Lettere al Corriere gennaio 2014.

Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

SINDACO DI NEW YORK.

Il nome corretto

Caro Romano, inconcepibile, mi permetta, che lei usi scrivere «de Blasio» con la «d» minuscola ovviamente riservata ai nobili. La prego, scriva correttamente «De Blasio»! Eurico Gaspar Dutra IIaspardutra@libero.it

Ho usato la grafia del New York Times , vale a dire del maggiore giornale della città di cui de Blasio è sindaco. Non credo che il primo cittadino di New York, quando scrive il suo nome, abbia l?obbligo di attenersi alle regole della nobiltà europea. E non credo che spetti a noi il compito di dirgli come scrivere il suo nome.
(Dal Corriere della Sera, 9/1/2014).

Jobs Act P

Perché i nostri governanti vogliono sempre umiliare l’italiano e gli italiani lanciando le loro nuove iniziative di lavoro con roboanti titoli in lingua inglese? Forse per tentare di confonderci le idee? In effetti dire «Revisione della spesa» invece di «Spending Review» avrebbe messo in evidenza il fallimento dell’iniziativa: invece di una riduzione della spesa ha finito per essere un aumento di tasse. Ora c’è il «Jobs Act» ancora più ermetico, perché Job vuol dire lavoro oppure affare (anche poco pulito) oppure rapina…
Rina Lazzetti , r.a.lazz@alice.it
(Dal Corriere della Sera, 9/1/2014).

STORIA DI UNA PAROLA AMBIGUA IL POPULISMO DI IERI E DI OGGI

Il degrado delle istituzioni sembra essere anche conseguenza dell’improprio uso di molti lemmi. Per esempio: il populismo, che era un’ideologia che vedeva nel popolo un modello etico e sociale, è stato degradato al livello di razzismo: il peggior epiteto che si possa attribuire a una persona. Perché? Qual è l’origine di questa trasformazione?
Giorgio Ricci , gricci35@hotmail.it

Caro Ricci, La parola «populista» ha un’origine latina, ma secondo il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia fu usata anzitutto in Gran Bretagna, verso la fine dell’800, per tradurre «narodnik (da narod, popolo)»: il termine russo con cui erano definiti i militanti di un movimento politico e sociale nato per «andare al popolo», per strappare le plebi dell’impero zarista alle loro miserevoli condizioni di vita. Il movimento era ispirato dall’amore per gli umili, dalla convinzione che soltanto nel loro cuore fossero depositati i semi della bontà, della giustizia e della verità, i valori che avrebbero redento l’umanità. Questa idealizzazione del popolo ispirò in quegli anni un grande numero di operatori sociali, missionari, intellettuali e lasciò tracce importanti nella letteratura verista e naturalista tra l’Ottocento e il Novecento. Ma produsse anche alcuni fra i più sanguinosi attentati, soprattutto in Russia, dei decenni che precedettero la Grande guerra. Le prime critiche vennero dai marxisti e in particolare da Lenin, a cui non parve realistico pensare che la trasformazione della società potesse essere affidata allo spontaneismo di gruppi che agivano in mo d o conf u s o e velleitario. Per cambiare il mondo, occorrevano organizzazione, disciplina, una valutazione «scientifica» degli eventi storici, una strategia rivoluzionaria. Nato in Russia, il populismo trovò in quel Paese i suoi critici più severi. Nell’Europa centro-occidentale, dove le condizioni delle masse popolari erano complessivamente migliori e i partiti socialisti potevano agire pubblicamente, il populismo non mise radici. Ma alcune delle sue tesi preferite sulle innate virtù del popolo finirono nel bagaglio ideologico di alcuni ambiziosi uomini politici che ne fecero un uso spregiudicato e si atteggiarono a incarnazione della volontà popolare. Vi sono tracce di populismo in tutti i sistemi autoritari e totalitari del ‘900. Il culto tributato a molti dittatori, da Mussolini a Stalin, ha una evidente matrice populista. Nelle democrazie contemporanee esiste da qualche anno un neo-populismo in cui un tribuno della plebe «va al popolo» per spiegargli che è vittima della globalizzazione, della Commissione di Bruxelles, dei «poteri forti», degli immigrati. Soltanto lui, il tribuno, è capace di interpretare i suoi sentimenti e battersi per i suoi diritti. Il popolo, in altre parole, ha sempre ragione, ma la distanza che separa questo slogan da un altro («Mussolini ha sempre ragione ») è brevissima.
(Da corriere.it, 10/1/2014).

Euro senza plurale

Caro Romano, in Italia l’euro è sempre singolare. Sarà un presagio negativo, visto che in tutti i Paesi dell’eurozona la moneta è anche plurale e solo in Italia si usa il solo singolare?
Edoardo Rabascini , rabax@tiscali.it

A me risulta che anche in tedesco la parola euro è invariabile.
(Da Corriere.it, 20/1/2014).

Desueto, ma efficace

«In tutti i Paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorte: i pochi che comandano, l’universalità che serve e i molti che brigano». Pare che la situazione non sia mutata poi molto dai tempi in cui veniva espresso il pensiero di Ugo Foscolo ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. E con quel termine desueto «brigano» si individua perfettamente quell’accozzaglia di faccendieri, trafficoni e maneggioni, corruttori e lobbisti che sguazza nel torbido della nostra politica e burocrazia.
Mauro Luglio
(Da corriere.it, 24/1/2014).

Impegno maggiore

Si insiste affinché i nostri figli imparino bene l’inglese. Ma siamo certi che gli insegnanti si impegnino con assiduità nel conversare con loro in modo fluido e diretto? 
Carlo Radollovich , carlo.radollovich@libero.it
(Da corriere.it, 26/1/2014).

Mario Balotelli

Non di rado l’anagramma ci azzecca. Infatti, riposizionando vocali e consonanti di Mario Balotelli si ottiene praticamente la frase «Il Rambo iellato». Frase che, visti gli ultimissimi accadimenti, non abbisogna di chiose aggiuntive.
Leone Pantaleoni , lpanta@alice.it
(Da corriere.it, 29/1/2014).

 

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