L’Enel contro le comunità indigene di Cotzal

Guatemala spacciati come "green economy", i progetti sono invece devastanti

L’arroganza dell`Enel contro le comunità indigene di Cotzal

Valentina Vivona°

Non te lo nasconde, Enel. Nella sua pubblicità, dall’alto di una montagna, un operaio adulto illustra all’operaio giovane la bellezza delle energie alternative, realizzabili se si investe in Enel Green Power.
La prima immagine che emerge dal loro binocolo è una mega-diga. L’operaio adulto ride soddisfatto.
Perché, allora, sorprende ed indigna il caso di Enel Green Power in Guatemala?
In Guatemala, intere popolazioni rischiano l’inondazione delle terre che garantiscono
loro la sussistenza e denunciano l’indifferenza di Enel alle loro richieste di – almeno – una compensazione abitativa ed economica. Fonti locali riferiscono che i dirigenti della compagnia abbiano prima accettato di discutere con le popolazioni le loro esigenze, salvo poi dichiarare di non potere muoversi "per condizioni meteo avverse". Ma la giustificazione di Enel risiede nella necessità di guardare (con il binocolo) al futuro: l’agricoltura è il passato, come è noto.
Green Power significa energia verde. Verde come la Patagonia cilena. Enel ha appena
ricevuto l’autorizzazione a costruire 5 mega-dighe che forniranno elettricità non alle piccole comunità residenti nella quasi incontaminata riserva naturale cilena, ma alle miniere di rame di proprietà straniera site migliaia di chilometri più a nord. La rete di trasmissione che si dovrà costruire (e su cui la commissione ambientale si deve ancora pronunciare) rischia di danneggiare irreversibilmente nove regioni del paese. Per questo circa il 70% dei cittadini cileni si è dichiarato contrario al progetto e, il giorno dell’approvazione, è sceso in strada per manifestare; pacificamente, perché dalla loro parte non ci sono interessi privati da difendere, ma solo il patrimonio naturale comune. E per questo hanno ricevuto, come risposta, violenza e detenzioni immotivate da parte di chi "guarda lontano", agli affari lontani e non a paesi la cui eco di protesta non arriva sin qui in Europa.
In Europa, del resto, è un’altra la politica energetica "verde» adottata. Enel si è contraddistinta negli ultimi anni per aver acquisito società dissanguate proprio dai costi di questi mega-progetti. In Cile è successo con Endesa, nell’Europa dell’Est con le molte imprese che non potevano più sostenere le spese per la costruzione di centrali nucleari nuove. Così nuove da essere state ideate – in Bulgaria, Romania o Russia – alla fine degli anni Ottanta, poi congelate e ora riprese in mano da Enel, che punta a tenere bassi i costi di realizzazione soprassedendo sulla sicurezza degli impianti. Tanto il rischio di incidenti è pari a quello di un terremoto pari ai 9 gradi Ridhter in Giappone.
La strada nucleare ha, inoltre, una nuova grande opportunità: l’Italia. Con la legge 99/2009 l’Italia decide di "guardare di nuovo al futuro". Lo stesso futuro prospettato venticinque anni fa, e a cui la cittadinanza aveva già rifiutato lo sguardo al referendum del 1987. Se il 12 e i113 giugno non ci sarà una nuova sollevazione contro il nucleare, ENEL potrà dare avvio alla costruzione di quattro impianti nucleari nel paese. Le centrali non fornirebbero energia prima del 2020, mentre i costi si prefigurano enormi.
Attualmente ENEL ha un debito di circa 45 miliardi di euro. Considerando i costi del nucleare e il preventivo da 5 miliardi di euro per il progetto in Patagonia, non è un caso che nello spot non venga mai pronunciata la parola "sostenibilità", intesa come sostenibilità finanziaria o ambientale. La parola "verde", del resto, suona più orecchiabile e comporta meno responsabilità.
"Scegli chi guarda al futuro", recita il claim della pubblicità di Enel Green Power.
L’Italia può sceglierlo davvero, il 12 e il 13 giugno: andando a votare peri referendum
e mettendo una croce, come recita la campagna, sul ritorno del nucleare
nel nostro paese.
Ass. A Sud
(Da Liberazione, 20/5/2011).

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