Latino invece dell’inglese

Proposta dell’Osservatore romano per le relazioni internazionali

Il Vaticano ai diplomatici

“Latino invece dell’inglese”

Il latino diventi la lingua dei rapporti fra gli Stati, al posto dell’inglese. Lo chiede l’Osservatorio Romano nel suo elzeviro di fine settimana. La proposta è “tutt’altro che peregrina” sostiene l’articolista Mario Gabriele Giordano. “La urbis et orbis lingua” risponde infatti in maniera ottimale “all’esigenza di individuare un idoneo strumento di comunicazione internazionale posta in generale dal processo di globalizzazione e in particolare dalla realtà dell’Unione europea”.

Riaffermare il latino come lingua sovranazionale avrebbe ripercussioni profonde di politica estera. Il Vaticano, con questa idea, avanza in maniera velata la proposta di sganciare la diplomazia dalla cultura anglosassone. Perché è vero che l’inglese “attualmente esercita un’indubbia egemonia”. Ma il suo afflato è tutt’altro che universale. Si tratta pur sempre, scrive il giornale della Santa Sede, di “una lingua nazionale che, come in passato quella francese, si è imposta per ragioni fondamentalmente politiche ed economiche ed è destinata al ridimensionamento con il venir meno di tali ragioni”.

Molti più vasti gli orizzonti dell’idioma di Cicerone, che tra l’altro ha accompagnato molte fasi di sviluppo e riflessione della storia del cristianesimo: “Il latino è rimasto vivo e attivo per millenni in virtù di un fatto che nessuna delle lingue moderne può vantare”, cioè di essersi “storicamente costituito come voce non di una particolare comunità, ma dell’universo mondo allora conosciuto esprimendo in tal modo una civiltà per l’appunto universale”.

Tra le mura vaticane la lingua di Roma antica è ancora usata di frequente e rimane obbligatoria per i documenti ufficiali. Si raccontano casi di missionari in “partibus infidelium” che sono riusciti a comunicare solo usando questo idioma. Naturale che l’Osservatore deplori lo scadimento del suo insegnamento nelle scuole italiane.

(Da La Repubblica, 13/8/2006).

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  • Proposta dell’Osservatore romano per le relazioni internazionali

    Il Vaticano ai diplomatici

    “Latino invece dell’inglese”

    Il latino diventi la lingua dei rapporti fra gli Stati, al posto dell’inglese. Lo chiede l’Osservatorio Romano nel suo elzeviro di fine settimana. La proposta è “tutt’altro che peregrina” sostiene l’articolista Mario Gabriele Giordano. “La urbis et orbis lingua” risponde infatti in maniera ottimale “all’esigenza di individuare un idoneo strumento di comunicazione internazionale posta in generale dal processo di globalizzazione e in particolare dalla realtà dell’Unione europea”.

    Riaffermare il latino come lingua sovranazionale avrebbe ripercussioni profonde di politica estera. Il Vaticano, con questa idea, avanza in maniera velata la proposta di sganciare la diplomazia dalla cultura anglosassone. Perché è vero che l’inglese “attualmente esercita un’indubbia egemonia”. Ma il suo afflato è tutt’altro che universale. Si tratta pur sempre, scrive il giornale della Santa Sede, di “una lingua nazionale che, come in passato quella francese, si è imposta per ragioni fondamentalmente politiche ed economiche ed è destinata al ridimensionamento con il venir meno di tali ragioni”.

    Molti più vasti gli orizzonti dell’idioma di Cicerone, che tra l’altro ha accompagnato molte fasi di sviluppo e riflessione della storia del cristianesimo: “Il latino è rimasto vivo e attivo per millenni in virtù di un fatto che nessuna delle lingue moderne può vantare”, cioè di essersi “storicamente costituito come voce non di una particolare comunità, ma dell’universo mondo allora conosciuto esprimendo in tal modo una civiltà per l’appunto universale”.

    Tra le mura vaticane la lingua di Roma antica è ancora usata di frequente e rimane obbligatoria per i documenti ufficiali. Si raccontano casi di missionari in “partibus infidelium” che sono riusciti a comunicare solo usando questo idioma. Naturale che l’Osservatore deplori lo scadimento del suo insegnamento nelle scuole italiane.

    (Da La Repubblica, 13/8/2006).

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