
Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.
Appello per salvarli.
Caro Romano, ciò che non si riesce a far capire agli italiani è che la morte del congiuntivo va ben al di là della semplice comprensione del testo: non è perdita di contenuto, ma perdita, ben più grave, del senso critico che la nostra bellissima lingua possiede. Se io dico «penso che tu sei bravo», chi mi ascolta capisce ugualmente il mio messaggio, ma lo dà per certo ed irrefutabile. Ben diverso è dire «penso che tu sia bravo», che rende meglio l’idea del percorso che ha compiuto il mio pensiero per arrivare ad esprimere un parere che può anche essere sottoposto a giudizio. Chi non esprime il suo congiuntivo non dà agli altri l’espressione reale del suo pensiero, presentandolo come assoluto. Ecco perché tendo a scansare le persone che non hanno mai dubbi e che hanno dimenticato da tempo i propri congiuntivi. Ritengo che sia arrivato il momento per sostenere un ritorno alla pienezza dell’espressione linguistica tale da fare in modo che tutti possano essere in grado di esprimere i propri dubbi.
Marco Gambella
Non ho l’abitudine di firmare manifesti, ma un appello intitolato «Salvate il congiuntivo » lo firmerei volentieri.
(Da corriere.it, 1/7/2013).
La pronuncia esatta
Il nuovo sponsor della squadra di Moratti è Deutsche Bank. Posso fare un appello ai giornalisti televisivi perché venga pronunciata anche la «e» finale di Deutsche, cioè l’aggettivo declinato al femminile? Non vorrei dover sopportare per un anno di sentire «doic»!
Gianluigi Melesi , gmelesi@hotmail.it
(Da corriere.it, 6/7/2013).
Il termine inglese
La parola inglese «recommendation» vuole dire raccomandazione, come in italiano, ma anche esortazione, consiglio. Dalla Ue non riceviamo raccomandazioni ma esortazioni, consigli. Però la parola inglese viene sempre resa con il primo termine!
Roberto Macchia, Livorno
(Da Corriere.it, 11/7/2013).
RACCOMANDAZIONI/ 2Il termine inglese
La parola inglese «recommendation» vuole dire raccomandazione, come in italiano, ma anche esortazione, consiglio. Dalla Ue non riceviamo raccomandazioni ma esortazioni, consigli. Però la parola inglese viene sempre resa con il primo termine! Roberto Macchia, Livorno
(Dal Corriere della Sera, 11/7/2013).
Termini tecnici
In questi giorni i pensionati stanno ricevendo una enigmatica comunicazione dell’Inps nella quale vengono invitati a informare l’Ente di tutti i dati relativi alle loro pensioni. Nulla di strano se il linguaggio usato dall’Inps fosse chiaramente comprensibile. Invece non lo è poiché si tratta di un invito affinché vengano precisati i dati «online» previa richiesta del «pin» indicando le prime otto cifre del «code» che per motivi di sicurezza dovrà essere poi immediatamente cambiato. Una lettera insomma, comprensibile solo a tecnici informatici o a persone esperte di questo linguaggio ma di difficile comprensione per la stragrande maggioranza dei comuni pensionati ai quali si affida troppo spesso e ingenerosamente la nostra burocrazia. Nicodemo Settembrini
(Da corriere.it, 23/7/2013).
Evitare il termine eletti
Capita di sentire in tv il termine «gli eletti» con riferimento ai parlamentari. Vorrei che si evitasse di prendere ulteriormente in giro noi cittadini, giacché sono ormai diversi anni che attendiamo invano la restituzione del nostro diritto di scegliere (ed eleggere) i cosiddetti «rappresentanti del popolo». Vincent Tucci , vtucci@yahoo.com
(Da corriere.it, 2/9/2013).
Termine impreciso?
Riguardo ai frequenti omicidi di donne è entrato nell’uso il termine femminicidio. Ma credo che esso sia inadeguato e forse andrebbe sostituito da muliericidio. Femmina non significa donna, o ragazza: ci sono femmine di moltissime specie animali non umane. «Mulier» significa donna, dal latino come «cidio». Mariano Della Vedova , mariano.dellavedova@tiscali.it
(Da corriere.it, 4/9/2013).
FIUME, POLA E ZARA COME RICORDARE IL PASSATO
La Associazione Coordinamento Adriatico è attiva dal 1993 nella tutela e valorizzazione del patrimonio storico-culturale della Venezia-Giulia e della Dalmazia, insieme con le più risalenti sigle sorelle dell’associazionismo degli esuli. Giova in questo senso ricordare come la Legge 30/03/04 n. 92 sia giunta allo scopo di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Note dolenti del recente panorama culturale, turistico ed editoriale del nostro Paese rimangono ancora in questo senso la toponomastica e la cartografia piana di quelle terre— Istria, Quarnero, Fiume e Dalmazia —che con le loro province (Pola, Zara e Fiume) e territori furono prima e lungamente venete e poi italiane per lingua, tradizione e cultura e quindi lo divennero a tutti gli effetti politici e amministrativi in parte dopo i trattati seguiti al primo conflitto mondiale (1919) e nel loro complesso con il successivo Trattato di Roma (1924). Non ritiene, come crediamo noi, finalmente auspicabile—da parte dei nostri quotidiani, delle guide turistiche e dell’editoria più in generale— una maggiore attenzione con l’uso dei toponimi originari accanto a quelli attuali (magari anche in forma bilingue) a tutela della memoria storica di quelle terre e in coerenza alla realtà storica effettiva del nostro Paese?
Giuseppe de Vergottini
Caro De Vergottini, Conosco il dramma degli italiani di Fiume, Zara, Pola e so che hanno buoni motivi per lamentare la fretta con cui una buona parte della società italiana si è sbarazzata dell’ingombrante ricordo delle loro sventure. La freddezza e l’ostilità con cui il treno degli esuli fu accolto alla stazione di Bologna è una brutta pagina di storia nazionale. Il passato di quelle città è un patrimonio culturale italiano che andrebbe rispettato e coltivato. Ma ho qualche volta l’impressione che nella nostalgia istriana e dalmata vi sia una inutile componente revanscista e, in qualche caso, un vecchio pregiudizio antislavo. Pola e Zara sono state indubbiamente italiane. Fiume era probabilmente più mitteleuropea che italiana,ma anche i suoi cittadini ungheresi e croati parlavano italiano ed erano legati alla penisola da un forte vincolo culturale. La loro sorte, tuttavia, non è molto diversa da quella che ha colpito, fra la prima e la Seconda guerramondiale, molte città europee. Breslau s i c h i a m a W r o c l a w , Königsgberg si chiama Kaliningrad, Danzig si chiama Gdansk, Pressburg si chiama Bratislava. Come Zara, molte di queste città hanno perduto i segni distintivi della loro identità architettonica. Tutte sono abitate da nuovi «indigeni» che parlano la loro lingua, hanno i loro ricordi e non vogliono essere trattati come estranei in casa d’altri. È pratico e utile chiamare queste città con il loro vecchio nome nelle guide turistiche e nelle carte geografiche di viaggiatori contemporanei? È utile per i nostri dalmati e istriani vivere con gli occhi costantemente rivolti al passato? Questo non significa che sul passato italiano di Fiume, Pola e Zara occorra calare definitivamente il sipario. Ma riusciremo a conservare le loromemorie italiane soltanto se anche i loro nuovi cittadini ne saranno orgogliosi. Durante un viaggio a Kaliningrad, qualche tempo fa, ho constatato che i suoi abitanti (tutti russi, ucraini, bielorussi e più generalmente postsovietici) sono lieti di appartenere a una città che fu patria di Kant e sede regale della Prussia orientale. Coordinamento Adriatico potrebbe promuovere iniziative per suscitare lo stesso orgoglio negli abitanti slavi di Fiume, Pola e Zara. Credo che sarebbero bene accolte e che tutti potremmo trarne vantaggio.
(Da corriere.it, 4/9/2013).
Nomi non tradotti
Caro Romano, mi permetta di dissentire dalla sua risposta del 4 settembre in ordine ai nomi delle città italiane cedute al termine dell’ultimo conflitto mondiale. È vero che oggi si chiamano con altri nomi. Ma questo vale per tutte le città del mondo. Io non ho mai sentito, nemmeno da lei, parlare di London, Paris, Mockba etc. Ho sempre sentito chiamarle con toponimi italiani.
Bruno Lombardi , bruno_lombardi@email.it
Giusta osservazione. Non dimentichi tuttavia che l’uso di tradurre nella propria lingua il nome delle città straniere sta progressivamente scomparendo e sopravvive soltanto per le denominazioni più tradizionali (Londra, Parigi, Berlino, ecc.). Ma non per tutte. Oggi preferiamo scrivere e dire New York anziché Nuova York come accadeva sino alla Seconda guerra mondiale. E pochi capirebbero se i giornali scrivessero Ragusa anziché Dubrovnik.
(Da corriere.it, 8/9/2013).
Portoghesi e italiani
Non sarebbe l’ora di finirla di utilizzare certi termini, chiaramente offensivi, evocatori di un passato che non esiste più? Mi riferisco, in particolare, a «repubblica delle banane», con riferimento a Paesi del Centroamerica, per identificare nazioni senza regole, a «maggioranze bulgare», per ricordare maggioranze prossime al 100% di un Paese ex comunista e a «portoghesi», affibbiato a chi evita di pagare il biglietto sui mezzi pubblici. Anche il termine «italiani» pare che venga utilizzato non appropriatamente all’estero.
Teresiana Eliodeni , terry420@hotmail.it
(Da corriere.it, 9/9/2013).
Il «parkbuckling»
Raddrizzamento della Costa Concordia: è la prima volta al mondo che si realizza un’impresa del genere. Luogo dell’evento, l’Italia. Ma non si tratta di un raddrizzamento, bensì di un «parkbuckling». Italia: dall’inglese «Italy»…
Luigi Lunari , luigi.lunari@libero.it
(Da corriere.it, 18/9/2013).
Moderare le parole
Vorrei consigliare a Matteo Renzi di essere più moderato nei termini quando parla dei suoi avversari politici. Frasi come: «se andiamo alle urne li asfaltiamo», scatenano, è vero, applausi fragorosi, ma non si addicono a chi cerca consensi anche dalla parte politica che vorrebbe asfaltare.
Monica Alessandri , monicalessandri@hotmail.it
(Da corriere.it,19/9/2013).
Rohani o Rouhani?
Caro Romano, vorrei che mi chiarisse un dubbio: il presidente iraniano si chiama Rohani oppure Rouhani? Claudio Signorini
Quando occorre traslitterare un nome o una qualsiasi parola in caratteri latini le soluzioni possibili sono almeno tre: usare una traslitterazione scientifica, vale a dire concordata dagli studiosi e valida per tutti i Paesi che usano lo stesso alfabeto; rendere il suono per quanto possibile vicino a quello della lingua originale; adottare la grafia più diffusa sulla stampa internazionale. Sulla base di questi criteri il mondo sembra essersi diviso tra Rohani e Rouhani. Lawrence d’Arabia si ritenne libero di cambiare più volte a suo piacimento la traslitterazione di un nome nello stesso libro. Quando l’editore glielo fece notare, rispose che i metodi scientifici andavano bene per coloro che conoscevano l’arabo, ma erano assolutamente inutili per gli altri. Probabilmente avrebbe detto lo stesso se si fosse riferito al «farsi», la lingua degli iraniani. A me sembra che l’importante sia fare una scelta e restarle fedeli.
(Da corriere.it,30/9/2013).















