati in fascio quali particolarmente disposti a delinquere – nella sostanza contraddica l’indicazione espressa. Sarebbe stato proprio fuori luogo, per accennare a un sospetto autore di un reato, dire, per esempio, «latino» o «scandinavo» o «anglosassone» o «eschimese»? O, magari paventando gli effetti di una recente demagogica allusione all’uso di fucili, «neoceltico»?
    Bruno Faccini Milano

    Alcune identificazioni nazionali non hanno un particolare significato mentre altre risvegliano, soprattutto in certi momenti, i pregiudizi della pubblica opinione e rischiano di gettare benzina sul fuoco. Nell’America del proibizionismo, per esempio, una notizia di cronaca sull’arresto di un «italiano» avrebbe indotto molti lettori a sospettare un delitto di mafia. Ho scritto slavo e zingaro, ma avrei potuto aggiungere albanese, romeno, arabo.
    (Dal Corriere della Sera, 30/8/2007).
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    IN SPAGNA
    Il federalismo

    Caro Romano, rispondendo a un lettore, scrive: «Mentre la Spagna d’oggi è pur sempre erede di uno Stato secolare, fiero del proprio passato imperiale, l’Italia è una giovane nazione afflitta da localismi e campanilismi. Ma esiste ormai una lezione spagnola da cui la classe politica italiana potrebbe ricavare qualche utile ammaestramento». Mi permetta di essere in completo disaccordo con quanto Lei ha sopra affermato. I localismi italiani sono irrisori in confronto a quelli spagnoli. Tanto che gli stessi spagnoli amano dire «Le Spagne» piuttosto che Spagna. Basti pensare ai Paesi Baschi e la loro totale diversità socioculturale e linguistica, rispetto al resto della Spagna; alla Catalogna e il loro desiderio di indipendenza, nonché la Comunitat Valenciana e la Galizia: Stati in un presunto «Stato» chiamato Spagna. Forse lì le cose vanno meglio perché il «localismo» è protetto e valutato? Michele Castro libertaaipopoli@ hotmail.com

    Il particolare federalismo spagnolo (un federalismo a geometria variabile) ha dato complessivamente buoni risultati. E l’esistenza di molte Spagne non ha impedito al Paese di realizzare grandi programmi nazionali come
    l’Alta Velocità e lo sfruttamento del sole per la creazione di energia. Occorre ricordare poi che la Spagna, a differenza dell’Italia, ha saputo fare un uso molto proficuo dei fondi comunitari per le regioni meno favorite.
    (Dal Corriere della Sera, 3/9/2007).
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    NELLA SCUOLA
    Maggiore serietà

    Ricordo l’emozione delle gare di geografia con cui la maestra ci stimolava a conoscere capoluoghi, fiumi, laghi, monti del nostro Paese. Sono lieta che il ministro abbia suggerito di tornare a questi insegnamenti, erroneamente ritenuti nozionismo e non cultura. Ma siamo sicuri che l’inglese sia una materia secondaria?
    Mariapia Pincini rossipincini@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 7/9/2007).
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    CULTURA EUROPEA
    Parlare in tedesco

    Caro Romano, è vero che Adenauer, De Gasperi e Schuman, padri della moderna Europa, parlavano tra loro in tedesco? Se così fosse sarebbe davvero curioso: comunicavano tra loro nella lingua della nazione sconfitta. Francesco Valsecchi eeffeval@tin.it

    De Gasperi era stato parlamentare austriaco a Vienna e a Innsbruck, e Robert Schuman conosceva il tedesco perché era alsaziano. Era naturale quindi che usassero la lingua con cui ciascuno dei tre aveva grande familiarità. Aggiungo che il tedesco non era la lingua di una nazione sconfitta. Era la lingua di una grande cultura europea.
    (Dal Corriere della Sera, 14/9/2007).
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    NELLA SCUOLA
    Studio dell’inglese

    Non è quantomeno curioso continuare a sottovalutare l’importanza della lingua inglese, oggi così importante soprattutto per l’inserimento nel mondo del lavoro? Con la nuova riforma voluta del ministro Fioroni, nulla cambia, anzi peggiora. Così noi italiani resteremo sempre in fondo alla classifica e di questo passo non riusciremo mai a comunicare in modo naturale a livello internazionale. L’esempio o gli esempi sono tanti ed eclatanti: dai politici ai personaggi dello spettacolo. Allora io mi chiedo: perché mai non vogliamo risolvere questo nostro handicap? Perché non iniziamo a prendere come modello quei Paesi come per esempio: Olanda, Svezia, Norvegia, ecc., dove l’inglese lo parlano bene? Antonella Tomas Pordenone
    (Dal Corriere della Sera, 18/9/2007).

  • EUROPA
    L’unità della lingua

    Caro Romano, l’Europa ha cinquanta anni ma, secondo me, non li dimostra.
    Lorenzo Valla, letterato del Quattrocento, sosteneva che la prima condizione per una federazione o una unione di Stati o di nazioni fosse l’unità della lingua, come le successive esperienze storiche hanno confermato. Ad oggi l’Europa ha conquistato, e neppure unanimemente, l’unità monetaria che di solito è l’ultima a comparire nei processi di riunificazione nazionale. Per anni, nella mia lunga carriera di cineasta, ho inseguito il sogno di un cinema europeo. Dal 1952 ho promosso coproduzioni con Francia, Germania e Spagna, una sola volta con la più difficile Gran Bretagna. Quasi tutti i tentativi si rivelarono fallimentari. I prodotti così realizzati ebbero, in genere, successo solo nel Paese partecipante con ruolo maggioritario, a causa della profonda diversità nella cultura e nel costume di ogni singolo Paese; diversità che neppure un linguaggio ecumenico come quello cinematografico riuscì a colmare. Alla dilagante retorica di un europeismo impossibile, non crede che sarebbe più pragmaticamente utile un patto ferreo di reciproca solidarietà tra nazioni autonome e indipendenti? Turi Vasile boscovich23@hotmail.com

    Nel Rinascimento, in società popolate da analfabeti, la lingua comune era il latino o quella parlata dalle élites nazionali di ogni singolo Paese. Oggi, come ha ricordato Alberto Ronchey nel Corriere del 27 marzo, è
    l’ «angloatlantico». Un «patto di reciproca solidarietà tra nazioni autonome e indipendenti» potrebbe forse assicurare la felice convivenza degli Stati europei, ma esporrebbe ciascuno di essi al rischio di essere schiacciato dalle grandi potenze continentali che dominano la scena internazionale.
    (Dal Corriere della Sera, 29/3/2007).
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    CITTADINI ROMENI
    Una confusione

    Caro Romano, in questi ultimi giorni si sta ingenerando nell’opinione pubblica la paura di un prossimo arrivo in massa di cittadini romeni. Leggendo con attenzione questi articoli si comprende come in realtà il problema riguarderà gli zingari di etnia «rom». Vi è confusione tra cittadini romeni e i nomadi rom con passaporto romeno in quanto i «rom» posso essere anche cittadini italiani, di altre nazioni dell’ Est europeo oppure apolidi. Vorrei ricordare che nella seconda metà dell’ 800 dal Friuli, dalla Lombardia e dal Trentino numerosi italiani si recarono in quelle terre trovando lavoro e un’accoglienza straordinaria. Vennero accolti come fratelli e molti di loro contribuirono lavorando alla pari del popolo romeno alla costruzione della nazione. Altri ancora si distinsero nel campo militare come Giuseppe Tomat che si impegnò nella costituzione durante la Grande Guerra di una «legione di volontari romeni d’ Italia» da impiegare durante lo sforzo bellico della riconquista della Bessarabia. In tempi moderni vorrei ricordare che la costituzione romena, riconosce al gruppo nazionale italiano il diritto di eleggere un proprio rappresentante alla Camera dei Deputati e che l’insegnamento della nostra lingua è diffuso nella maggior parte dei licei e scuole medie. Marco Baratto Mulazzano (Lo)

    La sua lettera mi ha ricordato un viaggio in treno da Vienna a Milano nel 1949. La carrozza su cui viaggiavo era piena di italiani (particolarmente numerosi i friulani) che fuggivano dalla Romania comunista e lasciavano con dolore un Paese in cui erano stati accolti con amicizia.
    (Dal Corriere della Sera, 1/4/2007).
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    NEL NOSTRO PAESE
    Le canzoni e i film

    Il 99% dei film e delle canzoni trasmesse in Italia sono di produzione inglese e americana. Perché non si vedono e non si sentono mai film e canzoni tedesche, francesi, spagnoli, olandesi, polacche, svedesi? Gli altri Paesi dell’Ue non sono in grado di realizzare e proporre al pubblico produzioni di alto valore artistico e contenutistico? La miopia interculturale e un certo servilismo sembrano essere dure a morire nel nostro Paese! Eupremio Guadalupi eupremioguada@inwind.it
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2007).
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    BRASILIANI
    Le origini italiane

    Caro Romano, in merito alla sua analisi sul Brasile mi permetta qualche osservazione in particolare riguardo ai brasiliani di origine italiana. Parlo sulla base
    dell’esperienza svolta come segretario generale dell’ Associazione «Cristoforo Colombo», che annovera molti brasiliani di origine italiana. Ho ricevuto moltissime richieste di assistenza nella ricerca dei documenti anagrafici di origine degli avi italiani, emigrati in passato in Brasile, e sono riuscito a risolvere positivamente almeno una cinquantina di casi, sfociati nella presentazione ai nostri Consolati della richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis da parte dei componenti di intere famiglie di discendenti. Questo dimostra come i legami con la patria di origine non siano cessati. Anzi molti giovani brasiliani sono fieri delle loro origini italiane e sono felici, quando possono ottenere il passaporto italiano, che li rende bi-polidi. Piero Milano piercolmilano@alice.it

    Il passaporto italiano è diventato particolarmente desiderabile da quando garantisce al suo titolare i diritti dei cittadini dell’ Unione europea.
    (Dal Corriere della Sera, 4/4/2007).

    IN BRASILE
    L’ «italicità»

    Caro Romano, le scrivo dopo aver letto l’articolo in cui lei invitava Prodi a considerare gli oriundi italiani del Brasile come degli autentici brasiliani e non
    italo-brasiliani. Ho visto le reazioni. Ho pensato alla nostra esperienza maturata utilizzando la categoria dell’ «italicità» e per la quale, a evitare equivoci, si chiamerebbero gli italiani del Brasile o i brasiliani di ascendenze italiane semplicemente italici, come gli altri 200 milioni di persone sparse nel mondo unite dai valori, dalla cultura e anche dagli interessi di origine italiana. Forse, così facendo, ci saremmo lasciati alle spalle sia la stantia retorica della nostalgia della patria lontana, che qualsivoglia discorso atto a incrinare la lealtà degli italici brasiliani nei confronti del Brasile: Paese in cui vivono e operano e dal quale hanno un grande interesse a interagire con il sistema Italia, culturalmente, economicamente e sul piano dei valori.
    D’altronde, un’influenza sulla vita politica nazionale gli italici l’ hanno pur avuta in occasione delle ultime elezioni nazionali italiane, nelle quali la sopravvivenza del governo è appunto dipesa dal voto di un gruppo di italiani all’estero.
    Piero Bassetti pres. di «Globus et Locus»
    (Dal Corriere della Sera, 15/4/2007).
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    LA «CRUSCA»
    Aiuti all’Accademia

    Caro Romano, in Italia chi non conosce l’Accademia della Crusca? E chi non ha ogni tanto qualche dubbio sulla propria lingua? A me è successo di accedere al sito dell’antichissima Accademia per porre una domanda sul forum e l’ ho trovato chiuso per mancanza di fondi. Incredibile, ho pensato. Ma alla Crusca non si poteva donare l’otto per mille? E non si trovano neanche due volontari disoccupati disposti a fare un’intership (che fa tanto curriculum) per gestirne il forum? E’ possibile che nel nostro Paese abbiamo iniziato a tagliare anche queste cose?
    Marco Lietti panamon23082@yahoo.it

    Considerato l’uso che è stato fatto in alcuni casi della somma raccolta con l’8 per mille, un aiuto alla Crusca sarebbe particolarmente opportuno. Aggiungo che gli ammiratori della vecchia Accademia fiorentina possono sempre destinarle il 5 per mille previsto per le istituzioni culturali dalle ultime Leggi finanziarie.
    (Dal Corriere della Sera, 17/4/2007).
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    AMBASCIATORI
    Conoscere le lingue

    Caro Romano, letta l’intervista concessa al Corriere dall’ambasciatore cinese in Italia, Dong Jinyi, mi rendo conto che non sono solo i cinesi della Chinatown milanese a essere restii all’apprendimento della nostra lingua. Infatti
    l’ambasciatore stesso necessitava di un interprete. Ma come è possibile che un diplomatico non conosca la lingua della nazione in cui esercita le sue delicate funzioni? G. Luca Mercuri lucamerc@tiscalinet.it

    Temo che il governo cinese potrebbe fare una stessa osservazione a proposito di quasi tutti i nostri ambasciatori a Pechino.
    (Dal Corriere della Sera, 18/4/2007).
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    TERMINI
    L’uso comune

    Caro Romano, rispondendo a una cittadina di uno degli Stati nati dalla Jugoslavia, mi hanno detto che lei ha scritto più o meno così: «chiamare slavi quei popoli, come chiamare latini i sudamericani è ovviamente sgradevole». La frase sarà diversa ma, per me, è sgradevolissimo che sia stato usato da lei, che conosco come persona cortese, un simile aggettivo per la parola «latino». Io non so perché i popoli slavi (tali per le origini storiche) si offendano se si usa il termine «slavo» per definirli. Purtroppo mi risulta che si offendano, molti cittadini di Spalato, anche se vengono definiti «veneziani». Ritengono «veneziano» un’offesa e «uscocco» un onore, cosa che mi ha sempre meravigliato. Hanno infatti una squadra di calcio col nome che inneggia alla pirateria. Noi che ci onoriamo di essere popoli latini siamo orgogliosi di quel titolo e non credo che nessun italiano, francese, spagnolo possa sentirsi offeso se chiamato così. Penso anzi che sia un onore. Tra l’altro da parecchi anni partecipo alle Ferie Latine organizzate dall’Archeo Club d’Italia nelle sue sezioni del Lazio. Questa manifestazione si conclude con il brindisi al cospetto del Monte Cavo, un tempo Monte Sacro di tutti i latini. Peccato che ora sia occupato da una selva di antenne, senza rispetto per la tradizione. Maria Luisa Botteri prof.botteri@libero.it

    Purtroppo le parole finiscono per acquisire il senso con cui vengono prevalentemente utilizzate. La parola «slavo», nella cronaca italiana, designa spesso un ladro, un vagabondo, un individuo sospetto. E la parola «latino», negli Stati Uniti, rivela implicitamente l’ ignoranza, se non il disprezzo, per le diverse origini nazionali degli immigrati provenienti dal continente latino-americano.
    (Dal Corriere della Sera, 24/4/2007).
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    La difesa del francese fa comodo anche a noi

    In riferimento a quanto lei ha scritto circa la predominanza della lingua inglese, mi chiedo come mai in Italia fino a pochi anni fa nelle scuole si trascurasse lo studio della lingua inglese. Mi sono diplomato nel 1989 e a scuola ho studiato come lingua straniera solo francese. Viaggiando in Europa mi sono accorto che i giovani di altri Paesi europei conoscevano l’inglese per averlo studiato a scuola, a differenza di molti della mia generazione. Personalmente ho dovuto studiare l’inglese in altro modo. A questo proposito, presumo che all’estero non vi siano tanti corsi di inglese come da noi. cesare.scotti@libero.it

    Caro Scotti, alla fine della Seconda guerra mondiale la lingua straniera maggiormente studiata nelle scuole medie italiane era il francese. Questa era, sin dal Settecento, la lingua più diffusa nella borghesia, nel mondo degli affari, fra gli intellettuali. Quando terminò il conflitto e si riaprirono le frontiere, Parigi divenne nuovamente il principale punto di riferimento internazionale della nostra cultura, la città dove si scoprivano i nuovi talenti letterari e artistici, dove nascevano le mode. Un editore, Valentino Bompiani, tradusse e pubblicò rapidamente tutto ciò che era stato scritto in Francia negli anni precedenti. Leggevamo Gide, Cocteau, Claudel, Camus, Sartre, Montherlant, Giono, Anouilh, Salacrou, e andavamo a teatro per vedere le loro commedie. Milano, in particolare, divenne ancora una volta, come era stata sin dalla seconda metà del Settecento, la più francofila delle città italiane. Quando Paul Claudel apparve alla Scala per la prima rappresentazione della «Giovanna d’ Arco al rogo», tratta da un suo testo con la musica di un compositore svizzero, Arthur Honegger, fu accolto trionfalmente. Quando Louis Jouvet rappresentò al Teatro Nuovo «L’ école des femmes», la sala era piena di persone che erano in grado di comprendere e di apprezzare l’eleganza e l’ironia del testo di Molière. Si costituì in quegli anni una associazione letteraria, Les Amis de la France, che raccolse subito molte adesioni. Era naturale, in queste circostanze, che gli insegnanti di lingue straniere, nelle scuole italiane, fossero principalmente francesisti. All’inizio degli anni Ottanta, mentre i genitori già chiedevano insistentemente che ai loro figli venisse insegnato l’inglese, ve n’erano ancora, se non sbaglio, circa duemila. Fu questa probabilmente la ragione per cui il francese sopravvisse nell’insegnamento scolastico in una fase in cui l’egemonia culturale della Francia nella cultura europea andava declinando. Le segnalo tuttavia, caro Scotti, che vi è almeno un settore della cultura in cui il francese dà prova di una forte capacità di resistenza. Mentre la Commissione di Bruxelles e le maggiori organizzazioni internazionali tengono buona parte delle loro riunioni in inglese, il francese è ancora la lingua di lavoro della Corte europea di giustizia, il tribunale di Lussemburgo che è per molti aspetti una sorta di Corte costituzionale europea. Questa felice eccezione ha spinto un vecchio accademico di Francia, Maurice Druon, a lanciare una campagna per ottenere che il francese venga riconosciuto come la lingua prevalente per i documenti legali dell’Unione. A Bruxelles, recentemente, ha detto: «L’italiano è la lingua della canzone, il tedesco è la lingua della filosofia, l’inglese va benissimo per la poesia, ma il francese è la lingua della precisione». E ha motivato la sua richiesta ricordando che il francese è figlio di una grande lingua giuridica, il latino, e che in francese è stato scritto il Codice Napoleonico. Anche se la definizione dell’italiano assomiglia a una battuta del festival di Sanremo, Druon non ha torto. L’adozione del francese come lingua legale dell’Unione ci salverebbe dall’invasione strisciante del diritto anglo-americano nella cultura giuridica dell’ Unione. Se non possiamo fare concorrenza ai nostri cugini d’Oltralpe, cerchiamo almeno di difendere, grazie a un’altra lingua latina, la tradizione storica del diritto romano.
    (Dal Corriere della Sera, 25/4/2007).
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    OLOCAUSTO
    Il sito per gli iraniani

    Il sito internet del Museo dell’Olocausto «Yad Vashem» ha intrapreso una bella iniziativa per far comprendere che cosa sia stata la Shoah veramente e quale tragedia abbia rappresentato, e rappresenti tuttora, nella memoria collettiva di un popolo. Contro ogni rigurgito di revisionismo e negazionismo, il sito ha aperto una nuova sessione in lingua iraniana. E le posizioni del presidente Ahmadinejad le conosciamo tutti! L’idea del sito anche in persiano si colloca nel quadro di un’informazione storica oggettiva e priva di idealismi, per spiegare l’ orrore dei campi di concentramento nazisti. Ma ciò che fa maggiormente piacere è sapere che in soli 100 giorni il sito in iraniano è stato visitato da 30mila persone, di cui più della metà residenti in Iran. Questo a testimonianza della voglia di verità di una nazione soggetta a disinformazione o propaganda per scopi politici. È solo tramite simili iniziative che si incoraggia la coscienza storica dei popoli, affinché non possa più accadere una tragedia simile. P. A. Buongiovanni Bologna
    (Dal Corriere della Sera, 30/4/2007).
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    CAMPAGNE
    La difesa delle lingue

    In Spagna Zapatero ha lanciato una campagna linguistica sulle parole da salvare. Io ne avrei tre sicuramente da cancellare: reality, tangentopoli (i politici ladri sono troppi!) e gossip. Roberto di Felice rdifelice@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 6/5/2007).
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    CULTURALE
    Les amis de la France

    Caro Romano, leggendo il suo intervento sulla lingua francese, ho notato che ha parlato dell’associazione letteraria «Les amis de la France». Io ne sono stato socio assiduo per diversi anni e vorrei precisare che non si trattava di un’associazione letteraria ma di un Circolo, aperto a tutti (pure ai non iscritti) con varie attività, anche a carattere culturale (conferenze, spettacoli, ecc.). Per qualche tempo è stato frequentato anche dai pittori Joe Colombo ed Enrico Baj, che venivano sempre insieme. All’interno di una grande sala, molti tavoli, un bar e si formavano gruppi e nuove amicizie: il tutto molto gradevole e simpatico. Poi mi sono trasferito in Francia (ho sposato una bella francese conosciuta al circolo) e non ne ho saputo più nulla. Ernesto Ferri ErnsFer@aol.com
    (Dal Corriere della Sera, 7/5/2007).
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    LINGUA ITALIANA
    L’uso dimenticato

    Family day, ministero del Welfare, ecc. Perchè c’ è insofferenza verso l’uso dell’italiano? Forse la lingua patria non è più degna di esprimere certi concetti? O si pensa che suoni meglio proporre in inglese cose che in italiano sembrano ovvie o prive di richiamo? Perché invece della giornata della famiglia tradizionale, non istituiamo una giornata della lingua italiana per riaffermare la bellezza (e l’utilità per la comprensione) della nostra vecchia e cara lingua? Propongo di chiamarla «Italian Day». Stefano Picchi stefano.picchi@ unodinoicom.it
    (Dal Corriere della Sera, 11/5/2007).
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    IL TERMINE LAICO
    L’uso improprio

    Nel linguaggio corrente dei mezzi di comunicazione e della politica si è affermato da tempo un uso improprio della parola laico con significato molto diverso, e spesso antitetico, a quello originario della parola greca da cui deriva, che designa «uno del popolo» e che veniva utilizzato per distinguere le persone del popolo che non appartenevano al clero. Oggi invece la parola laico viene adoperata, anche da esponenti del mondo della cultura, con il senso di non credente, agnostico o ateo e, non di rado, con il significato spregiativo di anticlericale. Si tratta di un uso distorto del termine laico, che sminuisce il valore ampio e positivo di questa parola. Pietro Nemo Roma

    La parola laico ha conservato il suo antico significato in inglese dove «layman» designa una persona che, pur non essendo ateo o miscredente, non appartiene a un ordine sacerdotale. Ma può anche designare coloro che si esprimono su una particolare materia o disciplina (medicina, diritto) senza appartenere all’ordine di coloro che rivendicano in proposito una competenza professionale. Ma nelle lingue dei maggiori Paesi cattolici (Francia, Italia e Spagna) la parola ha ormai una sfumatura anticonfessionale e indica chiunque cerchi di contrastare il ruolo dominante della Chiesa nella società e nella cultura. E’ normale che una parola assuma significati diversi in Paesi che hanno fatto diverse esperienze storiche.
    (Dal Corriere della Sera, 27/5/2007).
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    PER LE LINGUE
    Diversa importanza

    Nella sua risposta al lettore che le rammenta la crescente importanza della lingua spagnola, lei fa giustamente notare come l’ importanza di un idioma non dipende dal numero di persone che lo parlano dalla nascita, ma dal numero di quanti lo usano per viaggiare, commerciare e studiare. Si è portati a questo punto ad attribuire la priorità dell’inglese nei rapporti internazionali al fatto che gli Usa sono la prima economia del pianeta e che vi è pertanto un nesso fra la diffusione di una lingua in rapporto all’importanza dell’economia che c’è dietro. Si tratta però di una percezione errata, poiché i Paesi che per importanza economica seguono gli Usa, cioè Giappone, Germania e Cina, hanno lingue poco conosciute al di fuori dei confini nazionali. Adriano Ponti aponti@hotmail.it
    (Dal Corriere della Sera, 1/6/2007).
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    SPOT PER IL TFR
    Congiuntivo abolito

    «Basta che vi decidete» declama uno spot pubblicitario sulla destinazione del Tfr diffuso in questi giorni via radio a cura del ministero del Lavoro. È vero che la scuola italiana produce ignoranza, che il linguaggio si va via via impoverendo e assomiglia sempre più agli sms, ma finché non verrà decisa la definitiva abolizione del congiuntivo, non potrebbero almeno i ministeri utilizzarlo? Viviana Kasam vikappa@gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 10/6/2007).

  • SANTA CECILIA

    Perché l’inglese? Nei programmi dell’Accademia di Santa Cecilia trovo: «family concert» e «Santa Cecilia it’ s wonderful»! Ma il linguaggio universale della musica non è la lingua italiana? Inoltre, una volta, sui programmi di sala, si dava rilievo ad un giusto motivo di orgoglio per una tradizione ultra secolare, e su di essi era riportato «concerto nr… dalla fondazione» che da qualche anno non appare più. Infine perché scrivo al Corriere e non all’Accademia? Perché, nel paese in cui è stato inventato il «galateo», Santa Cecilia ai miei suggerimenti o reclami, non ha mai risposto. Giuseppe Pisa
    (Dal Corriere della Sera, 8/11/2006).
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    IN LATINO
    Le parole scolpite nella pietra

    La città, a volte, parla ancora latino. Molestati da troppe parole inglesi sparse ovunque e senza bisogno, si corre a cercare riparo nella lingua dei nostri padri. Dorme sulle lapidi, scolpita sui marmi delle chiese. O sul Palazzo di giustizia, appena ripulito dalle polveri sottili. Tre motti campeggiano sull’entrata. Al centro sta scritto: «I precetti del diritto sono questi: vivere onestamente, non offendere l’altro, dare a ciascuno il suo». Semplice. Giuseppe Tesorio
    (Dal Corriere della Sera, 18/11/2006).
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    IN MOSTRA A VENEZIA
    Le opere di Picasso

    Sono andato a vedere l’appena aperta mostra di Picasso a Palazzo Grassi a Venezia. La mostra è piacevole, ma non è questo il problema. Quello che mi ha lasciato molto perplesso a dir poco, è che tutti i titoli delle opere erano rigorosamente in francese. Capisco che ora il presidente della Palazzo Grassi Spa sia François Pinault ma siamo o non siamo in Italia? Mi sembra sia un assurdo campanilismo transalpino e che la presenza di entrambe le lingue sia d’obbligo. Italo Mariconti, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 18/11/2006).
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    BAMBINI
    Imparare l’inglese

    Caro Romano, lei vorrebbe che i bambini imparassero l’inglese, l’arabo e il cinese. Io osservo che una lingua è tanto più difficile da apprendere quanto più è lontana dalla nostra. Immagini dunque quanto è difficile per noi il cinese. Forse perché le lingue sono la mia competenza, io direi che sarebbe bello se i ragazzi imparassero l’italiano e l’ inglese. Ma non ho molte speranze. Gianni Pardo giannipardo@libero.it
    (Dal Corriere della Sera, 24/11/2006).
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    IMPARARE LE LINGUE
    Film sottotitolati

    L’ennesimo sondaggio rileva che gli italiani non conoscono le lingue straniere. Nessuno però lamenta che, mentre in Italia i film vengono doppiati, nei Paesi del Nord Europa film, serie televisive, cartoni animati, vengono trasmessi in lingua originale (per lo più, ovviamente, in inglese) e sottotitolati. La possibilità di essere esposti «naturalmente» e quotidianamente a una lingua straniera per mezzo della televisione facilita enormemente l’apprendimento di quella lingua. In Italia ciò non è possibile se non abbonandosi a canali a pagamento, e questo si traduce in un grande svantaggio per i più. M. Cristina Cristini macriscri@yahoo.it
    (Dal Corriere della Sera, 25/11/2006).
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    VITA QUOTIDIANA
    L’inglese per tutti

    Vorrei parlare di un argomento secondo me molto importante anche se ci sono sicuramente persone più qualificate di me per farlo. E cioè quello della conoscenza delle lingue straniere l’inglese in particolare modo, in Italia e nella nostra Roma in particolare a me sembra che questa conoscenza sia alquanto scarsa. Sarà colpa della scuola? (forse sì) certamente la scuola che è fondamentale per apprendere fin da piccoli una lingua non può fare tutto da soli bisogna continuare a motivare l’uso della lingua dopo gli studi se non si vuole vanificare gli sforzi intrapresi. Credo che i nostri pur bravi giovani, avrebbero molte più possibilità nella competizione con i giovani di altri paesi conoscendo bene l’inglese da parte mia per quello che può valere io ne ho capito l’ importanza grazie anche a ciò che mi è stato insegnato molto tempo fa da un’ottima insegnante che ho avuto,la professoressa Sambuco. Quindi posso solo terminare esortando tutti ad impegnarsi dell’apprendimento delle lingue. Fabio Todini
    (Dal Corriere della Sera, 1/12/2006).
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    FESTA DEL NATALE
    Lingua bistrattata

    Caro Romano, il Papa tedesco, dalla Turchia, sceglie l’italiano per parlare al mondo dalla casa di Maria, a Efeso, restituendo per un attimo dignità alla nostra lingua bistrattata. La tv pubblica italiana, per proporre un nuovo sceneggiato natalizio, sceglie un gratuito titolo inglese («Nativity») reputando evidentemente troppo banale un italiano «Natività». Possibile che dopo l’anglosassonizzazione della tradizionale e mesta ricorrenza dei Santi e dei morti, trasformata in un anticipo truculento, ridanciano e macabro del Carnevale (Halloween), l’Italia non trovi di meglio che cocacolizzare anche la festività sacra più cara alla nostra tradizione? Possibile che nessuno si arrabbi? Marco Bertolini Livorno
    (Dal Corriere della Sera, 3/12/2006).
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    IN TELEVISIONE
    L’uso del congiuntivo

    Il congiuntivo si insegna ancora nelle scuole secondarie e serali delle Fiandre. Alla fine del terzo e durante il quarto anno è previsto l’insegnamento del congiuntivo, del condizionale e della concordanza dei tempi. Gli studenti, trovano difficili queste regole della grammatica ma si rendono conto che è necessario conoscerle per capire bene gli italiani e per leggere i libri. Fa specie osservare come tanti stranieri notino che non sono tanti gli italiani (anche nei tg) che sanno usare il congiuntivo. Bella figura! Caolin Irpool italianiestero@virgilio.it
    (Dal Corriere della Sera, 4/12/2006).
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    SCUOLE EUROPEE
    La sezione italiana

    Caro Romano, non credo nemmeno io a un pregiudizio anti-italiano a Bruxelles, anche se l’ultimo semestre di presidenza italiana del Consiglio ha avuto momenti di alta comicità. E non credo nemmeno che la presenza (non «rappresentanza») italiana nelle istituzioni sia modesta, se si considerano le energie profuse da altri Paesi per aiutare direttamente o indirettamente i propri giovani ad affrontare i concorsi. Quanto ai burocrati dell’amministrazione centrale, stanno bene dove stanno. Ma una nota dolente c’ è e riguarda le scuole per i figli dei funzionari: nonostante l’Italia abbia faticosamente ottenuto l’ anno scorso il mantenimento della sezione italiana nelle scuole europee attuali contro il trasferimento in una nuova sede periferica, per il secondo anno consecutivo non saranno accettati nuovi bambini italiani, se non nella nuova sede. La chiusura delle sezioni esistenti è quindi solo questione di tempo. Guido Ricci cincinnato@scarlet.be
    (Dal Corriere della Sera, 20/12/2006).
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    SLOVENIA
    Il ricordo di Trubar

    Sono stato per qualche giorno in vacanza in Slovenia e, inevitabilmente, mi sono capitate fra le mani le nuove monete dell’euro che, dal primo gennaio di quest’anno, circola anche in quel Paese. Sulla moneta da un euro è rappresentato un certo Primoz Trubar, pastore protestante del ‘500. Considerando che la Slovenia è un Paese prevalentemente di religione cattolica, mi piacerebbe conoscere l’eventuale ruolo e importanza di tale personaggio nella storia e nelle vicende di quel Paese nel periodo della Riforma e quale eredità abbia lasciato nella cultura non solo transalpina ma anche europea. Damiano Berti damianoberti@ interfree.it

    Trubar non è ricordato per la sua personalità religiosa, ma per il suo contributo alla creazione di una lingua letteraria slovena. Tradusse in sloveno il Nuovo Testamento e un’edizione del catechismo. Fece per lo sloveno, in altre parole, ciò che Lutero fece per la lingua tedesca con la traduzione della Bibbia e ciò che i traduttori della Bibbia di re Giacomo fecero per la lingua inglese.
    (Dal Corriere della Sera, 27/1/2007).
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    L’esperanto contro l’inglese: una battaglia perduta

    Dal 1° gennaio l’Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l’ingresso di Bulgaria e Romania e l’introduzione del gaelico. In realtà l’inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell’inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un’Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l’Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull’esperanto e sul valore e l’importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l’esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it

    Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell’inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l’influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l’educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l’inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all’inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l’inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un’altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio
    dell’anglofonia ricorrendo all’esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all’evoluzione della società e dell’economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l’antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L’esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell’esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l’inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell’inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.
    (Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).
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    LINGUE DEL FUTURO
    L’esperanto e il cinese

    Caro Romano, negli scenari futuri lei non cita la possibile predominanza del cinese fra cinquanta anni. Già oggi, se cade la borsa di Shangai, cadono tutte le borse del mondo. Quando il cinese sarà la lingua internazionale del momento, qualcuno forse dirà la frase già detta: «Non avete voluto l’esperanto, prendetevi il cinese!». Voglio dire che sarebbe meglio risolvere questa questione sulla base della ragione, l’esperanto, più che sulla base della forza (inglese oggi, qualcos’ altro domani). Renato Corsetti renato.corsetti@gmail.com

    Ma siamo sicuri che i cinesi, dopo avere adottato l’inglese come lingua internazionale, siano disposti a imparare l’ esperanto?
    (Dal Corriere della Sera, 5/3/2007).
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    DIZIONARI
    Gli orchestranti

    Caro Romano, alla lettrice desiderosa di sapere in quale dizionario della lingua italiana esiste la parola «orchestrante», segnalo che essa è presente, come legittimo sinonimo di «orchestrale» (voce, questa, peraltro, giudicata «non bella» dal Tommaseo), nel XII volume del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia ed. Utet, dov’ è anche citata la seguente frase di Emilio Cecchi: «vedevo entrare nella sala (…) degli orchestranti con i loro strumenti musicali».
    Lino Carpinteri, Trieste
    (Dal Corriere della Sera, 5/3/2007).
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    PER LAVORO E TURISMO
    L’uso dell’inglese

    Caro Romano, ho letto la sua risposta sulla «lingua franca» e sono d’accordo che basta conoscere esclusivamente l’inglese per viaggiare. Deve essere una lingua internazionale e adesso è l’inglese, anche se è un inglese che sta sempre cambiando e non sempre per il meglio. I francesi difendono la loro lingua con orgoglio, gli inglesi no, e adesso non è soltanto la nostra lingua. Ritengo anzi che per noi inglesi sarebbe forse meglio se la lingua degli affari non fosse la nostra, per una serie di motivi e non ultimo il punto di vista culturale: nessuno vuole studiare altre lingue. Dieci anni fa ho cominciato a viaggiare in Italia per lavoro, ma non avevo la minima conoscenza dell’italiano. Crede che gli incontri in inglese mi conferissero un vantaggio? Quando i collegi volevano escludermi per loro era facile, perché fra loro parlavano in italiano. Se studiare e imparare una lingua straniera, magari a livello superficiale, non è una grande idea per gli inglesi, introdurre in Europa la lingua n. 24, per giunta prefabbricata come l’esperanto, a che serve?
    Neil Kilgallon Chislehurst (Gran Bretagna)
    (Dal Corriere della Sera, 6/3/2007).
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    LINGUA ITALIANA
    Destinata a sparire?

    Sembrano due, a mio parere, le fonti dell’«inquinamento» linguistico, ed entrambe inarrestabili. La prima è fisiologica e viene dalla globalizzazione economica e dalle tecnologie avanzate che imbottiscono la nostra, come le altre lingue, di termini inglesi. Non abbiamo altra scelta che soggiacervi se vogliamo capire e farci capire nel mondo. La seconda è patologica e viene da noi stessi, dall’uso improprio e scorretto dei verbi e degli ausiliari, degli aggettivi (sembra che il vocabolario non ne disponga che quattro: incredibile, straordinario, favoloso e stupendo), dei sostantivi, dei pronomi, degli avverbi. Per non parlare delle espressioni dialettali e di quelle che riusciranno a introdurre gli immigrati. La nostra bella lingua ce la farà a sopravvivere? Lorenzo Milanesi, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 7/3/2007).
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    PUBBLICITÀ
    L’uso dell’inglese

    Caro Romano, a proposito dell’ «Esperanto contro l’inglese», quanti sono gli italiani che sanno l’inglese? E quanti quelli che non lo sanno? Penso che in quest’ultimo caso siano (siamo) diversi milioni. Non ho nulla contro l’inglese, ma è giusto il proliferare di questa lingua dai governi per finire al festival della canzone italiana a Sanremo? Non dico di fare come in Francia, dove salvaguardano la loro lingua in maniera, forse, eccessiva, ma diamoci una regolata! Da gran parte della pubblicità ci sentiamo inviare frasi in inglese che per molti non hanno alcun significato. Basterebbe che accanto ci fosse almeno la traduzione italiana, in modo che tutti possano capire e man mano imparare l’equivalente inglese del nostro italiano. Dino Martelli, Lari (Pi)
    (Dal Corriere della Sera, 14/3/2007).
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    PAROLE INGLESI
    Il termine gay

    Caro Romano, spesso si sente condannare l’impiego di una parola inglese al posto del corrispondente italiano. Eppure, l’uso del termine «gay» viene ormai universalmente accettato; anzi, dai membri di quella comunità viene decisamente rifiutato il più preciso termine italiano «omosessuale», anche se in realtà questo non porta con sé alcuna connotazione negativa. Me ne saprebbe spiegare il motivo? Non mi risulta che per l’impiego in italiano siano mai stati proposti termini inglesi sostitutivi di «eterosessuale», come lo «womanizer» con cui qualche anno fa veniva indicato con disprezzo qualche personaggio della politica Usa troppo sensibile al fascino femminile.
    Vieri Wiechmann, Firenze

    Tutte le parole che definivano l’omosessuale si sono caricate col tempo di una connotazione spregiativa. La parola gay invece è stata utilizzata in un periodo e in un contesto in cui l’omosessualità cominciava a essere considerata una legittima differenza e addirittura, in alcuni casi, vezzeggiata. Credo che sia questa la ragione per cui è stata rapidamente adottata, non soltanto in Italia.
    (Dal Corriere della Sera, 20/3/2007).
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    COSTO DEI LIBRI
    Un confronto

    Si dice che gli italiani leggono poco. Giusto in questi giorni ho avuto modo di fare un raffronto tra il costo di un libro, pubblicato originariamente in inglese, tradotto e venduto su due mercati europei, italiano e tedesco. Il libro in tedesco costa 10,50 euro, in italiano 17,50 euro: forse che la lingua italiana è più pregiata e costosa? Aggiungo che nei supermercati e ipermercati si potevano acquistare libri con lo sconto del 25%, poi questo sconto è stato portato al 20%. Da una decina di giorni, lo sconto è stato ridotto al 15%. Come mai? E’ così che si invoglia la diffusione della conoscenza? G. Sassa gsassa@inwind.it
    (Dal Corriere della Sera, 22/3/2007).
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    EUROPA
    L’unità della lingua

    Caro Romano, l’Europa ha cinquanta anni ma, secondo me, non li dimostra.
    Lorenzo Valla, letterato del Quattrocento, sosteneva che la prima condizione per una federazione o una unione di Stati o di nazioni fosse l’unità della lingua, come le successive esperienze storiche hanno confermato. Ad oggi l’Europa ha conquistato, e neppure unanimemente, l’unità monetaria che di solito è l’ultima a comparire nei processi di riunificazione nazionale. Per anni, nella mia lunga carriera di cineasta, ho inseguito il sogno di un cinema europeo. Dal 1952 ho promosso coproduzioni con Francia, Germania e Spagna, una sola volta con la più difficile Gran Bretagna. Quasi tutti i tentativi si rivelarono fallimentari. I prodotti così realizzati ebbero, in genere, successo solo nel Paese partecipante con ruolo maggioritario, a causa della profonda diversità nella cultura e nel costume di ogni singolo Paese; diversità che neppure un linguaggio ecumenico come quello cinematografico riuscì a colmare. Alla dilagante retorica di un europeismo impossibile, non crede che sarebbe più pragmaticamente utile un patto ferreo di reciproca solidarietà tra nazioni autonome e indipendenti? Turi Vasile boscovich23@hotmail.com

    Nel Rinascimento, in società popolate da analfabeti, la lingua comune era il latino o quella parlata dalle élites nazionali di ogni singolo Paese. Oggi, come ha ricordato Alberto Ronchey nel Corriere del 27 marzo, è
    l’ «angloatlantico». Un «patto di reciproca solidarietà tra nazioni autonome e indipendenti» potrebbe forse assicurare la felice convivenza degli Stati europei, ma esporrebbe ciascuno di essi al rischio di essere schiacciato dalle grandi potenze continentali che dominano la scena internazionale.
    (Dal Corriere della Sera, 29/3/2007).

  • PARLAMENTO UE Babele linguistica

    Prima delle ferie estive ricordo di aver inviato al Parlamento Europeo una petizione via e-mail. Mi è ora arrivata una lettera dal segretario della commissione il quale mi informa che quanto da me inviato è stato ricevuto e sta seguendo l’iter standard. Vengo anche avvertito che la procedura potrebbe avere tempi lunghi sia a causa dell’elevato numero di petizioni ricevute, sia perché ogni petizione deve essere tradotta nelle venti lingue ufficiali dell’Unione Europea. Questa babele linguistica rischia di costare cara se ogni documento deve essere tradotto in tutte le lingue a uso e consumo di quei deputati che parlano solamente la propria. Sarebbe il caso che chi si candida a sedere su quelle poltrone, e quindi deve comunicare con tutta Europa, sia obbligato a dichiarare quante lingue straniere conosca e a quale livello. Se tutti i deputati del parlamento europeo conoscessero almeno due lingue principali a un livello sufficiente da garantire loro di poter comunicare con i colleghi i costi per tutti quanti si abbasserebbero notevolmente. Con quello che guadagnano potrebbero permettersi tutti i corsi di lingue che vogliono. Andrea Bucci Torino
    (Dal Corriere della Sera, 20/9/2006).
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    INSEGNAMENTO

    Coniugare i verbi Ho 77 anni e ho studiato la coniugazione dei verbi in quarta elementare. Ogni giorno il mio maestro scriveva sulla lavagna una decina di verbi, ci dava il compito di coniugarli in tutti i modi e tempi, prendeva il giornale e se ne andava. Ora non riesco a capire chi, degli insegnanti, si faccia carico di insegnare le coniugazioni: tutti sembrano lamentarsi della ignoranza dei propri alunni, ma nessuno sembra farsi carico
    dell’ insegnamento. Avendo nove nipotini, comincio a essere preoccupato. La cura che ho subito io non è stata applicata né ai miei figli, né ai più grandicelli dei miei nipoti. Che glieli debba insegnare io, il nonno, per far risparmiare tempo e fatica a coloro che sono pagati per insegnare? Ma gli insegnanti, a loro volta, avranno imparato a coniugare i verbi? Non è che noi nonni dobbiamo farci carico anche di essi?
    Antonio Catalfamo antonio.sr.catalfamo @libero.it.
    (Dal Corriere della Sera, 20/9/2006).

    L’insegnamento alle elementari

    Vorrei dire in risposta alla lettera apparsa sul Corriere del 20 settembre che alle elementari la coniugazione dei verbi viene insegnata dalla IV alla V classe. Purtroppo la concentrazione e l’attenzione nei ragazzi sono molto limitate a causa di una cultura prevalentemente visiva (play-station, internet, televisione, ecc.) che vanifica l’ impegno, anche domestico, per apprendere tabelline, poesie, verbi. Inoltre i progetti, le varie educazioni, le ore opzionali e le uscite didattiche – fortemente voluti dalle famiglie – tolgono le ore all’insegnamento della lingua italiana e della matematica. Una scuola e una società ben diverse da quelle vissute dal lettore con le quali noi docenti (sono maestra elementare) dobbiamo convivere scendendo, talvolta, a scomodi compromessi.
    Simona Borgatti simgatti@tiscali.it.
    (Dal Corriere della Sera, 21/9/2006).
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    LINGUE STRANIERE
    Siti turistici Giustamente si fa notare che nel nostro Paese il turismo ha una lunga tradizione. Ma io aggiungerei: vecchia. In Germania ho visto che il sito di Dusseldorf è fatto anche in russo, cinese, giapponese. Firenze ha un sito dell’ Apt solo in inglese e un altro sito riporta testi in inglese, tedesco e francese. Ovvero siamo rimasti ai tempi di quando i signori viaggiavano sull’Orient Express! Claudio Noacco Melzo (Mi).(Dal Corriere della Sera, 22/9/2006). Esame della patente Vorrei segnalare l’assurdità che molte motorizzazioni del Nord Italia stanno compiendo in questi ultimi mesi. L’esame teorico per avere la patente può essere infatti sostenuto in lingua straniera (inglese, francese, cinese, russo, arabo, ecc.). Credo che, essendo la patente un documento rilasciato dallo Stato italiano la cui lingua ufficiale è l’italiano, questa concessione al politically correct sia dannosa alla vera integrazione. Penso infatti che chi viene nel nostro Paese e vuole prendere un così importante documento, debba conoscere la nostra lingua. Altrimenti si rischia l’effetto di incentivare la creazione di ghetti identitari sul nostro suolo nazionale. Stefano Colangelo (Dal Corriere della Sera, 22/9/2006).
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    L’italiano nelle scuole

    Durante la mia recente vacanza in Alto Adige ho potuto constatare che ben poche persone hanno la padronanza della lingua italiana, mentre i più giovani la ignorano addirittura. Mi hanno spiegato che a scuola sono previste solo tre ore la settimana dedicate alla lingua italiana. Come facciamo pretendere che gli immigrati imparino la nostra lingua se poi permettiamo a cittadini italiani di non conoscerla?
    Felice Ravasi Genova
    (Dal Corriere della Sera, 23/9/2006).
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    LINGUA MADRE

    La banda dei suoni Caro Romano, in relazione alla lettera che contestava la diversa capacità di apprendere lingue a seconda dell’area di provenienza, vorrei dire che esistono studi che legano tale capacità alla lingua madre. Tali studi affermano che più larga è la banda di suoni della lingua madre più facile sarà per queste persone imparare altre lingue. Questo sarebbe il motivo della elevata capacità dei popoli slavi nell’apprendimento delle lingue straniere. Se poi questi studi possano dimostrare differenze fra italiani del Nord e del Sud, non lo so.
    M.Vettor marekv@gazeta.pl
    (Dal Corriere della Sera, 26/9/2006).
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    PER LA PRONUNZIA

    Dizionario online Caro Romano, l’apprezzamento manifestato un anno fa nella sua rubrica verso la mia iniziativa di aggiornare in una versione multimediale il Dizionario di ortografia e di pronunzia della lingua italiana (Dop) già edito dalla Rai nel 1969, mi ha confermato nella necessità di rendere accessibile a tutti – e non solo ai giornalisti e ai conduttori radiotelevisivi, per cui era stata inizialmente concepita – la corretta pronunzia dell’italiano. Le confermo che l’opera, dopo cinque anni di un serrato e rigoroso lavoro, sta per essere ultimata e sarà ufficialmente pubblicata online il mese prossimo. Renato Parascandolo Roma
    (Dal Corriere della Sera, 28/9/2006).
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    Il termine negro Caro Romano, ancora una volta leggo sul Corriere che il rifiuto del termine «negro» sia un’imitazione di un fenomeno nato negli Stati Uniti. Ricordo però che quando studiavo alla Cattolica e tutti usavamo tranquillamente «negro», l’insegnante di etnologia, mons. Guariglia ci invitava a non usare questo aggettivo, dietro suggerimento dei neri africani di lingua francese, che proprio allora avevano organizzato a Dakar un «festival de l’ Afrique noire» (non «nègre»). A noi sembrava un vezzo inutile, ma ci adeguammo, però ricordo che ancora alla fine degli anni Settanta la bellissima poesia angolana di Gerardo Bessa Victor era tradotta in italiano «Il bambino negro non entrò nel girotondo». Silvano Maino Cormano (Mi)
    (Dal Corriere della Sera, 8/10/2006).
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    NEGOZI
    Insegne straniere

    Sembra che molti rimangano indifferenti davanti ad alcune insegne di negozi interamente in lingua straniera e in caratteri per noi incomprensibili. Alcuni si chiedono se ciò sia lecito e provano un senso di ingiustizia nel non riuscire a capire una scritta nella propria città. Sono italiana ed ho il diritto di capire tutto ciò che c’ è scritto sui negozi, per strada e negli ambienti pubblici; ho cioè il diritto di vederlo scritto in italiano. Non è solo una questione patriottica, ma anche di sicurezza. Gli esempi sono molteplici come la macelleria araba in via Civitali 7: non riporta scritte in italiano; l’ insegna e le legende affisse sulle vetrine (senza nessuna attenzione al decoro urbano) sono solo in arabo e non accennano a una traduzione in italiano. Quello che provo non è intolleranza verso una lingua straniera è semplicemente un senso di tristezza ed insicurezza nel sentirsi stranieri in casa propria. Paola Lodolo
    (Dal Corriere della Sera, 17/10/2006).
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    DEGLI ORTODOSSI
    La lingua liturgica

    Caro Romano, qualcuno ha già criticato il fatto che il Papa, con indulto o meno, abbia dato il via libera al ritorno della messa in latino. Si teme un ritorno alle origini o alla vecchia chiesa pre Vaticano II? Secondo me no; Benedetto XVI è una persona colta e di intelligenza raffinata: non le sembra che questa «innovazione» sia fatta anche in virtù del prossimo viaggio in Turchia, durante il quale incontrerà Bartolomeo I Patriarca di Costantinopoli, con cui è possibile, e personalmente lo caldeggio, che le due chiese sorelle tornino ad essere unite? Forse il Papa ha colto quest’occasione in cui le divisioni, sembra, prevalgano sul dialogo per affrontare un tema importante e cioè la riunificazione della Chiesa universale. Il latino è il collante per far comprendere agli ortodossi che c’è voglia di unità. Non trova?
    Severino Margiotta sevejtr@yahoo.it

    Non so se il «ritorno al latino», come è stato definito un po’ troppo sommariamente, sia destinato a facilitare
    l’accordo con gli ortodossi. La lingua liturgica di una larga parte della Chiesa ortodossa è l’antico bulgaro.
    (Dal Corriere della Sera, 18/10/2006).
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    CONFRONTI «Nero» e «negro»

    Caro Romano, torno sull’argomento di «nero» e «negro». È vero che nel parlare comune aggiungere a un termine l’aggettivo «nero» significa spesso connotarlo negativamente: si pensi, ad esempio, a «giornata nera», «pecora nera»; ma soprattutto si rifletta sull’etimologia del verbo «denigrare». Tutto ciò premesso, chiamare «negre» le genti originarie dell’Africa subsahariana non ha di per sé niente di offensivo. È un termine che ci viene dallo spagnolo: significa solo e soltanto «nero» e si limita a riportare una caratteristica evidente, come noi europei eravamo i «visi pallidi» per Toro Seduto e compagni (e nessuno se ne offendeva) e tuttora le genti bantu sono i «nasi schiacciati» per alcune popolazioni del Corno d’Africa. Inoltre, in italiano antico o letterario, spesso si diceva «negro» invece che «nero». Scrivere «la negra terra», o «le negre navi», non era politicamente scorretto. Claudio Giomini Claudio.Giomini@ uniroma1.it

    Secondo il Vocabolario Zingarelli «denigrare» significa in origine «tingere di nero» ed è quindi sinonimo di offuscare, oscurare. Un altro caso in cui «nero» non ha nulla a che vedere con gli africani, la cui pelle, comunque, è più marrone che nera.
    (Dal Corriere della Sera, 28/10/2006).

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