La presidenza americana cambierà l’Europa
Quali conseguenze avrà sull’Europa l’elezione di Trump in America? Per quanto le due sponde dell’Atlantico possano convergere ideologicamente, non si può dire lo stesso per i rispettivi interessi materiali. Vediamo meglio.
Questa volta, “America First” avrà le gambe su cui camminare, grazie ad una presidenza compatta ideologicamente. Le nomine presidenziali parlano chiaro (anche se poi dovranno essere confermate dal Senato). Alcuni esempi. La nomina di Matt Gaetz (già membro della Camera, sottoposto a indagine da quest’ultima per favoreggiamento della prostituzione, indagine quindi sospesa con le sue dimissioni dalla carica) a segretario alla Giustizia fa prevedere che Trump non avrà vincoli legali nelle sue scelte. La nomina di Pete Hegseth, giornalista televisivo della Fox News, a segretario alla Difesa, fa prevedere un depotenziamento del “deep state” come promesso da Trump.
La nomina di Tulsi Gabbard (sostenitrice delle ragioni Putin nel conflitto in Ucraina, così come di quelle del dittatore Bashar Assad nella guerra civile esplosa in Siria dieci anni fa) a direttrice della Sicurezza nazionale fa prevedere una politica americana non ostile ai dittatori. Nessuno, tra i nominati, avrà l’autorità per esercitare il ruolo di “adulto nella stanza” (limitando Trump, come era avvenuto nella sua precedente presidenza). I nominati sono outsiders, collegati al movimento di MAGA (Make America Great Again), ostili verso il tradizionale conservatorismo repubblicano (rappresentato dagli eredi politici di Ronald Reagan o della famiglia Bush), leali esclusivamente verso Trump. La struttura di potere della Casa Bianca sarà quindi centralizzata nel presidente (è la personal President che Theodore Lowi, uno dei maggiori scienziati politici americani, teorizzò già nel 1985). Tale centralizzazione sarà protetta da una Corte Suprema consonante con il presidente e sarà accettata da molti membri del Congresso (eletti attraverso MAGA). In assenza di un pluralismo interno alla sua presidenza, e di vincoli esterni, sarà Trump a prendere le principali decisioni.
Le principali decisioni, per quanto riguarda la politica estera, riguarderanno lo smantellamento del sistema di alleanze internazionali del Paese. Per Trump, si tratta di liberare l’America dagli obblighi dell’interdipendenza. Una liberazione che seguirà tre direzioni. In primo luogo, Trump rivedrà i rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. Con un’aggressiva politica dei dazi, cercherà di ribilanciare il deficit commerciale dell’America nei confronti dell’Unione europea (Ue), che ammontava a più di 131 miliardi dollari nel 2022. L’incremento dei dazi (tra il 10 e il 20% su tutte le merci europee esportate in America) genererà divisioni di interessi all’interno dell’Ue, divisioni che, a loro volta, condizioneranno la Commissione europea (che ha la competenza esclusiva nella politica commerciale). Tale condizionamento è destinato ad indebolire il controllo sovranazionale della politica commerciale, incrinando uno dei principali bastioni che sorreggono il mercato unico. In secondo luogo, Trump prenderà le distanze dall’obbligo di garantire la sicurezza militare degli europei attraverso la Nato. Gli europei dovranno spendere di più nella loro difesa (tra il 2 e il 3% del loro Pil), ma soprattutto non dovranno prendere più per scontata la protezione americana. La Nato rimarrà in quanto organizzazione, ma verrà svuotata della sua forza dissuasiva, finora garantita da Washington D.C. Ciò sottoporrà a stress i bilanci nazionali dei Paesi europei (per spendere di più nel warfare si dovranno ridurre le spese nel welfare), oltre che le loro politiche nazionali di difesa. In terzo luogo, Trump si disimpegnerà dal conflitto ucraino, anche se tale disimpegno non potrà mettere in discussione la sua credibilità personale, facendolo passare per un perdente. Per Trump, quel conflitto è un problema europeo, non americano, se non altro perché le sue simpatie vanno verso Putin e non già verso von der Leyen. Agli europei spetta il compito di aiutare economicamente l’Ucraina, ma anche di sostenerla militarmente. La politica dell’Ue delle sanzioni economiche nei confronti della Russia non basterà per sconfiggere Putin. E se Putin vincesse, l’intero continente verrebbe sconvolto, economicamente oltre che politicamente.
È vero che, ideologicamente, l’Ue si sta muovendo in una direzione trumpiana. Gli equilibri politici nel Parlamento europeo e nella Commissione europea sono condizionati dalla destra nazionalista. Quest’ultima è al governo in diversi Stati membri dell’Ue dell’est e dell’ovest, oltre ad essere influente negli Stati membri su cui finora si è retto il processo integrativo (Francia e Germania). Tuttavia, è anche vero che la convergenza ideologica tra i nazionalisti americani e dei Paesi europei non necessariamente coincide con la convergenza degli interessi materiali delle due sponde dell’Atlantico. Per sua natura, il nazionalismo è incompatibile con alleanze transnazionali, in quanto esso genera divergenze e non convergenze tra i Paesi. Soprattutto, di fronte a “America first”, il “my country first” (che sia Ungheria o Germania, non ha importanza) può fare ben poco, se non accettare la subordinazione economica e politica nei confronti del primo. Così, se vogliono fare gli interessi materiali dei loro Paesi, i nazionalisti europei dovranno andare oltre i loro interessi ideologici.
Sergio Fabbrini | Il Sole 24 Ore | 17.11.2024














