LE START UP hanno rotto il cazzo.

Siete nell’unico pub del paese, la comitiva si è riunita per salutare Carla, che ha deciso di fare un’esperienza esaltante: un anno a raccogliere pere williams in una fattoria australiana. Un’esperienza esaltante quanto pulire zoccoli di gnu in Zimbabwe, pensi da quando te ne ha parlato al telefono la prima volta. Ma non glielo dici, non ti va di fare polemica; sei stranamente sereno. È una bella serata di inizio ottobre, l’autunno ancora non dà segni di vita. La tavolata è allegra: Mario già ubriaco descrive accuratamente alla cameriera la base aliena poco fuori San Giovanni in Persiceto (assicura di esserci stato sabato scorso e di aver mangiato tagliatelle al sugo di lepre); Mimmo intrattiene una gnocca modenese di livello medio-alto parlando male della sua ex, una parrucchiera di Carpi che ora sta con un pugile professionista; Camilla è accompagnata dal suo nuovo fidanzato, un hipster pisano (occhialoni con montatura nera, t-shirt “Berlino è come il vino”, camicia sbottonata con maniche arrotolate e barba d’ordinanza).

Si beve birra scura mentre la Carla ammorba tutti coi suoi discorsi sulla straordinaria terra d’Australia. Dice che ci sono i canguri addirittura in strada e nei parchi. Provi a chiedere se usano il preservativo o praticano il coito interrotto ma vieni immediatamente fulminato da un’occhiataccia della Camilla. Nel frattempo Mario si è alzato in piedi e ha proposto un brindisi a piena voce. “Alle vegetariane, che non fanno i pompini ma adorano le zucchine!Ahahahahaha”. Pensi che se non esistesse bisognerebbe inventarlo.

La serata procede quasi liscia. Alle dieci e dieci Mario fa lo sgambetto alla cameriera. Così, per puro divertimento. Lei cade e rovescia quattordici pinte di birra addosso a un motociclista pelato alto due metri e quindici. Alle dieci e undici minuti il motociclista chiede spiegazioni a Mario, che gli risponde con una sonora pernacchia, il gesto dell’ombrello e alcune considerazioni scientifiche sulle dimensioni del suo (del motociclista) pisello. Poco più tardi un’ambulanza a sirene spiegate trasporta il nostro amico nel più vicino pronto soccorso. Carla è un tantino infastidita perché ha dovuto interrompere un discorso sul fatto che in Australia il lavoro c’è. Poco dopo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto trentasette giorni di prognosi.

Ad un certo punto, mentre Carla è in bagno e non si parla di continenti lontani, Camilla ti presenta il suo nuovo fidanzato. Dice di chiamarsi Lennon. “Di nome o di cognome?” chiedi perplesso. “Di nome, di nome. Sai, mia mamma è una grande fan dei Beatles” precisa lui un po’ piccato. Vorresti chiedergli perché non Ringo, che ti pare decisamente più appropriato, ma ti astieni. Lui percepisce la tua esitazione e ne approfitta per domandarti del tuo lavoro. Spieghi che, pur avendo una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria. L’hipster pisano ti guarda stralunato pensando che stia scherzando. Quando capisce che parli sul serio sogghigna. Allora viene il tuo turno: anche se non te ne frega un cazzo, devi chiedergli cosa fa lui nella vita. Lo fai. “Ecco, io sto lanciando una start up. In pratica abbiamo realizzato un’app per geolocalizzare le cacche di cane, così è sufficiente inserire il tragitto che devi fare per evitare di calpestarle! Si chiama Urban Shit ” risponde orgoglioso come se avesse scoperto il vaccino per l’ebola.

Il tipo va avanti diversi minuti. Tu ascolti in silenzio a testa bassa. Poi alzi lo sguardo, abbandoni il marrone foca del tavolo, quella scritta “Viva la fregna, abbasso le donne” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare la faccia dello startupper col nome da deficiente. Sorride. Crede di aver inventato una cosa utile; crede di poter aiutare il progresso dell’umanità. Non puoi sopportarlo ma mantieni la calma; continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Quindi parli. Chiedi se l’app è già in commercio. Risponde di no. Chiedi se è lui che l’ha progettata. Risponde di sì: è tutto nel MacBook che ha nella borsa tracolla. “Bene! Perché non mi fai vedere come funziona??” chiedi ancora fingendo spudoratamente interesse. “Certo!” dice lui entusiasta tirando fuori il computer.

Lo accende e comincia a mostrartela. Tu fingi di essere interessato, ti guardi intorno con fare losco; lui è così preso dalla spiegazione che non si accorge minimamente che hai stranamente afferrato ben due boccali di birra. All’improvviso, mentre sta descrivendo il grande valore sociale della sua startup, veloce come un giaguaro, rovesci entrambi i boccali sul prezioso apparecchio, che si spegne di colpo. Qualcuno emette un “oooh” di meraviglia. L’hipster invece emette un gridolino di terrore, poi ha una crisi isterica, va in shock anafilattico, infine si accascia al suolo. “Le start up hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “dài, un minimo d’intelligenza, ma guardami in faccia, ti sembro il tipo a cui puoi parlare impunemente di start up?” Allora ti metti ad elencare.

L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo; il linguaggio infarcito di termini in inglese; quel principio idiota secondo cui due teste sono una start up (no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni); il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa; il fatto che una start up sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente; quella spocchia tipica dello startupper per cui se non capisci quello che vuole fare concretamente è colpa tua, mica dell’idea di merda che ha avuto e di cui non si capisce un benemerito; la retorica fighetta e esterofila; l’hipsterismo; gli spazi di coworking; gli incubatori di idee; la ricerca spasmodica dell’innovazione che porta sovrabbondanza di puttanate; le app; i gggiovani imprenditori milanesi; i corsi per gli aspiranti startupper.

Riprendi fiato mentre Carla aiuta Lennon a rialzarsi. “Le start up hanno rotto il cazzo” dici ancora con il piacere della liberazione. Mimmo viene verso di te e t’abbraccia forte. “Ti amo, Marika” ti sussurra in un orecchio. Allora guardi un’ultima volta l’hipster pisano che farfuglia parole in inglese: innovation, know-how, business plan. Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane.

 

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