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La tragedia del Congo Belga

Nel 1885 nacque lo stato libero del Congo. In realtà si trattava di un possedimento personale del re Leopoldo II del Belgio, che oppresse senza pietà i suoi immensi domini nel continente africano

Questa fotografia del 1907 mostra alcuni membri della force publique con un ufficiale. I soldati erano chiamati "albini" perché portavano fucili Albini. Foto: Ullstein Bild / Getty Images

I lettori che nel luglio del 1897 aprirono il giornale The Aborigines’ Friend si ritrovarono davanti la vivida descrizione di un orrore avvenuto nella lontana Africa. Era la storia di uno spietato sopruso, causato dalla brama di caucciù. L’autore dell’articolo riferiva cosa accadeva ai membri di un villaggio quando si rifiutavano di raccogliere quella preziosa linfa: «Gli si fa la guerra. Gli distruggono le risaie e gli rubano il cibo. Gli abbattono i plataneti, anche se non hanno ancora fruttato, spesso gli incendiano le capanne e gli si portano via gli oggetti di valore. A volte gli indigeni sono costretti a versare un pesante risarcimento. In genere i capi li pagano con filo di ottone e schiavi e, se non ci sono schiavi a sufficienza, sono costretti a vendere le loro mogli».
A scrivere era il missionario svedese Edvard Vilhelm Sjöblom. Il missionario narrava anche che un giorno, mentre tutti gli abitanti di un villaggio ascoltavano le sue prediche, erano arrivati alcuni soldati ad arrestare un anziano. Uno di loro aveva detto a Sjöblom: «Voglio uccidere quest’uomo perché se n’è stato tutto il giorno a pescare al fiume. Non è andato a raccogliere il caucciù». E aveva aperto il fuoco contro di lui, nonostante le proteste del missionario, per poi «ordinare a un bambino, di otto o nove anni, di tagliare la mano all’uomo cui aveva sparato. Non era ancora morto e, quando vide il coltello, provò a scansare la mano. Il bambino gliela mozzò con uno sforzo non indifferente».

Leopoldo II, re del Belgio. Quando morì, nel 1909, i suoi interessi miravano anche al Congo francese e al Camerun tedesco

Era quanto succedeva nel cosiddetto “Stato libero del Congo”, una colonia belga i cui abitanti venivano crudelmente sfruttati, privati delle loro terre, mutilati, massacrati. La notizia non era certo nuova, perché così si comportavano i Paesi colonialisti. Era strano, però, che venisse divulgata, malgrado colui che era a tutti gli effetti il proprietario del Congo avesse cercato in ogni modo di mettere a tacere le voci di tali atrocità. Il proprietario in questione era nientemeno che Leopoldo II, re del Belgio. E il Congo era la maschera dietro cui nascondeva la sua insaziabile avidità.

Il re Leopoldo

Nato nel 1835, Leopoldo regnò tra il 1865 e il 1909. Per il Belgio fu un re riformista: incentivò grandi opere pubbliche, appoggiò una legislazione sociale progressista, e sostenne il suffragio universale maschile. I sudditi del Congo, invece, vissero il lato più oscuro di un monarca che, ancor prima di salire al trono, già diceva di voler «morire multimilionario», garantire al Belgio «un posto nei mercati mondiali» e ottenere «una colonia cui portare la civiltà». «Non ci sono piccoli stati», avrebbe affermato, «soltanto piccoli spiriti». Il Belgio mirava a seguire l’esempio degli altri Paesi europei che invidiavano i vasti imperi coloniali di Gran Bretagna e Francia e cercavano di imitare le due potenze.
Il sovrano belga provò ad acquisire dei territori in Argentina, progettò di acquistare le isole Figi e di affittare l’isola di Taiwan, e nel 1875 tentò di comprare le Filippine dalla Spagna. Fu allora che scoprì un vasto e promettente territorio al centro dell’Africa: l’enorme bacino del Congo, sul quale nessuna potenza aveva ancora messo le mani. Leopoldo si rese subito conto del fatto che, per non destare sospetti, doveva camuffare il suo interesse con una retorica scientifica e umanitaria, e indossò quindi diverse maschere. Nel 1876 patrocinò la Conferenza di geografia di Bruxelles, tesa a stabilire «le rotte da aprire verso l’interno; la creazione di postazioni accoglienti, scientifiche e di conciliazione per abolire la tratta degli schiavi; l’instaurazione di una pace stabile tra i capitribù e la proposta di un arbitrato giusto e imparziale tra di loro», come affermò lo stesso sovrano. Secondo tale linea fondò l’Associazione internazionale africana (Aia, alla quale succedette l’Associazione internazionale del Congo) e invitò un esploratore a prenderne parte. Si trattava di un viaggiatore del quale si fidava più di ogni altro: Henry Morton Stanley, giornalista statunitense senza scrupoli ed esperto conoscitore dell’Africa (noto anche per aver attraversato, nel 1877, le cascate Livingstone).
Tra il 1879 e il 1884, finanziato dal re belga, Stanley esplorò metodicamente il basso Congo. Le rapide ostacolavano la navigazione per 400 chilometri sino alla foce, e così Stanley tracciò un percorso parallelo via terra, fondò Léopoldville laddove il fiume era navigabile e ne risalì il corso. Stabilì degli avamposti e stipulò, a volte con la violenza, centinaia di falsi trattati con i congolesi che, senza saperlo, gli cedevano le loro terre. Riuscì così a battere sul tempo francesi, portoghesi e britannici, e poté “offrire” a Leopoldo il territorio occupato con il pretesto di scopi umanitari. Combinando le prerogative di un sovrano e di un investitore privato, il re delimitò i confini artificiali del territorio, riconosciuto nel 1885 dalla Conferenza di Berlino, in cui gli europei si spartirono l’Africa.
Dopo complesse trattative con la Francia e il Portogallo, nella capitale tedesca venne creato a tavolino lo Stato libero del Congo, ottanta volte più grande del Belgio, che doveva essere «neutrale, libero nei commerci, e all’inizio privo di tasse doganali e senza schiavi». Nel corso della conferenza Leopoldo venne eletto all’unanimità re del Congo, ma l’opinione pubblica belga era riluttante a riconoscergli il titolo, e quindi il potere del monarca rimase «a titolo personale». Pur di sfruttare il nuovo possedimento, il re ricorse alle proprie ricchezze e, per amministrarlo, nel dicembre del 1886 creò la Compagnia del Congo per il Commercio e l’Industria. Fu un caso davvero insolito: mai prima di allora un territorio coloniale era appartenuto a una sola persona.
Assieme ai funzionari belgi, in Congo iniziarono ad arrivare imprenditori, mercanti e missionari, attirati da guadagni ed evangelizzazioni facili. Gli europei vi si potevano stabilire «senza chiedere il permesso» e senza rendere conto a nessuno. Alcune terre erano della corona belga, altre dello stato e delle società private; a queste si aggiungevano le cosiddette «terre vacanti» (ovvero senza europei, dato che gli africani non erano affatto considerati), di proprietà del re o cedute alle compagnie che saccheggiavano le materie prime della colonia, soprattutto il caucciù e l’avorio.
I rappresentanti dello stato e gli agenti delle compagnie prendevano una percentuale sulla vendita dei prodotti, quindi avevano tutto l’interesse a ottenerne la massima produzione e ricorrevano perciò a ogni mezzo, anche alla violenza. Per sorvegliare la colonia, nel 1885 fu istituito un corpo armato: la Force Publique (FP), dalla fama sinistra. Ne facevano parte africani, spesso criminali, uomini senza radici, schiavi in fuga o mercenari stranieri – etiopi e somali, ma pure liberiani, senegalesi e perfino congolesi reclutat i con la forza –; era comandata da ufficiali europei, in maggioranza belgi e anche scandinavi. La Force Publique schiacciò i congolesi, sedò ogni ribellione ed eliminò le ultime entità indipendenti.
Perché il Congo non era certo disabitato. Il suo territorio di quasi tre milioni di chilometri quadrati, equivalente a circa dieci volte l’Italia, era occupato da approssimativamente 450 entità politiche grandi, medie, piccole e piccolissime: monarchie, domini, confederazioni, clan… Lo Stato libero del Congo firmò trattati con i capi locali, con le buone o con le cattive. Altre volte li spinse gli uni contro gli altri, e fece diventare capitribù persone corrotte, criminali, prezzolate, tutte odiate dai congolesi. Alcuni dirigenti resistettero per diversi anni e altri, una volta sottomessi, si riarmarono e continuarono a combattere fino agli anni quaranta del XX secolo.

Le denunce

In via del tutto eccezionale, il Congo belga fu sottoposto a un’insolita tassazione da parte degli altri stati colonialisti, che resero note le atrocità belghe. Non c’è da stupirsene. Potenze come la Francia, la Germania e, soprattutto, la Gran Bretagna, guardavano al Congo dalle loro colonie centroafricane e vedevano come Leopoldo tenesse lontane le loro compagnie da ghiotti guadagni. Favorirono perciò la campagna contro il Belgio, come fecero pure gli Stati Uniti mentre, al pari di tutto l’Occidente, continuavano a comprare i prodotti provenienti dal Congo.

Le potenze europee portavano avanti una campagna contro il Belgio ma continuavano a comprare i prodotti provenienti dal Congo

Personalità e istituzioni diverse cominciarono a denunciare e a portare alla luce i misfatti belgi. Il Belgio era una democrazia, ma in Congo aveva instaurato una terribile dittatura. Un professore belga, Félicien Cattier, denunciava: «Leopoldo II regna in modo assoluto su tutte le attività interne ed esterne dello Stato libero del Congo […] Ha disposto lui l’organizzazione della giustizia, dell’esercito e del regime industriale e commerciale. Potrebbe affermare, con maggiore autenticità di Luigi XIV, “Lo stato sono io”».
Nel 1904-1905 una commissione di inchiesta internazionale pubblicò un rapporto sugli abusi nella raccolta del caucciù, senza però accusare direttamente Leopoldo. Nacque l’Associazione per la riforma del Congo. I detrattori erano a mano a mano aumentati, e tra di loro vi erano funzionari come il britannico Edmund Dene Morel, che aveva già denunciato il «caucciù rosso», così definito a causa del sangue versato per procurarlo.
Morel aveva ottenuto che il caso del Congo entrasse nell’agenda del parlamento inglese, e Londra aveva commissionato un rapporto al console britannico del Congo, Roger Casement, uomo di incredibile onestà e serietà, che sarebbe divenuto famoso per quel rapporto del 1903-1904 con il quale si giocò la sua carriera diplomatica. Nel rapporto Casement parlava di sfruttamento, infanticidio, stupri, mutilazioni (come quella del ragazzo «a cui i soldati, assieme agli ufficiali bianchi, avevano lacerato le mani a calci di fucile contro un albero»). Casement avrebbe fatto una brutta fine: in seguito all’esperienza in Congo e nelle piantagioni di caucciù peruviane divenne un tenace anticolonialista e, da irlandese, nel 1916 appoggiò l’insurrezione antibritannica di Dublino, che lo condusse alla forca.
Alla campagna di denuncia si unirono pure i socialisti, i liberali progressisti, gli scienziati, gli artisti e i letterati come il francese Charles Péguy («Non è il Congo Belga, è il Congo leopoldiano», dirà). L’appoggiarono i religiosi sgomenti, come il gesuita belga Vermeersch, professore all’Università cattolica di Lovanio, o il pastore, giurista e storico statunitense G.W. Williams. Quest’ultimo accusò «il governo personale in Congo di Sua Maestà », «sovrano senza morale, che lega i prigionieri come buoi, con catene che gli si conficcano nella carne […] compra schiavi a tre lire l’uno […] e importa donne per fini immorali». O come il missionario, anch’egli statunitense, William Sheppard, il quale riferisce come «si affumichino le mani e i piedi mozzati per non farli imputridire dal caldo».

Senza pietà

Ci furono pure colonialisti pentiti, come il belga Édouard Tilkens, tenente della Force Publique, che raccontò: «Ho dovuto combattere contro i capitribù che si rifiutavano di collaborare. La gente preferisce morire nella foresta, dove fugge […] È una guerra orribile: armi da fuoco contro lance e armi bianche».
L’agente Moray poi confessò che il suo distaccamento era stato mandato in un villaggio per controllare se gli indigeni stessero raccogliendo il caucciù. In caso contrario, avrebbero dovuto «ucciderli tutti, uomini, donne e bambini». Li avevano trovati seduti tranquillamente. Moray racconta: «Ci lanciammo su di loro e li massacrammo senza pietà». Quando, un’ora più tardi, giunse un loro superiore, disse: «“Benissimo, però non basta”. E ci ordinò di mozzare la testa agli uomini e appenderle sulle palizzate attorno al villaggio […] E di tagliarla anche a donne e bambini, e appendere queste ultime in forma di croce».
Le denunce furono una rivelazione per l’Occidente coloniale, quasi mai interessato alla “gente di colore”, per quanto Leopoldo e i suoi avessero cercato di presentare il Congo come una “colonia modello”. Lo statunitense Mark Twain parla categorico di «dieci milioni di morti»: «se il sangue innocente sparso in Congo fosse messo in secchi, e i secchi collocati l’uno accanto all’altro, la fila si estenderebbe per duemila miglia». Un altro scrittore, il britannico Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, afferma: «In Inghilterra siamo in molti a considerare il crimine commesso in Congo da re Leopoldo […] come il più grande mai conosciuto».

Lo scrittore statunitense Mark Twain affermava che in Congo erano morte dieci milioni di persone

Non esageravano. Tutti erano d’accordo sul brutale sfruttamento subito dagli africani. In una prima fase, alla fine del XIX secolo, si raccolsero avorio e caucciù. Nel 1887 furono prodotte 30 tonnellate di gomma, e nel 1903 ben 5.900. Tra il 1884 e il 1904 furono esportate 445mila zanne di elefante: significava che erano morti 222.500 pachidermi. Quel periodo di raccolta frenetica fu il momento culminante dei lavori forzati e della mortalità umana e animale. Seguì la fase delle piantagioni (caffé, palmisto), con l’imposizione di monocolture e i soprusi agli agricoltori africani, che a stento venivano pagati, se non erano maltrattati o uccisi. Seguì ancora un periodo “minerario”, tra il 1908 e il 1910, di feroce sfruttamento, tuttavia più “ordinato”.
L’amministrazione sequestrava periodicamente lavoratori per piantagioni e miniere o come portantini, con giornate lavorative di 12, 14 o 16 ore. Erano rinchiusi in “villaggi” simili a campi di concentramento, dai quali non potevano uscire. Se fuggivano ed erano catturati, venivano puniti o uccisi. Se si rifiutavano, i belgi gli rapivano figli e mogli, che erano messi alla fame, vessati o mutilati per costringere gli uomini a tornare al lavoro. Dovevano pagare tasse altissime in spezie, lavoro o denaro. Chi si negava veniva picchiato, giustiziato o condannato alla mutilazione. I portantini non ricevevano il vitto durante i viaggi, e quindi la mortalità era altissima (alcuni autori ritengono che, in proporzione, fosse maggiore di quella sulle navi negriere).
Le carestie erano frequenti. Un tempo l’aiuto reciproco tra le diverse comunità riusciva ad arginarle, ma i belgi avevano vietato la cosiddetta “solidarietà tribale”, termine per loro dispregiativo. Le deportazioni, le guerre e la pessima alimentazione causarono gravi epidemie e, in un contesto privo di cure sanitarie, si diffusero le infezioni: vasti territori si spopolarono, milioni di persone morirono. Oggi gli studiosi confermano quanto denunciato allora e stimano la mortalità al 50 percento: perirono tra gli 8 e i 9 su 17 milioni di abitanti (alcuni la alzano al 65 percento e altri la abbassano al 38). La popolazione ricominciò a crescere solo a partire dagli anni trenta del XX secolo.
Nel 1908 l’economia coloniale di Leopoldo era fiorente. Il Congo permise al sovrano di guadagnare l’astronomica cifra di 50 milioni di franchi d’oro in soli dieci anni, dal 1898 al 1908. Dal 1900 i prodotti esportati valevano più del doppio rispetto a quelli importati. Un affare notevole. Forse per questo i belgi e le loro agenzie cominciarono a pretendere che lo stato si facesse carico del Congo, contro la volontà del monarca. Ma giocò certamente un ruolo anche la pressione internazionale e interna contro il «cinismo e la perdita di vite». Alla fine il re accettò l’annessione del Congo al Belgio nel 1908. Leopoldo II si spense nel dicembre del 1909, a 74 anni. «Morì quando gli tolsero il Congo», disse un giornalista.
L’annessione del Congo al Belgio instaurò un sistema di sfruttamento più “razionale” e pose fine agli abusi peggiori, anche se continuarono la sottomissione, il depauperamento e le ribellioni. Per il Belgio il Congo rimase un buon investimento fino all’indipendenza, nel giugno del 1960.

Carlo A. Caranci | Storica National Geografic | 10.01.2020

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