LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO (PERCHE’ NON LE SAPEVO): LA GENERAZIONE DE MOCCIA E MUCCINO SI MISURA COL VOCABOLARIO PROVOCANDO LA DEPRESSIONE DI LONGO

Avvenire.it:

22 aprile 2011
Una sconcertante esperienza tv con studenti universitari

Aiuto, abbiamo perso il senso delle parole italiane

Ho partecipato a una trasmissione della sede Rai di Trieste dedicata alle parole che rischiano di scomparire dall’uso. Il mio grande interesse per le lingue in generale, e per l’italiano in particolare, mi aveva fatto accettare l’invito con piacere e curiosità. Oltre alla conduttrice e a me, erano presenti quattro ragazze di 21-22 anni, tre studentesse del Dams e un’aspirante attrice, allieva della scuola di recitazione di Trieste. In mezzo al tavolo, su un supporto di legno compensato, troneggiava l’ultima edizione di un noto vocabolario della lingua italiana.

Si è subito creata un’atmosfera ilare e rilassata, ma appena è cominciata la registrazione le ragazze sono parse tese e intimidite: effetto del microfono o timore di far brutta figura? La conduttrice ha proposto loro due parole: ‘intonso’ e ‘ameno’, chiedendo se le conoscessero e se qualche volta le usassero.

Francamente mi ero aspettato qualcosa di più esotico, tipo ‘usbergo’, ‘apotropaico’ o ‘ebefrenico’, ma ho fatto buon viso a vocaboli semplici, pensando che le ragazze avrebbero potuto fare bella figura a buon mercato.

La prima ‘damserina’ ha risposto placidamente che non aveva mai sentito quelle parole, la seconda ha affermato che ‘ameno’ non le diceva nulla, ma che ‘intonso’ voleva dire ‘bagnato’ (e ha fornito l’esempio di ‘un tavolo intonso, cioè bagnato’), mentre la terza ha detto che non conosceva ‘intonso’, ma che ‘ameno’ lo usava spesso nell’espressione ‘a meno che’. Io trasecolavo, ero di princisbecco, basito e attonito: alle mie vaghe rimostranze, la conduttrice ha dato la parola all’aspirante attrice, la quale ha detto che ‘ameno’ le ricordava qualcosa di felice e gioioso, e intonso le faceva pensare a qualcosa di pulito e onesto, per esempio ‘una ragazza intonsa’ (per un attimo mi è balenata l’immagine di una giovane affetta da irsutismo o ipertricosi che non volesse sottoporsi a depilazione).
Comunque la dimestichezza con i testi teatrali aveva consentito alla quarta ragazza di andare un po’ più vicino al segno.

A questo punto la conduttrice mi ha rivolto uno sguardo implorante: ho cominciato citando Ariosto: «Giace in Arabia una valletta amena», ma ‘valletta’ è stata subito interpretata come sinonimo, antiquato, di ‘velina’. Allora ci siamo rifugiati nella consultazione del vocabolario, da cui abbiamo ricavato il significato di ‘ameno’. Quanto a intonso, mi sono lanciato sul latino: ‘tondere’, da cui tosare, con il prefisso ‘in’ nel senso di negazione: pecora intonsa, gli antichi Romani erano intonsi (fino al 300 a. C., poi cominciarono a radersi), libro intonso, tonsura e barbitonsore.
Mentre parlavo avevo la sensazione che le tre del Dams non mi credessero e annuissero solo per educazione. Allora ho fatto una domanda complicata: un libro può essere ameno e intonso, ma se è intonso come possiamo sapere se è ameno?

La conduttrice ha sviato il discorso e ha abbassato il tono, ormai troppo rarefatto. Ma mentre la registrazione si avviava al termine, mi veniva da pensare che i giovani vivono in un mondo molto diverso dal mio: il mio è un mondo di libri, parole, vocabolari, narrazioni; il loro è un mondo di tecnologia digitale gremito di cellulari, Internet, Facebook, televisione. In quel mondo le parole si smarriscono, si sfarinano: non si perde forse la capacità di esprimersi?

Oppure ci si esprime in altri modi, a me inaccessibili, invisibili, segreti?

Modi digitali, musica, immagini. Ma forse sto generalizzando troppo: i giovani non possono essere tutti così, forse avevano invitato le ragazze ‘sbagliate’…
Giuseppe O. Longo

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