Politica e lingue

Le lingue che stanno sparendo

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La miglior espressione del campanilismo

Le lingue che stanno sparendo

Occitano, walser e grico: gli idiomi delle piccole comunità in via di estinzione

Sono minacciate, isolate, spesso sconosciute e rischiano di trasformarsi in lingue morte. Arrivano da tempi e luoghi lontani e continuano a dare voce a piccole comunità sparse per l’Italia, cementando il loro senso di appartenenza ai territori. Sono forse la migliore espressione del campanilismo nel nostro Paese, in cui a fianco della lingua patria si conservano dialetti, idiomi, accenti particolari, rendendoci tutti, sin dalla nascita, bilingui.

A maggior ragione queste lingue minoritarie vanno coltivate e raccontate, come ha provato a fare la rivista “CTRL Magazine”, dando vita al libro “Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza, reportage narrativo e fotografico” reso possibile dagli scatti di Emanuela Colombo e dai contributi scritti di Franco Arminio, Viola Bonaldi, Nicola Feninno, Valerio Millefoglie e Mirco Roncoroni, e svolto in collaborazione con Babbel, la app leader nell’apprendimento delle lingue online; un tentativo di far conoscere e tramandare
dalle pendici del Monte Rosa al Salento, «non per fare folclore o passatismo», come avverte il direttore di CTRL Magazine Nicola Feninno, ma per capire «quanta ricchezza, quanta umanità si perde quando una lingua scompare».

Si parte dall’occitano, il codice della prima grande letteratura europea, la lingua d’Oc in cui mille anni fa comunicavano i trovatori provenzali; lingua della poesia d’amore oggi tuttavia priva di patria: parlata in un’area, l’Occitania, che attraversa tre Paesi (Francia, Spagna e Italia), da noi è tenuta viva nelle valli del Torinese e del Cuneese, dove lotta per non scomparire dopo essere stata emarginata nel ’900.

E ancora, il waiser, l’idioma che dal Cantone Vallese svizzero approdò sulle Alpi piemontesi, la lingua delle montagne con 700 anni di storia, tuttora parlata in alcune comunità della Val d’Ossola, Valsesia e Val d’Aosta: custodita dagli anziani, è messa a repentaglio dallo spopolamento che ha portato i giovani a scendere a valle per lavorare.

Ancora più di nicchia è il tabacchino, idioma presente solo in due isole a Sud della Sardegna, San Pietro e Sant’Antioco, e parlato da circa 15mila persone; una lingua arabo-genovese, figlia di alcuni coloni liguri trasferitisi a Tabarka, in Tunisia, nel XVI secolo, e costretti a fuggire in Sardegna 200 anni dopo perché perseguitati dalle autorità locali.

Spostandosi a Sud, il viaggio tocca le terre dell’arbëreshë, lingua di derivazione albanese diffusa in alcune comunità della Basilicata, esportata dagli albanesi emigrati in Italia nel XV secolo e oggi contaminata dall’italiano e dai dialetti locali. Ultima tappa di questa mini-odissea nella Babele di lingue italiche è il grico, presente nel Salento, e tra tutte la più antica, visto che si origina probabilmente dal greco classico parlato nella Magna Grecia o dal greco medievale dell’Impero bizantino.

Ad accomunarle, lo spirito giocai: sono tutte radicate in paesini e piccole comunità, appartengono all’Italia ma risentono dei contatti con il mondo.

Gianluca Veneziani | Libero | 3.11.2018

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