Politica e lingue

Le difficoltà nel trasmettere l’italianità ai figli

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Le difficoltà nel trasmettere l’italianità ai figli
di Sabrina Ceraso

Trasmettere la cultura italiana ai figli nati e cresciuti all’estero è difficile.
Sabrina Ceraso ci racconta la storia di Alberto (ndr ho cambiato i nomi).
Alberto è un ingegnere di 48 anni nato a Torino.
Durante uno dei nostri incontri a scuola, mi raccontò di aver lasciato l’Italia nel 1986 per completare gli studi in Inghilterra. Rientrò in Italia nel 1988 per adempiere agli obblighi del Servizio di Leva.

Dopo il militare decise di ripartire per l’Olanda dove trovò lavoro e rimase fino al 1999, anno in cui si trasferì in Germania.

Mi raccontò che il motivo iniziale che lo spinse ad allontanarsi dall’Italia fu “spirito di avventura”, mentre la motivazione principale per cui poi non è più rientrato al suo paese è stato il lavoro.
“Forse avrei trovato anche in Italia ma non a condizioni così vantaggiose come in Olanda prima e poi in Germania”.
Restai ad ascoltarlo. Ero molto incuriosita da quell’uomo così gentile, educato e dall’accento diverso dal mio, si capiva che proveniva da una città del nord Italia.

Alberto mi rivelò di come per molti anni non si sentì mai un “emigrato” ma, piuttosto, come qualcuno che lavorava temporaneamente all’estero così come aveva sempre desiderato. Iniziò a cambiare il concetto di sé quando nacquero i suoi figli, in quello stesso istante si pose la questione di trasmettere a loro la lingua e la cultura italiana, in quel momento si sentì un immigrato.
Mi raccontò di essersi reso conto che il suo status era quello di emigrato in Germania, in un particolare momento, che ricorda benissimo nella sua memoria.
Mi parlò di una volta in cui una sera, viaggiava in macchina con i suoi bambini e ad un trattò sentì il piccolo Luca sul sedile posteriore, che canticchiava la canzone “La Bambola” una vecchia canzone di Patty Bravo, che il figlio aveva ascoltato da uno dei suoi CDs che lui stesso definì “per emigrati un po’ nostalgici”.

Quando osservavo Luca e Veronica, i figli di Alberto, arrivare in classe provavo una grande tenerezza. Li sentivo parlare in italiano tra loro e la cosa mi rendeva contenta. Mi sono complimentata con Alberto per la pazienza e per il lungo lavoro che aveva compiuto con i suoi figli. Anche lui era orgoglioso di ciò e mi raccontava che anche sua moglie, tedesca, aveva favorito il fatto che i figli anche in casa comunicassero in italiano.
Mi disse inoltre: “Cerco di far conoscere ai miei figli qualche frammento di cultura popolare italiana (musica e film), ma naturalmente si tratta di cose che risalgono ai primi anni ’80, poiché questo è il limite della mia italianità. I miei figli conoscono quindi, cantanti come Celentano, Nada, Patty Bravo, ed i Ricchi e Poveri e ascoltano canzoni dello Zecchino D’Oro degli anni 60-70. Anche sul fronte cinematografico, sono indietro di circa 30 anni. La cosa che apprezzano di più sono degli spezzoni di “Fantozzi” che guardano e riguardano su YouTube“.

“Con lo stesso spirito, porto i bambini ogni sabato a fare la spesa in un negozio di specialità alimentari italiane in centro, gestito da una coppia calabrese.”
Purtroppo, si rammaricò di non avere molti contatti con altri emigranti italiani a Konstanz, anche se sul lavoro (una grossa ditta tedesca attiva nel campo aereospaziale), incontra un numero crescente di italiani molto giovani e professionalmente molto qualificati che si sono trasferiti in Germania.
Un giorno, mi raccontò di aver chiesto a sua figlia Veronica per chi avrebbe fatto il tifo nel caso si fosse presentata l’occasione di una partita di calcio Italia-Germania. Mi spiegò che la bambina aveva riflettuto a lungo e alla fine gli rispose che se al momento della partita si fosse trovata in Italia, avrebbe tifato per l’Italia, mentre se si fosse trovata in Germania la sua preferenza sarebbe stata tedesca.

Discutemmo a lungo sul significato della nostra identità e ad un tratto Alberto decise di raccontarmi un altro episodio che lasciò un traccia indelebile nella sua memoria.
Mi parlò di quando il piccolo Luca aveva tre anni e lui gli chiese se si sentisse italiano o tedesco. Mi spiegò di come Luca non voleva rispondere alla domanda, e che soltanto dietro la sua insistenza , piuttosto irritato e quasi urlando, gli rispose: “Non lo so ancora!”.
Personalmente rimasi atterrita dalla risposta di Luca ma Alberto sorridendo continuò dicendomi:
“Mi pare una risposta saggia che ci ricorda che l’identità non è semplicemente ereditata, ma viene lentamente costruita nel corso degli anni”.
Risposi semplicemente che Luca aveva ragione. Ognuno di noi consapevolmente o meno, si costruisce nell’arco della vita una propria identità che trae origine dal luogo o dai luoghi in cui si è vissuti così come dalla fanciullezza, dalla famiglia, dall’educazione, dai maestri, dai compagni, dagli amici, dalle consuetudini, dalla lingua che si parla, dall’ambiente della scuola, del lavoro e dello svago, dai rapporti sociali, dal grado di integrazione con gli altri.
L’identità è un’ancora, una boa, un riferimento indispensabile per non sentirsi perduti ed estranei. Dai racconti di Alberto ho capito come l’identità si costruisce giorno per giorno, creando in ciascuno una mappa di persone e di luoghi e di rapporti con l’ambiente esterno che indirizzano la propria vita condizionando spesso un’intera esistenza.

http://www.italiansinfuga.com

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