Latinorum elettorale

Un po’ di latinorum per il voto

di Alessandro De Nicola

Oggi si va a votare in molte città italiane, tra cui Milano, Napoli,Torino, Bologna, Cagliari
e Trieste. Un bel test elettorale, insomma. Il cittadino può optare di non recarsi alle urne, perché disgustato, rassegnato, impegnato altrove o razionalmente convinto che lo sforzo di andare al seggio non è compensato dall’utilità marginale del suo voto; oppure può farsi una passeggiata munito di certificato elettorale. A quel punto gli si aprono molte strade: può annullare la scheda o consegnarla in bianco, esprimere la preferenza per un candidato che gli ha fatto o promesso favori personali (il cosiddetto voto "clientelare"), decidere in base all’ideologia o questioni nazionali ovvero di semplice buona amministrazione della città (alcuni motivi possono anche convivere).
Quando si vota conta molto il giudizio sulla persona: se pensiamo che il candidato-sindaco sia un demente o un corrotto, difficilmente ci faremo convincere dalla bontà dei suoi programmi
sulla carta. Tuttavia, per semplicità, assumiamo che, i contendenti siano persone medie e che quindi il loro programma conti qualcosa. Ai tempi dell’Antica Roma bastavano poche scritte sui muri, come quelle di Pompei, mentre oggi la faccenda è più complessa. Cosa dovrà dunque prendere in considerazione l’odierno cives? Ecco qui un personalissimo vademecum.
In claris non fit interpretatio. Il primo test è quello della comprensibilità. Se il linguaggio è astruso e pieno di subordinate, si usano il burocratese o i tecnicismi, i periodi non sono consequenziali, ebbene vuol dire che o il candidato ha le idee confuse, oppure non si è nemmeno peritato di leggere quello che ha prodotto il suo staff pieno di personaggi convinti di avere l’idea del secolo.
De brevitate libello. Nulla può battere il programma di 265 pagine dì Prodi 2006 che non contribuì alla sua risicata vittoria, fornendo anzi un’arma di sbeffeggio a commentatori e critici.
Però ancor oggi in molti casi si va per le lunghe. Ciò è indice di alcune conseguenze dannose: la prima è che il candidato è un pericoloso interventista (con idee inevitabilmente contraddittorie) che vuole intromettersi in ogni aspetto della vita dei suoi concittadini, esorbitando da quelli che sono i compiti essenziali di una municipalità. Fissando molti obiettivi, il rischio è poi quello di svolgerli tutti male, dando adito a molteplici micro-lobby di reclamare un pezzettino di attuazione del programma. Inoltre, tanti buoni propositi deresponsabilizzano: alla fine del mandato nessuno conterà le realizzazioni e cosa invece è rimasto inattuato, mentre se i traguardi sono pochi e chiari è più facile stilare un bilancio consuntivo.
Pecunia non olet. Perciò bisogna farne buon uso. Ora, è normale che in una campagna elettorale si promettano un po’ di realizzazioni che si sa non saranno mai portate a termine. Però c’è un
senso della misura. Se un programma promette più mezzi di trasporto, magari elettrici, nuove linee tranviarie, più assistenza agli anziani e ai disabili, asili nido, quadrate legioni di vigili, strade
senza un buco, scuole, centri sociali, fondi a manifestazioni rock e a gare internazionali di scacchi, musei, mostre, restauri… beh, domandatevi: chi paga? Se poi la promessa comprende anche tariffe dei servizi pubblici invariate e non sono indicati tagli specifici di altre spese, vi siete dati la risposta: io pago! Pagherò con l’Irpef comunale, con l’Ici, con la tassa rifiuti; pagherò con l’indebitamento (che è una tassazione differita nel tempo) e, alla fine, con tariffe più alte. Le bugie hanno le gambe corte.
Qui scustodiet custodes? Passiamo alle proprietà municipali e accertatevi se il vostro candidato giura di eliminare chi ricopre cariche politiche dai consigli di amministrazione di società ed enti partecipati dal Comune. Verificate che non prometta fesserie come quote di genere o di etnie o di giovani nei medesimi consigli o tra i ranghi della burocrazia perché sta privilegiando sesso, età e razza su merito e professionalità e quasi sicuramente aumenterà semplicemente il numero di dipendenti e consiglieri per includere le categorie protette (o meglio privilegiate) sempre con la conseguenza di cui al punto 3 ("E io pago…!"). Incoraggiatelo però se promette trasparenza e anagrafe patrimoniale degli eletti.
Ite, missa est. La messa, anzi la festa è finita. Cosa dice il programma rispetto
alle quote di partecipazione del Comune nelle aziende? Le vuole «valorizzare»? Vuole «moralizzare»
o «rendere più efficiente» la gestione? Vi sta prendendo in giro, lo dicono tutti. Venderle, bisogna venderle e liberalizzare i servizi che oggi sono troppo sovvenzionati o in regime di monopolio naturale. Ciò vi eviterà di pagare anche in futuro.
Accidenti, nessuno dei candidati soddisfa almeno un requisito? Va bene, allora siete in tempo per farvi dare almeno una scarpa destra: se scommettete sul cavallo giusto all’indomani delle elezioni vi ritroverete con un bel paio di sandaletti alla moda o di stivaletti scamosciati.
(Da Il Sole 24 Ore, 15/5/2011).

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