Le parole per dirlo

Le parole per dirlo. Ora c’è anche una guida: Parlare Civile

di Claudio Arrigoni

Ora non ci sono più alibi. Usare le parole giuste è “parlare civile”. La comunicazione e le parole sono la prima forma di discriminazione. E’ così che si forma e si alimenta lo stigma. Non si pensi che questo riguardi solo i giornalisti. Siamo tutti comunicatori: blog, siti, gli stessi social network, da facebook a twitter a Google+, fanno circolare le idee attraverso le parole. Se cambiamo uno status su facebook facciamo comunicazione. Ecco perché l’attenzione al linguaggio è ancora più importante. Per tutti. Ora ci sono meno scuse per chi utilizza termini sbagliati. Redattore Sociale, benemerita agenzia di comunicazione nata dalla Comunità di Capodarco, ha curato un volume interessantissimo e utile: “Parlare civile – Comunicare senza discriminare”.
Su InVisibili abbiamo a cuore il problema. A un primo post (si veda “Invalido a chi? Le parole corrette”), ne sono seguiti molti altri (per approfondire, si inserisca la parola ‘linguaggio’ nel campo di ricerca del blog). Sempre suscitando grande interesse e anche, stranamente, polemiche. Ci siamo soffermati naturalmente sulla disabilità. L’indicazione è semplice e permette poi di capire meglio come si possa scegliere il linguaggio più giusto: utilizzare “persona con disabilità”, mettendo la persona al primo posto ed eventualmente, se servisse, facendo seguire la sua condizione. Basta con: invalido, diversamente abile, disabile, tanto meno handicappato o ritardato. Chi è nato con la sindrome di Down non è “un down”, ma “persona con sindrome di Down”. E via di questo passo. Sembra una riflessione banale. Non lo è. Eppure su questa indicazione, nata a fine anni ’80 e codificata dalla Convenzione dell’Onu sui Diritti delle Persone con disabilità (legge anche in Italia), ci sono state discordanze. Perché il linguaggio spesso divide, quando dovrebbe invece unire. Rifletterci è bello e utile anche per questo.
Gli esempi di linguaggio che porta lo stigma sono moltissimi (basta pensare alla campagna sui “falsi invalidi”, protagonista di un post precedente qui su InVisibili). L’ultimo è di oggi e lo riporta anche Corriere.it, in un esauriente articolo di Cesare Peccarisi: una criminologa, di quelle che ormai popolano la nostra tv, ha messo in relazione epilessia e violenza sul caso di Sarah Scazzi, fra l’altro usandola come ipotesi senza sapere nulla, come hanno denunciato le associazioni che lavorano sull’epilessia. In una trasmissione del pomeriggio, spiegano alla Federazione Epilessie, “Roberta Sacchi, intervenuta quale esperta criminologa, ha dichiarato, a proposito del Sig. Michele Misseri, che ‘non sappiamo se soffre di epilessia o se non ha sofferto e non soffre di crisi epilettiche’ e che ‘potrebbe essere che ha ucciso in preda ad una crisi epilettica e non lo sa’”. Parole sbagliate e offensive dette con una leggerezza sconcertante davanti a milioni di persone. Ecco l’importanza del linguaggio.
L’ottimo lavoro di Redattore Sociale (edito da Bruno Mondadori; coordinato da Stefano Trasatti, direttore dell’Agenzia, e Antonio D’Alessandro, di Parsec; redatto da Raffaella Cosentino, Giorgia Serughetti e Federica Dolente con l’aiuto di esperi dei vari settori, fra i quali, per la disabilità, l’”InVisibile” Franco Bomprezzi) mette ordine. “Parlare civile” è un manuale sui principali temi a rischio discriminazione e il linguaggio per parlarne. Un viaggio in otto capitoli alla ricerca della comunicazione più precisa e accurata su argomenti quali disabilità, genere e orientamento sessuale, immigrazione, povertà ed emarginazione, prostituzione e tratta, religioni, Rom e Sinti, salute mentale. Presentato a un seminario a Roma (a questo link ci sono i video degli interventi), “Parlare civile” non è solo un libro, ma un progetto più ampio, collegato a un sito già esistente, ma che da ottobre avrà la sua veste definitiva, con continui aggiornamenti. Perché il linguaggio si evolve e cambia. Quello che riteniamo giusto oggi (l’esempio è la locuzione “diversamente abile”, che qualche anno fa, quando Claudio Imprudente, grande punto di riferimento sulla disabilità in Italia, la propose poteva avere un senso e ora lo ha perso) domani non lo sarà forse più.
Il senso del lavoro è proprio quello di dare strumenti per comunicare nella maniera migliore e più rispettosa, in modo da abbattere discriminazioni e non accrescere lo stigma su condizioni che possono avere questo rischio: “Le parole possono essere muri o ponti. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere. Quando si comunica occorre però precisione, bisogna avere consapevolezza del significato, del peso delle parole. Non è facile, perché il tempo è sempre poco, perché viviamo nella nostra cultura, perché il senso e la percezione delle parole si evolvono continuamente. Non è facile, ma è necessario”.
Non c’è da vergognarsi a parlare correttamente. Lo ha spiegato bene il sociologo Luigi Manconi durante il seminario di presentazione di “Parlare Civile”: “La questione del politicamente corretto è terribilmente seria. I livelli di civilizzazione nei sistemi di relazioni sociali ovvero i livelli di crescita dell’integrazione all’interno delle comunità organizzate producono delle convenzioni linguistiche. Una di queste è il ‘politicamente corretto’, che ha uno scopo preciso: quello di ridurre l’effetto denigratorio e offensivo di determinate parole e attraverso ciò di ridurre le procedure di discriminazione e di diseguaglianza che il linguaggio sociale contribuisce a determinare”.
(Da corriere.it, 22/4/2013).

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