Lettere.

Adesso pure le sette lingue fin da neonati?

Abito in Germania e mio figlio parla due lingue, quindi tempo fa ho pensato d’iscrivermi ad un gruppo per genitori che crescono figli bi- e multilingue, per poter scambiare pareri e consigli vari con altri mamme e papà. Beh devo proprio dirlo: a me questo gruppo pare un covo di esaltati fanatici. Chi fa i salti di gioia perché il figlio di sei mesi dice “gugugu” in sette lingue diverse (ma lasciarlo sbavezzare in pace, no?), chi vuole iscrivere il bebè trilingue al corso di ungherese, così già che c’è ne impara una quarta (allo scozzese antico hai già pensato? Potrebbe tornare utile e se lo impara da piccolo, tra una poppata e l’altra, è meglio) e chi si preoccupa perchè l’erede, pur parlando otto lingue, non riesce a dire “triangolazione” in sudanese e si chiede se sia il caso di portarlo dallo psicologo (in effetti potrebbe avere un blocco, meglio correre ai ripari finché si è in tempo). Per non parlare della gara a chi è la famiglia più mista con il maggior numero di lingue e le maggiori stranezze (“Ciao, sono greco-portoghese, mio marito è afro-siciliano e viviamo tra Svizzera e Danimarca. Avrei una domanda: nostro figlio, nato a Puerto Rico e fluente in spagnolo…”. Risposta: “Io sono bangladeshiana-olandese-zulu con partner franco-eschimese. Tra noi comunichiamo in curdo e i nostri cinque figli parlano ognuno nove lingue con il sanscrito come idioma comune, Quindi temo che i nostri casi siano troppo diversi e di non poterti aiutare. Ciao”). Allucinante. Mi viene solo da dire: volete lasciare un po’ in pace i vostri figli? Lasciateli vivere la loro infanzia in serenità, senza l’obbligo di essere performanti a soli cinque anni. Già, poveretti, fin dall’asilo sono coinvolti in decine di attività ludico-motorio-psico-educative, che una volta si chiamavano “gioco”. Adesso pure le sette lingue fin da neonati? Eh no. Lasciate che si divertano e si sporchino nel fango senza pensieri, che per imparare il siriano, il copto e il gaelico avranno tempo tutta la vita.
Evelina Dietmann, eireen74@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 4/11/2016).

Un nuovo metodo per insegnare la pronuncia inglese

Gentile Severgnini,
ho più o meno la sua età e fino a un mese fa, e per gli ultimi vent’anni, facevo un lavoro in cui ero ben retribuita e ben considerata, ma che non amavo e non mi stimolava più. Ho deciso cosi’ di cambiare vita e tornare al primo amore, l’insegnamento dell’inglese, che ho praticato in passato per 15 anni. Ma non sto parlando di insegnare General English. Mesi fa, facendo delle ricerche mi sono imbattuta in un metodo per insegnare la pronuncia inglese che mi ha letteralmente sbalordito per logica, immediatezza ed efficacia dell’approccio, cosi’ lontano da cio’ che ci hanno insegnato a scuola. E’ stato un innamoramento immediato e una tale illuminazione (San Paolo docet) che ho desiderato subito conoscerne l’ideatore, il professore inglese Adrian Underhill. Ho avuto la gioia di scoprire che in luglio avrebbe tenuto un master per insegnanti a Cambridge per due settimane, e cosi’ questa estate ho fatto il corso, fondamentale, e conseguito un attestato (Pronunciation and Storytelling). Ora, benché il metodo sia diffuso in tutto il mondo, è pochissimo conosciuto qui da noi, e Adrian Underhill mi ha confidato che per quanto lui ne sappia in Italia non esistono corsi che lo insegnano. Ho allora deciso, con la sua supervisione, di aprire dei corsi a Milano. Non le ho ancora detto di cosa si tratta, ma le ho dato un nome. O forse sa già di cosa sto parlando? Come lei condivido l’indignazione e l’orrore per certe pronunce, soprattutto quelle dei media e mi piacerebbe poter dare il mio contributo per migliorare le cose. Oltre al mio passato di insegnante, da 5 anni frequento una scuola di teatro, English Drama Course, in cui recitiamo in inglese (dal prossimo gennaio ci costituiremo in compagnia teatrale!). Tutto cio’ mi ha dato padronanza e verve particolari nel tenere la classe (piccoli gruppi di max 8 studenti) e nel coinvolgerla facilitandone l’apprendimento. E, ça va sans dire, una buona dizione inglese.
Il sito è – http://www.corsipronunciainglese.it/ – e una pagina facebook, appena nata.
La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato, con i migliori saluti,
Elisabetta Alborghetti, elisabetta.ab@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 4/11/2016).

L’Italia e la competenza linguistica nelle aziende

Caro Severgnini, cari Italians, l’ultima edizione del report a livello mondiale sulla competenza linguistica nelle aziende – EF EPI – ( http://www.ef-italia.it/epi/ ) mostra che l’inglese dei lavoratori italiani ha ancora molta strada da fare. Il livello medio infatti è intermedio-basso, e il nostro paese si trova solo al 20esimo posto per padronanza dell’inglese, nella classifica mondiale stilata da “EF Corporate Solutions”. Ai primi posti Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia. Prima di noi anche Portogallo, Polonia, Malesia e Slovacchia, oltre a Germania e Spagna.
Inoltre il report ha evidenziato che il livello di inglese del settore istruzione in Italia, è A2. Mentre settori dall’elevata esposizione internazionale, come l’aviazione e la logistica hanno una competenza linguistica ancora più bassa. La ricerca è stata condotta su più di 510.000 persone appartenente a 2.078 aziende in 40 paesi nel mondo. L’Italia ha investito in formazione linguistica aziendale negli ultimi due anni (+7,92%) ma comunque siamo a metà classifica.
Giulia Guzzetti, gguzzetti@lbdi.it
(Da italians.corriere.it, 19/11/2016).

L’italiano parlato in Istria

La lettera intitolata «Istria e Dalmazia, minoranze italiane» (Corriere, 5 novembre) mi ha alquanto sorpreso. Sono stato ultimamente a Pola per ristrutturare la tomba e sbrigare alcune pratiche ereditarie. Tutti i colloqui si sono svolti in italiano e persino nel nostro dialetto: il marmista, la fioraia, il custode del cimitero (in futuro monumentale) che cortesemente mi ha aiutato a trovare la tomba di un`amica scomparsa; la gentilissima funzionaria del Tribunale, il notaio e tutte le persone che ho avvicinato. L’inglese non l’ho mai sentito! Gradita la sorpresa avuta dai giovani. In un breve pellegrinaggio, mi sono recato anche al tunnel scavato sotto la collina, rifugio ai ripetuti bombardamenti che hanno colpito la città e inserito ora in un tour turistico. Guida, una studentessa diplomata al nostro liceo, padrona di un fluido e perfetto italiano, prova di un ottimo risultato ottenuto. Come si vede, l`italiano in Istria è vivo e vegeto grazie ai nostri compatrioti rimasti e ai croati che non disdegnano di parlarlo. La mia testimonianza è legata a quella dei tanti italiani che trascorrono le ferie in queste località. Ruggero Cipolla, anna.bert@alice.it
(Dal Corriere della Sera, 21/11/2016)..cu

Hillary Clinton e il termine “deplorable”

Gentile dott. Severgnini, vista la sua quarantennale frequentazione degli States e come scrittore sull’argomento (non dimentico il suo “Lezioni semiserie”) mi rivolgo a lei per un problema linguistico. Riguarda la sfortunata parola “deplorables” usata da Hillary Clinton. L’ho vista tradotta in svariati modi: il più comune “miserabili”, ma anche deplorevoli (un “falso amico” anglosassone”?). Poi “spregevoli”, “pezzenti” e forse anche altre traduzioni che non ho colto. Mi piacerebbe sapere come può essere resa in italiano, in quanto “deplorevoli” non mi sembra abbia un significato tanto dispregiativo (in italiano, almeno). Grazie per una risposta,
Roberto Rossandich , roberto.rossandich@tiscali.it

“Deplorevoli” è una traduzione accettabile: ma in italiano perde forza. Forse “mentecatti” è più vicino al senso del vocabolo e all’occasione in cui è stato pronunciato (spiega anche le conseguenze che ha avuto per Hillary C.: nefaste).
(Da italians.corriere.it, 22/11/2016).

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