Questa mattina voglio parlare del futuro dell'Europa.
Ma prima, rinfreschiamoci la memoria.
70 anni fa, l'Europa era coinvolta nel secondo catastrofico conflitto nell'arco di una generazione. Una guerra che ha visto le strade delle città europee cosparse di macerie. I l cielo di Londra illuminato dalle fiamme notte dopo notte. E milioni di morti in tutto il mondo coinvolti nella battaglia per la pace e la libertà.
Così come ricordiamo il loro sacrificio, dovremmo anche ricordare come avvenne il passaggio in Europa dalla guerra alla pace. Non avvenne da un giorno all'altro, bensì grazie agli sforzi di un'intera generazione. Un impegno alla pace e a non tornare ai quei giorni bui – un impegno garantito dal Trattato dell'Eliseo firmato firmato per l'esattezza 50 anni fa.
Ho visitato Berlino dopo la caduta del muro e non lo dimenticherò mai.
I posti di controllo abbandonati. Il senso di eccitazione per il futuro. La consapevolezza che un grande continente era in procinto di unirsi. La rimarginazione delle ferite è il filo conduttore dell'Unione europea.
Quelli che Churchill definiva come i predoni gemelli della guerra e della tirannia sono quasi del tutto scomparsi dal nostro continente. Oggi centinaia di milioni di persone sono libere di abitare ovunque, dal Baltico all'Adriatico, dalle rive britanniche a quelle dell'Egeo.
E mentre non dobbiamo dare ciò per scontato, il primo obiettivo dell'UE – garantire la pace – è stato raggiunto, e dovremmo rendere omaggio a tutti coloro all'interno dell'UE, e della NATO, che l'hanno reso possibile.
Ma oggi il primo e prioritario obiettivo dell'UE è diverso: non più garantire la pace, ma assicurare la prosperità.
Le sfide vengono dall'esterno, non più dal continente stesso. Vengono dalle economie emergenti dell'Est e dal Sud. Ovviamente, una crescita economica mondiale è vantaggiosa per tutti, ma non possiamo dubitare che oggi le nazioni di tutto il mondo siano in competizione tra loro.
Una corsa per il benessere e il lavoro.
L'influenza globale dei diversi paesi sta cambiando. E questi cambiamenti vengono già percepiti dagli imprenditori in Olanda, dai lavoratori in Germania, dalle famiglie in Gran Bretagna
Per questo oggi voglio parlare, in tutta franchezza e con urgenza, dell'UE e di come debba cambiare – sia per favorire la prosperità che per mantenere il sostegno della sua popolazione.
Ma prima, voglio descrivere lo spirito con cui mi approccio a queste tematiche.
Sono consapevole del fatto che a volte l'UK è vista come un polemico e piuttosto risoluto membro nella famiglia delle nazioni europee.
Ed è vero che la nostra posizione geografica ha modellato la nostra psicologia.
La nostra nazione ha un indole tipica degli Stati insulari – indipendente, schietta, bramosa di difendere la propria sovranità.
È più facile prosciugare il Canale della Manica che cambiare la sensibilità britannica.
Proprio per questa nostra sensibilità, in Europa abbiamo la fama di essere più pratici che emotivi.
Per noi, l'UE è un mezzo per un fine preciso – prosperità, stabilità, libertà, democrazia, sia all'interno dell'UE che fuori dai suoi confini – e non un organo fine a se stesso.
Con insistenza chiediamo: come? Perché? A che scopo?
Ma tutto ciò non fa di noi non-europei.
Il fatto è che la nostra non è soltanto la storia di un'isola, ma è anche la storia di un continente.
Per i rapporti intrattenuti con il resto del mondo – di cui siamo giustamente orgogliosi – siamo da tutti considerati una potenza europea e sempre lo saremo.
Dai tempi delle legioni romane alle guerre napoleoniche, dalla Riforma protestante all'Illuminismo, dalla rivoluzione industriale alla sconfitta del nazismo, abbiamo contribuito a scrivere la storia europea, e l'Europa ha contribuito a scrivere la nostra.
Nel corso degli anni la Gran Bretagna ha dato il suo contributo unico all'Europa. Abbiamo dato riparo a coloro che fuggivano dalla tirannia e dalla persecuzione. Nel periodo più nero dell'Europa abbiamo dato il nostro contributo a tenere accesa la fiamma della libertà. In tutto il continente, nel silenzio dei cimiteri riposano le centinaia di migliaia di inglesi che hanno dato la loro vita per la libertà dell'Europa.
Negli ultimi decenni, abbiamo avuto un ruolo importante nello smantellamento della Cortina di Ferro e sostenuto l'entrata nell'UE di quei paesi che hanno sprecato molti anni col Comunismo. E il punto focale della Gran Bretagna, il nostro carattere nazionale, la nostra attitudine all'Europa, è contenuto in questa storia.
La Gran Bretagna è caratterizzata non soltanto dalla sua indipendenza ma, soprattutto, dalla sua apertura.
Siamo sempre stati un paese aperto, che rivolge lo sguardo al mondo… Che guida la carica nella lotta per il commercio globale contro il protezionismo.
Questa è la Gran Bretagna oggi, come è sempre stata: indipendente, sì, ma anche aperta.
Non voglio assolutamente che alziamo il ponte levatoio per ritirarci dal mondo.
Non sono un isolazionista britannico.
Non voglio un patto migliore solo per la Gran Bretagna. Voglio un patto migliore anche per l'Europa.
Parlo da Primo Ministro britannico con una visione positiva per il futuro dell'Unione Europea. Un futuro in cui la Gran Bretagna vuole, e dovrebbe volere, svolgere un ruolo impegnato e attivo.
Qualcuno potrebbe domandarsi: perché sollevare questioni sul futuro dell'Europa quando l'Europa è già nel bel mezzo di una crisi profonda?
Perché sollevare questioni sul ruolo della Gran Bretagna quando il sostegno in Gran Bretagna è già così debole?
C'è sempre una vocina che suggerisce: "Non fare domande difficili".
Ma per l'Europa – e la Gran Bretagna – queste domande sono essenziali perché oggi ci sono tre grandi sfide da affrontare.
La prima: i problemi nell'Eurozona stanno portando cambiamenti fondamentali in Europa.
La seconda: c'è una crisi di competitività dell'Europa, mentre le altre nazioni del mondo si innalzano. E la terza: il divario tra l'UE e i suoi cittadini è cresciuto notevolmente negli ultimi anni. E ciò rappresenta la mancanza di responsabilità democratica e di consenso, sentiti – questo sì – in maniera particolarmente acuta in Gran Bretagna.
Se non risponderemo a queste sfide il rischio è che l'Europa si incagli e che i britannici si orientino verso l'uscita.
Non voglio che questo accada. Voglio che l'Unione Europea sia un successo. E voglio una relazione tra Gran Bretagna e Unione Europea che ci mantenga in essa.
È per questo che sono qui oggi: per riconoscere la natura delle sfide da affrontare. Per illustrare in che modo credo che l'Unione Europea dovrebbe reagire ad esse. E spiegare quello che voglio realizzare per la Gran Bretagna e il suo ruolo all'interno dell'Unione Europea.
Inizio dalla natura delle sfide da affrontare.
Primo, l'Eurozona.
La futura forma dell'Europa si sta forgiando. Ci sono alcune questioni serie che definiranno il futuro dell'Unione Europea e di ogni paese al suo interno.
L'Unione sta cambiando per aiutare a fissare la valuta, e questo ha profonde conseguenze per tutti noi, che siamo o meno nella moneta unica. La Gran Bretagna non è nella moneta unica e non lo sarà. Ma tutti noi abbiamo bisogno che l'Eurozona abbia la giusta amministrazione e le strutture adeguate per garantire una valuta di successo a lungo termine.
E chi di noi è fuori dall'Eurozona ha bisogno di alcune garanzie che ci assicurino, ad esempio, che il nostro accesso al mercato unico non sia compromesso in alcun modo.
Ed è giusto cominciare a risolvere adesso questi problemi.
Secondo, mentre alcuni paesi all'interno dell'Unione Europea stanno facendo abbastanza bene, nel complesso la quota dell'Europa della produzione mondiale è prevista di crollare di quasi un terzo nei prossimi vent'anni. Questa è la sfida della competivitità – e molto della nostra debolezza nel corrisponderla è autoinflitta.
Le complesse regole che restringono il nostro mercato del lavoro non sono un qualche fenomeno naturale. Proprio come una regolamentazione eccessiva non è una piaga esterna che ha colpito i nostri affari.
Queste problematiche esistono da troppo tempo. E i progressi nell'affrontarli troppo lenti.
Come ha affermato la Cancelliera Merkel – se oggi l'Europa risponde di poco più del 7% della popolazione mondiale, produce circa il 25% del prodotto interno lordo mondiale e deve finanziare il 50% della spesa sociale mondiale, allora è ovvio che dovrà lavorare molto duramente per mantenere la sua prosperità e modo di vivere.
Terzo, c'è una crescente frustrazione, in quanto l'UE viene vista come qualcosa imposta alla gente piuttosto che qualcosa che agisce per loro conto. E ciò viene intensificato dalle stesse soluzioni richieste per risolvere i problemi economici.
Le persone sono sempre più frustrate dal fatto che le decisioni vengono prese sempre più lontane da loro, e ciò significa che i loro standard di vita vengono squarciati da un'imposta austerità, o le loro tasse sono usate per salvare governi dall'altra parte del continente.
Lo stiamo cominciando a vedere nelle manifestazioni ad Atene, Madrid e Roma. Lo vediamo nel parlamento a Berlino, Helsinki e L'Aia.
E sì, è chiaro che questo sentimento di insoddisfazione nei confronti della UE è plateale in Gran Bretagna.
I leader europei hanno il dovere di prendere in considerazione. E noi dobbiamo realmente agire, non solo riparare i problemi nell'eurozona.
Come per ogni emergenza anche questa crisi va affrontata pianificando il futuro e superando le sfide presenti, cercando di capire come potrà essere il mondo quando le difficoltà all'interno dell'eurozona saranno superate.
Il più grande pericolo per l'UE non viene da coloro che sollecitano un cambiamento, ma da quelli che considerano eretici i nuovi modi di pensare. Nel corso della sua lunga storia l'Europa ha avuto a che fare con eretici che alla lunga dimostrarono la loro tesi.
E la mia è tesi è questa.
Continuando così, non è prevedibile un futuro a lungo termine dell'eurozona. Continuando così, l'Ue non potrà mantenere il passo con le forti economie. Continuando così la distanza tra il cittadino e le istituzioni europee non si colmerà. Continuando così, si continuerà con una bassa competitività, bassa crescita e disoccupazione.
Ciò renderà i paesi europei più deboli, non più forti.
Per questo abbiamo bisogno di un cambio profondo e risolutivo.
E permettetemi di esporre il pensiero per una Ue che sia al passo coi tempi.
La mia visione si articola in 5 principi:
La prima: competitività. La base dell'Ue deve continuare a essere il Mercato Unico. La Gran Bretagna è al centro di questo mercato e questa sua posizione non deve cambiare.
Ma se i servizi, l'energia e il digitale – i veri motori dell'economia moderna – rimangono settori incompleti all'interno del Mercato Unico, non si realizza pienamente il successo auspicato.
Non ha senso che chi acquista online sia impossibilitata ad avere accesso alle migliori offerte in altri paesi soltanto a causa del luogo in cui vivono. La mia intenzione è di perfezionare il Mercato Unico e che questa sia per noi la missione principale.
Dobbiamo esporci in prima linea nei rapporti commerciali con gli USA, il Giappone e l'India e diventare parte integrante nel processo globale di libero scambio. E voglio dare impulso ad esentare le piccole aziende da ulteriori direttive UE.
Questi devono essere i compiti che i funzionari europei sono chiamati a svolgere anche fino a tarda notte. Dobbiamo renderci conto delle inefficaci e sclerotiche attività decisionali che ci ostacolano.
Ciò vuol dire creare una Unione più snella, meno burocratica, e che si focalizzi incessantemente nell'aiuto reciproco tra i paesi membri ad essere competitivi.
Nella competizione mondiale, è giustificabile un così alto numero di costose istituzioni europee periferiche?
È giustificabile che la Commissione sia sempre più grande?
È ammissibile andare avanti con un organizzazione che ha un budget di diversi miliardi di sterline ma che non si concentra abbastanza nel controllo della spesa e nella chiusura dei programmi non realizzati?
Vorrei, inoltre, chiedere: dal momento che la competitività del Mercato Unico è così importante, perché esiste un Consiglio Ambiente, un Consiglio Trasporti, un Consiglio Istruzione ma non un Consiglio per il Mercato Unico?
Il secondo principio è la flessibilità.
Ci vuole una struttura che possa conciliare la diversità dei paesi membri – da quelli del Nord, a quelli del Sud, dai paesi occidentali a quelli orientali, dal più piccolo al più grande, dal più anziano al più giovane. Alcuni di questi stanno prendendo in considerazione una maggiore integrazione politica ed economica. Altri paesi, compresa la Gran Bretagna, non accetterebbero mai questo obiettivo.
So che per far funzionare un Mercato Unico ci vogliono una serie di regole comuni e una regolamentazione per rispettarle. Ma dobbiamo anche essere in grado di rispondere ai più recenti sviluppi e tendenze.
La competivitità richiede flessibilità, possibilità di scelta e apertura – se l'Europa non vuole diventare una terra di nessuno tra le economie in crescita asiatiche e quelle del Nord America.
L'Ue deve essere in grado di muoversi come una rete veloce e flessibile e non come un blocco rigido e impacciato.
Non dobbiamo farci opprimere, ostinandoci su un unico approccio, sottintendendo che tutti i paesi vogliono lo stesso livello di integrazione. La realtà è che non tutti lo vogliono, e non dobbiamo sostenere il contrario.
Alcuni diranno che questa mia affermazione è un'offesa ai principi cardine dell'Ue. Dico però che questa è la realtà dei fatti. 17 paesi fanno parte dell'eurozona, 10 no.
26 paesi europei aderiscono agli accordi Schengen – di cui 4 non fanno parte dell'Ue, Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. 2 paesi Eu – Gran Bretagna e Irlanda – hanno mantenuto le loro frontiere interne.
Alcuni Stati membri, come Gran Bretagna e Francia, sono pronti, disposti e preparati ad agire in Libia e Mali. Altri non gradiscono l'uso della forza militare.
Diamo il benvenuto alla diversità, invece di eliminarla.
Smettiamola di parlare di un'Europa a due velocità, con delle corsie veloci e delle altre lente, e paesi che perdono i treni.
Invece, partiamo da questa affermazione: siamo una famiglia di nazioni democratiche, membri di una, singola Unione Europea, il cui motivo di essere è il Mercato Unico, non la moneta unica.
Chi non ha l'euro come moneta ammette che i paesi dell'Euro sono più inclini a drastiche trasformazioni istituzionali.
Seguendo questa linea, i paesi dell'eurozona dovrebbero accettare il fatto che sussisteranno dei cambiamenti necessari per salvaguardare i nostri interessi e rafforzare la legittimazione della democrazia. E dobbiamo tutti essere in grado di compiere questi cambiamenti.
C'è chi dirà che ciò va contro i principi dell'Ue – e che non si può agire secondo i bisogni della propria nazione.
Ma non è così, anzi, ciò assicurerà agli Stati membri una maggiore integrazione; infatti, una cooperazione che sia flessibile e adatta è il vero collante.
Permettetemi un'affermazione che potrà risultare eretica.
I Trattati sull'Unione europea impegnano gli Stati contraenti a "porre le fondamenta di un'unione sempre più stretta fra i popoli europei".
Questo impegno viene sempre inteso come un'applicazione che vale non per i cittadini ma per gli Stati e le istituzioni uniti dalla Corte di Giustizia europea, organo che ha sempre sostenuto un maggiore accentramento dei poteri.
Capiamo e rispettiamo il diritto a voler mantenere il proprio impegno al fine di raggiungere questo obiettivo. Ma per la Gran Bretagna – e forse anche per altri – non è questo il vero obiettivo
Ci rassicurerebbe se nel Trattato venisse specificato ciò, si permetterebbe così a coloro che vogliono di andare oltre, di essere più veloci, senza nessun impedimento da parte di altri.
A coloro che dicono che non abbiamo un piano per l'Europa, noi diciamo che è vero il contrario.
Crediamo in un'unione flessibile composta da Stati membri liberi ma che condividono Trattati e istituzioni per: perseguire insieme l'ideale della cooperazione; rappresentare e promuovere i valori della civiltà europea nel mondo; aumentare gli interessi comuni mettendo a disposizione il nostro potere collettivo a favore dei mercati aperti; costruire una solide base economica europea.
Siamo convinti che le nazioni debbano lavorare insieme per: garantire la sicurezza e la diversità;
contrastare il cambiamento climatico e la povertà globale, il terrorismo e le organizzazioni criminali; allargare il numero degli Stati membri dell'Ue.
Questa idea di flessibilità e cooperazione non è la stessa di coloro che vogliono costruire un'unione politica sempre più forte – ma è egualmente valida.
Il terzo principio è che il potere deve poter defluire fino agli Stati membri e non allontanarsi. Ciò fu promesso dai leader europei a Laeken nel 2001.
Era stato inserito nel trattato. Ma questa promessa non è mai stata onorata. Bisogna applicare tale principio correttamente.
Permetteteci, dunque, di esaminare a fondo cosa l'Ue dovrebbe fare e cosa dovrebbe smettere di fare. – come anche il Primo Ministro olandese ha suggerito.
In Gran Bretagna abbiamo già varato la nostra revisione di bilancio per le competenze – per avere un'analisi informata e oggettiva di dove l'UE ci supporta e dove ci ostacola.
Non dobbiamo farci sviare dalla credenza che un mercato unico profondo e fattibile richiede enormi sforzi per essere armonizzato, per ottenere un irraggiungibile e illimitato "essere alla pari".
I paesi sono diversi. Fanno scelte diverse. Non possiamo armonizzare tutto. Per esempio, non è né giusto né necessario rivendicare che l'integrità del mercato unico o la piena appartenenza all'Unione Europea richiedano che gli orari lavorativi dei dottori ospedalieri inglesi vengano decisi a Bruxelles senza nessun rispetto dei punti di vista dei parlamentari e professionisti britannici.
Allo stesso modo dobbiamo esaminare se il bilancio in molte aree in cui ha legiferato l'Unione Europea, tra cui ambiente, affari sociali e criminalità, è in attivo.
Niente dovrebbe essere nascosto.
Il mio quarto principio è la responsabilità democratica: dev'esserci un ruolo maggiore e più significativo per i parlamenti nazionali.
Non esiste, dal mio punto di vista, un'unica espressione europea.
Sono i parlamenti nazionale ad essere, e lo rimarranno, la vera fonte della reale responsabilità e legittimità democratica nella UE.
È al Bundestag che deve rispondere Angela Merkel. È al parlamento greco che Antonis Samaras deve far passare le misure di austerità del suo governo.
È al parlamento inglese che devo fornire un resoconto dei negoziati sul budget per l'UE, o sulla salvaguardia del nostro posto nel mercato unico.
Questi sono i parlamenti che instillano autentico rispetto – o anche paura – nei leader nazionali.
Dobbiamo riconoscere ciò nel modo in cui l'UE fa affari.
Il mio quinto principio è l'equità: qualsiasi siano le nuove disposizioni emanate per l'Eurozona devono funzionare equamente sia per chi è dentro sia per chi è fuori.
Questo sarà particolarmente importante per la Gran Bretagna. Come ho detto, non entreremo a far parte della moneta unica Ma non c'è una schiacciante ragione economica perché la moneta unica e il mercato unico dovrebbero essere restrittivi, non più di quanto lo siano il mercato unico e Schengen.
La nostra partecipazione al mercato unico e la nostra capacità ad aiutare a fissare le sue regole è la ragione principale per la nostra adesione all'UE.
Quindi è un interesse vitale per noi proteggere l'integrità e l'equità del mercato unico per tutti i suoi membri.
Ed è per questo motivo che la Gran Bretagna si è preoccupata di promuovere e difendere il mercato singolo come la crisi dell'Eurozona riscrive le norme in materia fiscale e di banche. Questi cinque principi forniscono quello che, io credo, sia il giusto approccio per l'Unione Europea.
Ora lasciatemi dire cosa significhi questo per la Gran Bretagna.
Oggi, la disillusione pubblica nei confronti dell'UE è in stato avanzato. Ci sono diversi motivi per ciò ciò è avvenuto.
La gente sente che l'UE si sta muovendo in una direzione per cui non hanno mai firmato. Sente interferenze nella nostra vita nazionale da quelle che vedono come norme e regolamenti inutili. E si chiede quale sia il punto di tutto questo.
In parole povere, molti si chiedono “perché non possiamo avere ciò che abbiamo votato, un mercato comune?”. Sono arrabbiati per alcune sentenze giuridiche fatte in Europa che hanno un impatto sulla vita in Gran Bretagna. Parte di questa antipatia nei confronti dell'Europa in generale si riferisce davvero alla Corte Europea dei diritti dell'uomo, piuttosto che l'UE. E la Gran Bretagna sta guidando gli sforzi europei per affrontarlo.
Su questo fronte, infatti, deve essere fatto molto di più. Ma la gente ritiene inoltre che l'UE si sta dirigendo ora verso un livello di integrazione politica che è lontano dalla zona sicura della Gran Bretagna.
Vede trattato dopo trattato, il fatto di modificare l'equilibrio tra gli stati membri e l'Unione Europea. E si noti che non hanno mai voce in capitolo.
Sono stati promessi dei referendum ma non li hanno avuti. Vedono quello che è successo all'euro. E notano che molti dei nostri politici o i nostri capitani d'industria hanno esortato la Bretagna di aderire all'epoca.
E non hanno notato molte espressioni di pentimento.
E guardano ai passi avanti che l'Eurozona sta facendo e mi chiedo quanto più profonda sia l'integrazione nell'Eurozona per l'eurozona per un paese che non ha intenzione di adottare l'euro.
Il risultato è che il consenso democratico per l'UE in Gran Bretagna è ora sottilissimo.
Alcuni dicono che farlo notare è irresponsabile, crea incertezza per le imprese e mette un punto interrogativo sul posto che occupa la Gran Bretagna nell'Unione Europea.
Ma l'interrogativo è già lì e ignorarlo non lo farà sparire.
Infatti, è esattamente l'opposto. Coloro che si rifiutano di prendere in considerazione gli inglesi, dal mio punto di vista rendono più probabile la nostra eventuale uscita.
Solo chiedere agli inglesi di accettare un regolamento europeo sul quale non hanno avuto voce in capitolo basta a capire che quando la questione verrà finalmente posta – e ad un certo punto dovrà esserlo – è molto probabile che il popolo britannico rifiuterà l'UE. Ecco perché sono a favore di un referendum. Credo che bisogna affrontare questo problema, svilupparlo, condurre il dibattito. Non semplicemente sperare che questa situazione difficile si risolva.
Alcuni sostengono che la soluzione sia quindi tenere il referendum ora.
Capisco l'impazienza di voler fare questa scelta immediatamente.
Ma non credo che prendere una decisione in questo momento sia la strada giusta per andare avanti, sia per la Gran Bretagna che per l'Europa come insieme.
Oggi un voto tra la status quo e lasciare sarebbe una scelta del tutto falsata.
Questo – mentre l'UE è in continuo cambiamento e quando non si sa cosa riserva il futuro e che tipo di UE emergerà da questa crisi – non è il momento giusto per prendere una decisione riguardo il futuro del nostro paese.
É sbagliato chiedere alla gente se rimanere o meno prima di avere la possibilità di instaurare un giusto rapporto.
Come si può rispondere ragionevolmente alla domanda “dentro o fuori” se non siamo in grado di rispondere alla domanda fondamentale “che cosa scegliamo esattamente stando dentro o fuori”?
L'unione Europea che emerge dalla crisi dell'Eurozona sta per assumere una forma diversa. Sarà trasformata forse oltre modo dalle misure necessarie per salvare l'Eurozona.
Abbiamo bisogno di un po' di tempo per permettere che ciò accada – e contribuire a modellare il futuro dell'Unione Europea, in modo che quando avverrà, la scelta sia quella giusta.
Una vera scelta tra lasciare o far parte di un nuovo insediamento in cui la Gran Bretagna modella e rispetta le regole del mercato unico, ma è protetta da garanzie eque e libera dal falso regolamento che danneggia la competitività dell'Europa.
Una scelta tra lasciare o far parte di un nuovo insediamento in cui la Gran Bretagna è in prima linea nell'azione collettiva su temi come la politica estera e il commercio e in cui lasciamo la porta saldamente aperta a nuovi membri.
Un nuovo accordo soggetto alla legittimità democratica e alla responsabilità dei parlamenti nazionali in cui gli Stati membri si combinano in una cooperazione flessibile, rispettando le differenze nazionali, non sempre cercando di eliminarle, dal momento che abbiamo dimostrato come alcuni poteri possono infatti essere restituiti agli Stati Membri.
In altre parole, una soluzione che sarebbe del tutto in linea con la missione per un aggiornamento dell'Unione Europea come l'ho descritta oggi. Più flessibile, più adattabile, più aperta – adatta dalle sfide dell'età moderna.
E a quelli che dicono che un nuovo accordo non può essere negoziato, direi di ascoltare le opinioni degli altri partiti nei vari paesi europei, i quali sostengono che il potere debba tornare nuovamente agli Stati europei.
E guardino anche ciò che abbiamo già realizzato. Mettere fine all'obbligo della Gran Bretagna di salvare i membri dell'Eurozona. Mantenere la Gran Bretagna fuori dalla fiscal compact. L'avvio di un processo per restituire un po' di giustizia esistente e poteri degli affari interni poteri. Assicurare la protezione sull'Union Banking. E la riforma politica della pesca.
Perciò stiamo iniziando a modellare le riforme di cui abbiamo bisogno ora. Alcuni non richiedono il cambiamento dei Trattati.
Ma sono d'accordo con quello che il Presidente Barroso e altri hanno detto. Nei prossimi anni l'UE avrà bisogno di concordare modifiche sui trattati per apportare le modifiche necessarie per il futuro dell'euro e rafforzare l'Europa diversificata, competitiva, democraticamente responsabile che cerchiamo.
Credo che il modo migliore per fare questo sarà in un nuovo Trattato in modo da aggiungere la mia voce a coloro che già lo stanno chiedendo.
La mia tendenza prevalente è quella di mettere in atto questi cambiamenti per l'intera Unione, e non solo per la Gran Bretagna.
Ma se non c'è voglia di un nuovo Trattato per tutti noi poi, di certo, la Gran Bretagna dovrebbe essere pronta ad affrontare i cambiamenti di cui abbiamo bisogno in un negoziato con i nostri partner europei.
Il prossimo Manifesto conservatore nel 2015 chiederà un mandato agli inglesi per un governo conservatore che negozi un nuovo accordo con i nostri partner europei nel prossimo Parlamento.
Sarà un rapporto profondo con il mercato unico.
E quando abbiamo negoziato questo nuovo trattato daremo agli inglesi un referendum in cui si dovrà decidere se stare dentro o fuori.
Per rimanere nell'UE in questi nuovi termini; o venire fuori del tutto.
Sarà un referendum dentro o fuori.
La legislazione sarà elaborata prima delle prossime elezioni. E se un governo conservatore verrà eletto introdurremo immediatamente dei provvedimenti e passerà entro la fine dello stesso anno. E noi completeremo questa negoziazione e faremo questo referendum entro la prima metà del prossimo mandato.
È tempo per il popolo britannico di dire la propria. È il momento di risolvere la questione europea nella politica britannica.
Io dico al popolo britannico: questa sarà una vostra decisione.
E quando ci sarà da fare questa scelta, avrete una scelta importante da fare riguardo il destino del nostro paese.
Capisco l'attrattiva di andare da soli, di camminare per la propria strada. Ma sarà una decisione che dovremo prendere a mente fredda. I fautori di entrambi le parti della questione dovranno evitare di esagerare con le proprie richieste.
Di certo la Gran Bretagna potrebbe intraprendere la sua strada nel mondo, al di fuori dell'UE, se scegliamo di fare cosi. Così come qualsiasi altro Stato membro.
Ma la domanda che dovremo porci è questa: questo è il futuro migliore per il nostro paese? Dovremo valutare attentamente dove risiede il nostro vero interesse come nazione.
Da soli, noi saremmo liberi di prendere le nostre decisioni, proprio come noi ci libereremmo del solenne obbligo di difendere i nostri alleati se lasciassimo la NATO. Ma noi non lasceremo la NATO perché è nel nostro interesse nazionale l'obbligo di rimanere e beneficiare della garanzia di difesa collettiva. Abbiamo più potere e influenza – se attuiamo sanzioni contro Iran o Siria, o promuoviamo la democrazia in Birmania – se possiamo agire insieme.
Se lasciamo l'UE, non possiamo di certo lasciare l'Europa. Rimarrà per molti anni il nostro mercato più grande, e per sempre la nostra zona geografica. Siamo legati da una complessa rete di impegni giuridici. Centinaia di migliaia di inglesi ora danno per scontato il loro diritto al lavoro, di vivere o andare in pensione in qualsiasi altro paese dell'UE. Anche se usciamo fuori completamente, le decisioni prese nell'UE continuerà ad avere un effetto profondo sul nostro paese. Ma avremmo perso tutto tutto il nostro veto rimanente e il nostro peso in queste decisioni.
Avremmo bisogno di valutare molto attentamente le conseguenze di non essere più dentro l'Unione europea e al suo mercato unico, come membro a pieno titolo.
Un continuo accesso al mercato unico è di vitale importanza per le imprese e l'occupazione inglese.
Dal 2004, la Gran Bretagna è stata la destinazione di un quinto di tutti gli investimenti in Europa.
Ed essere parte del mercato unico è stata la chiave di quel successo.
Ci sarà tutto il tempo per testare a fondo tutti gli argomenti, in favore e contro le disposizioni che negoziamo. Ma lasciatemi solo affrontare un punto di cui noi abbiamo molto sentito parlare.
Ci sono alcuni che ci esortano a trasformarci in Norvegia o Svizzera – con accesso al mercato unico ma al di fuori dell'UE. Ma questo è davvero nel nostro interesse?
Ammiro questi paesi e sono nostri amici, ma sono molto diversi da noi. In Norvegia si trova la più grande riserva di energia in Europa e dispone di un fondo di oltre 500 miliardi di euro. E mentre la Norvegia fa parte del mercato unico – e paga per questo – non ha affatto voce in capitolo sulle regole: deve solo attuare le direttive.
Gli svizzeri devono negoziare l'accesso al mercato unico settore per settore. Accettare le regole comunitarie – su cui non hanno voce in capitolo – oppure non avere pieno accesso al mercato unico, anche in settori chiave come i servizi finanziari.
Il fatto è che se si entra in un organismo come l'Unione europea, ci sono regole.
Non si può fare sempre ciò che si vuole. Ma questo non significa che dovremmo andarcene – non se i benefici di soggiorno o di lavoro insieme sono maggiori.
Dovremmo riflettere attentamente anche per l'impatto sulla nostra influenza al piano del tavolo degli affari internazionali.
Non ci sono dubbi che siamo più potenti a Washington, a Pechino, a Delhi perché siamo un giocatore potente nell'Unione Europea.
Questa è importante per l'occupazione e la sicurezza britannica. È importante per la nostra abilità di operare a livello mondiale. È importante per gli Stati Uniti e altri amici in tutto il mondo, motivo per cui molti ci dicono chiaramente che vorrebbero la Gran Bretagna nell'Unione Europea.
Dovremmo pensare molto attentamente prima di lasciare questa posizione.
Se lasciamo l'Unione europea, sarebbe un biglietto di sola andata, senza un ritorno.
Così avremo il tempo per un dibattito corretto e ragionato.
Al termine del dibattito voi, il popolo britannico, deciderete.
E io dico ai nostri partner europei, frustrati come sono alcuni di loro di non dubitare sull'atteggiamento della Gran Bretagna: lavorate con noi su questo.
Considerate le misure straordinarie che i membri dell'Eurozona stanno prendendo per mantenere l'euro, passi che un anno fa sarebbero sembrati impossibili.
Non mi sembra che i passi necessari per rendere la Gran Bretagna – e altri – più a loro agio all'interno del rapporto con l'Unione Europea siano di per sé così stravaganti o irragionevoli.
E proprio come credo che la Gran Bretagna dovrebbe voler restare nell'UE, così la UE dovrebbe volere che restassimo.
Perché una UE senza Gran Bretagna, senza una delle maggiori potenze europee, un paese che ha inventato da molti punti di vista il mercato unico, e che dà un reale supporto all'influenza europea sul palcoscenico mondiale, e che è una forza per le riforme economico-liberali, sarebbe una Unione Europea molto diversa.
Ed è difficile sostenere che la UE non sarebbe decisamente impoverita dall'addio della Gran Bretagna.
Fatemi concludere dicendo questo.
Non mi faccio illusioni sulla portata del compito che ci attende.
So che ci sarà chi sosterrà che la visione da me esposta è impossibile da ottenere. Che i nostri partners non collaboreranno in nessun modo. Che i britannici sono sulla strada di un'inevitabile uscita. E che se non siamo a nostro agio nell'UE dopo 40 anni, non lo saremo mai.
Ma mi rifiuto di assumere una posizione così disfattista – che sia per noi o per l'Europa.
Perché è con coraggio e convinzione che credo possiamo far nascere un'Unione Europea più flessibile, adattabile e aperta, nella quale si possano incontrare interessi e ambizioni di tutti i membri.
È con coraggio e convinzione che credo possiamo ottenere un nuovo accordo, che faccia sentire a suo agio la Gran Bretagna e in cui tutti gli stati possano prosperare.
E quando ci sarà il referendum, lasciate che vi dica che se riusciamo a negoziare un tale accordo, lo sosterrò con tutto me stesso.
Perché c'è qualcosa in cui credo profondamente. E cioè che gli interessi nazionali della Gran Bretagna sono meglio serviti da un'Unione Europea flessibile, adattabile e aperta, e che un'Unione Europea di questo tipo darebbe il suo meglio con la Gran Bretagna a farne parte.
Nelle prossime settimane, mesi e anni, non avrò riposo fino a quando questo dibattito non sarà vinto. Per il futuro del mio paese. Per il successo dell'Unione Europea. E per la prosperità della nostra gente nelle generazioni a venire.
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