Dante, il profeta dell’identità nazionale
di Maurizio Sessa
Un giorno, in piazza Duomo, il Sommo Poeta venne fermato da uno sconosciuto, che, di punto in bianco, gli chiese: “Qual è il cibo più buono del mondo?” Durante di Alighiero degli Alighieri, più conosciuto come Dante, rispose senza indugio: “L’ovo”.
Uno squarcio di vita quotidiana fiorentina di sapore ‘strapaesano’, tramandatoci da una leggenda popolare. Ma non era finita lì. Un anno dopo i destini dell’anonimo ‘uomo della strada’ e del babbo della “Divina Commedia” si incrociarono ‘novamente’. Alludendo al condimento migliore per “l’ovo”, lo sconosciuto gli chiese: “Con cosa?” “Col sale”, rispose prontamente Dante. Una delle numerose leggende fiorite intorno alla figura e all’opera di Dante. Sì, perché già dal Quattrocento Dante era venerato dagli eruditi, ma anche ‘cantato’ per la strada dal popolo minuto.
Il padre della lingua italiana “nel mezzo del cammin” tra realtà e leggenda ha suscitato un culto che ancora oggi raccoglie folte schiere di ferventi adepti. Depositaria istituzionale della “fede” popolare, ma anche e soprattutto dei contributi più significativi dei massimi studiosi del Divin Poeta, è la Società Dantesca Italiana, istituzione fondata il 31 luglio 1888, che ha sede nel Palagio dell’Arte della Lana ed è diretta, dal 2007, dal professor Enrico Ghidetti.
Professor Ghidetti, il dantismo ha alimentato il mito fondante l’unità d’Italia. Dante è il profeta della nostra identità nazionale…
“Non c’è alcun dubbio, e proprio a questo tema è dedicato il convegno di studi “Culto e mito di Dante dal Risorgimento all’Unità” che si svolgerà nel Palagio dell’Arte della Lana il 23 e 24 novembre”.
C’è stato un momento particolare che ha segnato l’apice di questo culto?
“E’ negli anni Ottanta dell’Ottocento che sempre più forte si avverte l’esigenza di dare corpo e dignità scientifica al culto risorgimentale di Dante, culto culminato con le solenni onoranze tributate al poeta nella Firenze, nuova capitale d’Italia, nel maggio 1865, per il settimo centenario della nascita. E’ il momento che idealmente conclude il ciclo romantico – risorgimentale della fortuna dantesca”.
Come nasce la Società Dantesca Italiana?
“Essenzialmente come ‘costola’ dell’Accademia della Crusca. Il sodalizio vide la luce il 31 luglio 1888, nella Sala di Leone X in Palazzo Vecchio, con l’approvazione dello statuto e l’elezione a presidente provvisorio di Pietro Torrigiani, l’allora sindaco. La Società raccoglieva alcuni fra i più bei nomi della cultura e della politica, ma fondamentale nella sua storia rimane il ruolo di Francesco Mazzoni, presidente della Dantesca dal 1968 al 2005”.
L’istituzione di centri di studio dedicati a Dante però era avvenuta oltralpe e oltreoceano prima che nella città dell’Alighieri…
“Sì, a causa dell’evoluzione del nostro processo unitario. Centri di studio danteschi erano già nati nel 1865 in Germania (“Deutsche – Dante Gesellschaft”), nel 1876 in Inghilterra (“Oxford Dante Society “) e nel 1880 negli Stati Uniti (“Dante Society of America”)”.
La Società Dantesca Italiana ha sede nel Palagio dell’Arte della Lana, luogo di grande fascino…
“E’ di proprietà dell’ente dal 1905, anno in cui venne restaurato da Enrico Lusini che privilegiò l’aspetto medievale. E’ un edificio costruito alla fine del secolo XII dalla corporazione dell’Arte della Lana. Un luogo, quindi, che necessita di continuo monitoraggio, che ospita la più grande biblioteca dantesca del mondo: ventitremila volumi. Un patrimonio consultabile on line. Il Palagio inoltre custodisce preziosi tesori d’arte come gli affreschi degli allievi di Giotto e per valorizzarli si potrebbe pensare a un vero e proprio percorso museale”.
Fra i compiti istituzionali della Società Dantesca Italiana, ovviamente, c’è la Lectura Dantis.
“Un’attività istituzionale prestigiosa, avviata in Orsanmichele e poi con crescente partecipazione proseguita alla Pergola e al cinema Odeon. Grazie al contributo di grandi firme dello spettacolo, ma anche di tanti ‘attor giovani’, è stata data nuova linfa a un culto che non accenna a scemare”.
E non c’è da meravigliarsi, perché l’immortale opera di Dante con “piccoletta barca”, ci traghetta da un passato di gloria all’eterno presente, “sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che muove il sole e l’altre stelle”. Un ‘eterno ritorno’ che consegna il culto e il mito di Dante ai nuovi “fedeli d’amore” del futuro prossimo venturo.
(Da la Nazione, 20/11/2011).















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