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L’esploratore che vive tra gli inuit. “Giù le mani dalla Groenlandia”

Intervista a Robert Peroni

L’esploratore che vive tra gli inuit. “Giù le mani dalla Groenlandia”
«Un disastro. Sarà un disastro». In quaranta anni di vita in Groenlandia al fianco degli inuit, Robert Peroni non ha assimilato il loro fatalismo. L’esploratore, alpinista e scrittore italiano, ormai residente in Groenlandia, vede tutti i pericoli del rinnovato interesse degli Stati Uniti di Trump per la grande isola dell’Artico.

Perché la atterrisce l’idea di Trump di comprare la Groenlandia dal governo danese?

«I motivi per cui la sovranità statunitense peggiorerebbe ulteriormente la situazione degli inuit e della loro terra sono molteplici. La Groenlandia è uno scudo tra le mire espansionistiche russe e quelle americane già dalla Seconda guerra mondiale, quando era stata fatta la prima ipotesi di acquisizione statunitense. In quegli anni, l’America ha costruito basi militari scavando nei ghiacci e ne ha fatto uno dei maggiori depositi di missili per arginare gli armamenti russi. Trump vuole ricandidarsi e vincere: l’argomento della sicurezza nazionale per lui è sempre una chiave di propaganda formidabile. Dicendo che vuole comprare la Groenlandia, mostra agli americani che vuole mantenere salde le basi missilistiche».

Trump, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, avrebbe tastato il terreno con la Danimarca, non una parola sugli inuit, che sono il 90 per cento della popolazione.

«E questo è la prova più evidente della tragedia degli inuit: nessuno parla di questo popolo che noi europei abbiamo già ridotto alla fame. Quando sento affermazioni come quelle di Trump, e anche il modo in cui vengono accolte, a volte mi dico davvero che siamo ormai una civiltà malata».

Gli inuit dei villaggi non hanno forse idea di cosa dice Trump, ma nella capitale Nuuk e a Tasiilaq, dove vive lei, come è stata commentata la cosa?

«Nessuno lo prende sul serio e questo non dipende soltanto dalla nomea che si è fatto il presidente americano. Gli inuit sono abituati a vivere in un clima talmente inospitale che hanno fatto dell’accettazione un’abitudine di vita. Sono una popolazione meravigliosa, che non ha mai fatto una guerra, perché per loro l’unica lotta è quella per sopravvivere in una terra bellissima, ma davvero difficile».

Sentono la minaccia del cambiamento climatico?

«Ecco, immaginate il pericolo ulteriore della politica di Trump, che nega il riscaldamento globale, sull’ecosistema della Groenlandia. Gli americani non hanno avuto remore a bucare montagne di ghiaccio per costruire le basi militari, figuriamoci che cosa comporterebbe un ulteriore sfruttamento minerario. Sarebbe una catastrofe ecologica e non soltanto per gli inuit: scavi e sfruttamento toccherebbero le profondità del mare e ghiacciai fondamentali per l’intero pianeta. È una minaccia di cui devono farsi carico tutti, non soltanto la Groenlandia, il cui ruolo per la salute di tutto il pianeta è cruciale».

Arrivato in Groenlandia nel 1980 per una spedizione, non è più andato via. Quali sono i segnali più evidenti del cambiamento climatico?

«Il ghiaccio è più sottile, molti posti che si raggiungevano a piedi ora richiedono un trasferimento in barca. A parte il picco di calore di quest’estate, però, quel che è più pericoloso è il riscaldamento del mare. Possiamo già prevedere che i banchi di pesce si sposteranno e le magre risorse degli Inuit diminuiranno ancora. Gli orsi bianchi si avvicinano ai centri abitati».

Come stanno reagendo gli inuit all’emergenza climatica?

«È un popolo che non si lamenta mai. Sono seminomadi, per cui si spostano in cerca di zone migliori di caccia, ma è evidente che c`è carestia. Le restrizioni sul commercio di pelli e di prodotti di foca danneggiano fortemente gli inuit, per i quali la caccia a questi animali, mai praticata in modo brutale come invece hanno fatto gli europei, è essenziale».

Non hanno altre forme di sostentamento?

«Adesso cercano di guadagnare qualcosa con il turismo, ma il senso di disagio di chi vive in contesti urbani è evidente. La televisione è arrivata anche qui, e con questa il consumismo, per cui molti inuit stanno perdendo il senso della loro cultura, ma in cambio di nulla. Qui si cerca di fare turismo sostenibile, ma sta alle persone che scelgono di venire in Groenlandia capire la straordinarietà di questo Paese».

Cristina Nadotti | La Repubblica | 18.8.2019

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