La lingua madre si rinnova. Sotto l’influsso dell’inglese dominante. Ma anche attraverso le parole di 5 milioni di immigrati. Tutte diverse
La babele italiana non parla l’italiano
di STEFANO BARTEZZAGHI
Il Bel Paese, dove il sì suona, diceva quel Tale. Oggi aggiungerebbe che in accompagnamento suonano anche lo yes, lo oui, lo ja, l’arabo na’am, il russo da, il polacco tak, il giapponese hai, il cinese shi, l’albanese p o, lo swahili ndiyo … Ma noi siamo tanto sicuri di ascoltarli?
Che in Italia non si sente affatto parlare solo italiano, lo san tutti. Né la varietà si limita ai tradizionali dialetti locali e alle parlate regionali; esistono anche le lingue delle minoranze etniche, lungo i confini (a nord l’occitano e il francese, il romancio e il ladino, il tedesco; lo sloveno, in Friuli) o in specifiche zone di insediamento, come la Calabria per l’albanese o Alghero per il catalano; in più c’è il caso tutto particolare della lingua rom.
Ma è già dagli anni Ottanta che altre lingue hanno incominciato a giungere entro i confini nazionali sui barconi o per gli altri tramiti dell’immigrazione più o meno clandestina.
Parole e inflessioni africane, arabe, orientali, nord-europee, slave (oltre alle spagnole e portoghesi
Dell’immigrazione latino -americana, linguisticamente meno remote) arrivavano ad arricchire il calderone della babele nazionale. Conseguenze? Poche.
Se ne ha avuta prova qualche tempo fa, quando nelle città sono comparsi manifesti che pubblicizzavano offerte telefoniche per immigrati. La grafica era la solita, ma erano scritti direttamente in romeno, arabo, cinese, eccetera. I passanti italiani erano stupefatti da quelle strane forme o grafie. Sapevano benissimo che una parte non indifferente dei nostri concittadini non parla l’italiano come lingua madre. Ma tenerlo sempre presente è meno immediato.
Ognuno di noi ha contatti con persone delle più svariate provenienze, ma tutte queste persone ci si rivolgono sempre nella nostra lingua, non nella loro: un italiano, più o meno stentato e laborioso, sempre assai volenteroso. È una forma di marketing personale, altrimenti non li ascolteremmo neppure. Così l’occasione di entrare davvero a contatto con le lingue degli immigrati va solitamente perduta. A un tentativo a suo modo coraggioso è dovuto il successo dell’espressione «vu cumprà». Oggi è considerata ingiuriosa, ma venticinque anni fa era un modo quasi affettuoso di riferirsi ai venditori ambulanti che fino ad allora venivano chiamati invariabilmente «marocchini» (di qualsiasi provenienza fossero). Tanto che nell’agosto del 1987, il già affermato Vasco Rossi dedicò la tappa di Misano Adriatico della sua tournée a un «concerto per i vu cumprà» in cui gli immigrati potevano entrare gratuitamente. L’espressione popolare fu codificata in quell’occasione: è rimasto uno dei pochi casi in cui l’italiano si è sforzato di segnalare la presenza anche linguistica dell’immigrazione. Il risultato non era certo da applausi, ma almeno era uno sforzo. Per il resto abbiamo imparato a ordinare sushi, sashimi, kebab, falafel, tempura, tabbouleth, hummus, cous cous; legate a consumi più o meno nuovi sono anche certe parole di provenienza solitamente orientale che si usano nei centri benessere; discipline di tipo ginnico o meditativo aggiungono ancora qualcosa.
Ma la grande parte dei diversi lessici (per non parlare delle sintassi) delle lingue che convivono con la nostra ci è meno famigliare dei nomi svedesi dell’Ikea. Dall’arabo ci sono arrivati la kefiah, il burqa, gli hezbollah, il minbar (da non confondere con il minibar; è il pulpito da cui viene guidata la preghiera nelle moschee); lo hijab (velo tradizionale delle donne islamiche) da non confondere con lo hijack (sequestro o dirottamento in inglese). Ma sembra erronea la convinzione (condivisa anche da alcuni linguisti) che il giovanile scialla («sta’ tranquillo») possa derivare dal ben noto insciallah (in realtà scialla parrebbe una variante dell’italianissimo scialare, «godersi la vita spensieratamente»).
Abbiamo quindi meno contatti culturali con gli immigrati che vivono in Italia che con i loro antenati, che da lontano avevano fornito all’italiano (per limitarci all’arabo) parole che nessuno xenofobo esita a usare: algoritmo, arancio, catrame, cifra, cotone, magazzino, melanzana, meschino, quintale, ricamo, tamburo, zafferano. E persino ragazzo, e tazza, e assassino.
Le minoranze linguistiche in Italia
La legge 482/1999 riconosce l’esistenza di 12 minoranze linguistiche definite "storiche" e ammette
la tutela delle rispettive lingue
Occitano
Valli occitane del Piemonte e Guardia Piemontese (Calabria)
Francese
Parlato in Valle d’Aosta
Francoprovenzale
Parlato in Valle d’Aosta, Piemonte e nei comuni di Celle e Faeto in Puglia
Sardo
Parlato in Sardegna
Catalano
Parlato ad Alghero
Albanese
Parlato da circa 50 comunità nell’Italia meridionale
Tedesco
Si parla in Alto Adige, Trentino e in alcune aree in Friuli, Veneto, Valle d’Aosta e Piemonte
Ladino
Si parla nelle vallate dolomitiche e in provincia di Belluno
Friulano
Parlato in Friuli
Croato
Si parla in tre comuni del Molise
Sloveno
Si parla nei comuni della fascia orientale del Friuli
Greco
Parlato in alcuni comuni in Puglia e Calabria e a Messina, in Sicilia
(Da La Repubblica, 1/2/2013).














