LA SCUOLA: ANATOMIA DI UNA RIVOLUZIONE

Paolo Gambi, Rinascimento poetico

LA SCUOLA: ANATOMIA DI UNA RIVOLUZIONE
Fonte Eurispes, http://www.mix.it/eurispes/anni.htm

Il sistema scolastico si trova al centro di un vero e proprio vortice di riforme che stanno scuotendo un mondo intorpidito ed assopito da decenni e, fino ad oggi, regolato da disposizioni di legge e circolari ministeriali letteralmente mummificate.
Il merito di questo pseudo-miracolo va riconosciuto in primo luogo all’attuale Ministro, Luigi Berlinguer, che, a partire dalla proposta di riforma contenuta nel Documento di riordino dei cicli scolastici (gennaio 1997), ha profuso un costante impegno per promuovere una sostanziale modernizzazione della scuola italiana.
Per attuare la riforma è però necessario tenere in considerazione tutte le variazioni che di anno in anno modificano la struttura del sistema scolastico italiano. I decisori politici e tutti i soggetti protagonisti del mutamento in corso di implementazione debbono costantemente aggiustare il tiro per evitare di mettere in opera un cambiamento non del tutto adeguato alle esigenze emergenti o alle caratteristiche degli utenti dei servizi scolastici. Per trovare le risposte giuste è opportuno porsi una serie di domande sui trend relativi a molteplici aspetti del fenomeno Scuola. Il presente studio cerca di evidenziare alcuni dati strutturali sottoposti ad analisi secondarie condotte parametrando i numeri forniti del Ministero della Pubblica Istruzione e dalle altre Istituzioni detentrici dell’informazione inerente il sistema scolastico italiano; tale procedura ha consentito di porre in evidenza elementi strutturali poco noti.
Qual è l’incidenza percentuale degli alunni iscritti rispettivamente alle scuole materne, alle elementari, alle medie inferiori e alle medie superiori?
Nelle regioni del Nord il peso degli alunni della scuola materna rispetto alla popolazione scolastica regionale complessiva è sensibilmente inferiore rispetto a quello delle regioni del Centro-Sud. In particolare il Veneto, con il 7,2% (36.126 alunni su 500.752), l’Emilia Romagna, con il 9,1% (35.739 alunni su 390.727) e la Lombardia, con il 9,4% (90.952 alunni su 965.642), sono le regioni con valori decisamente inferiori alla media nazionale, pari al 12,3%, mentre le Marche, con il 14,9% (28.994 alunni su 19.766), l’Abruzzo, con il 14,7% (28.255 alunni su 192.010), e la Puglia, con il 14,5% (100.314 alunni su 687.835), presentano i valori più elevati. Risultati opposti emergono, invece, considerando il peso specifico degli alunni delle scuole secondarie di II grado. Nelle regioni del Sud, infatti, (ad eccezione della Basilicata) il peso di questa fascia di studenti rispetto alla popolazione scolastica regionale complessiva è significativamente inferiore alla media nazionale ed agli standard delle regioni del Centro-Nord. Le variabili principali che incidono sulla stratificazione scolastica delle diverse regioni sono rappresentate dalle fasce d’età che caratterizzano la popolazione ciascuna regione e dal diverso peso che l’abbandono scolastico assume nelle diverse regioni italiane.
Gli ultimi dati relativi al livello di scolarizzazione della popolazione italiana, pur registrando un indubbio progresso, con un aumento sia della percentuale di giovani che accedono alla scuola secondaria superiore (80%) sia della percentuale di quelli che arrivano a conseguire il diploma di maturità (66,7%), sono allarmanti per quanto riguarda i livelli di scolarità della popolazione in generale e delle forze di lavoro. La popolazione in generale, nel 1996 ancora il 33,9% risulta priva di titolo o con la sola licenza elementare; per quanto riguarda invece le forze di lavoro sempre nel 1996, oltre la metà dei lavoratori (54,6%) non possiede più della licenza media. L’Italia, sebbene si stia avvicinando agli standard di scolarizzazione degli altri paesi industrializzati, dovrà ancora per diversi anni pagare le conseguenze del forte deficit di scolarità degli anni precedenti, soprattutto in termini di qualificazione delle forze di lavoro.
Ma com’è strutturato e come si configura l’attuale sistema scolastico all’avvio di una riforma che intende rivoluzionare l’intero apparato? Quali sono i suoi punti deboli?
Un fenomeno negativo che caratterizza da sempre e fortemente il sistema scolastico italiano è rappresentato dall’abbandono. Uno studio condotto dall’Isfol mette in evidenza che su 1.000 ragazzi iscritti al primo anno di scuola media, ve ne sono 47 che abbandonano senza aver conseguito la licenza; su 953 ragazzi che conseguono la licenza, 874 si iscrivono alla scuola secondaria. Sul fronte degli abbandoni definitivi si stima che 63 ragazzi si indirizzano a corsi di formazione regionale, 65 all’apprendistato, 39 ad altre attività (lavoro nero o disoccupazione). Su 1.000 iscritti, 684 arrivano al conseguimento del diploma di maturità; dopo il diploma la maggioranza (467), anche per mancanza di alternative professionalizzanti, prosegue verso l’Università, mentre una quota molto più bassa si rivolge a corsi di formazione. Dei 467 immatricolati, solo 165 arrivano al conseguimento della laurea. Il confronto internazionale, per quanto riguarda i principali indicatori di scolarità e il livello di istruzione, colloca l’Italia in una situazione di pesante ritardo. Come si evince dalla tabella 3 relativa al 1994, l’Italia resta, dopo Spagna, Turchia e Portogallo, il Paese con la più bassa percentuale di diplomati e laureati. Le cifre Ocse sono sconsolanti: solo un giovane italiano su tre (il 30%), un anno dopo aver lasciato la scuola, ha un’occupazione stabile. In Germania questo succede a quattro giovani su cinque (l’80%) e la media dei paesi Ocse la probabilità è di quasi il 60%.
Qual è la causa di questa situazione di arretratezza? La risposta è unanime: una scuola eccessivamente burocratizzata, centralizzata, dal modello organizzativo rigido ed elefantiaco, sorpassata nei contenuti e nei metodi, incapace di fornire una preparazione adeguata alle esigenze del mondo del lavoro, una realtà in cui il rapporto scuola-territorio-mondo delle imprese è scarso, mancando canali di interscambio che permettano ai giovani di fare esperienze lavorative già nel periodo di formazione scolastica. Ed è proprio sulla scia di tali considerazioni che ha preso corpo e si è sviluppata la trama della riforma del sistema scolastico.
La riforma in atto trova il suo core essenziale nel concetto di autonomia. I contenuti dell’autonomia sono diversi: si va dalla progettazione dell’offerta formativa alle modificazioni nell’organizzazione scolastica e nella didattica, dalla creazione di reti di scuole all’organizzazione della valutazione/autovalutazione, dai rapporti con la comunità locale alle attività di ricerca e sperimentazione, dalle attività di formazione alle iniziative per l’innalzamento dell’obbligo scolastico. Se è vero, come detto, che il Regolamento sull’autonomia organizzativa e didattica entrerà in vigore il 1 settembre 2000, è anche vero che sin da quest’anno scolastico le scuole potranno anticipare in via sperimentale alcuni elementi di flessibilità didattica ed organizzativa. Al termine del primo anno di autonomia risulta che la maggior parte delle scuole (nella misura dell’89,4%) ha presentato proposte di sperimentazione. Dal monitoraggio effettuato dalla Biblioteca di Documentazione Pedagogica emerge peraltro come una cos forte domanda di sperimentazione sia altamente dinamica all’interno degli istituti (si va dal 91% dei circoli didattici all’85,4% degli istituti professionali); al di sotto della media nazionale si collocano Basilicata, Campania, Calabria, Molise, Sardegna e Sicilia; al di sopra si trovano invece Umbria, Basilicata e Piemonte (quest’ultitmo con il 96,7% delle scuole interessate). In particolare si può notare come il 57,7% delle scuole segnali il carattere integrativo e facoltativo delle iniziative sperimentali proposte (con un picco nelle scuole medie pari al 70,7%), mentre nel 65,9% delle scuole la sperimentazione ha riguardato attività volte ad innalzare il successo formativo.
La scuola del 2000 dovrà elaborare nuove connessioni, aprirsi all’educazione e alla comunicazione interculturale, istruire al rispetto dei diritti umani per costruire una cittadinanza consapevole e pienamente democratica. In questo quadro assume particolare rilevanza il Programma di sviluppo delle tecnologie didattiche. Tenendo presente che la "multimedialità" costituisce una dimensione culturale dalla quale non si può prescindere, tale programma non intende, nei suoi fini, caratterizzarsi come un intervento straordinario e tende ad intervenire su tutti gli ordini di scuola a cominciare dalla scuola primaria. Il Ministero ha predisposto due progetti: il progetto 1A (unità operative per i docenti) riguarda le scuole prive di esperienza nell’applicazione della multimedialità nella didattica e prevede un piccolo finanziamento per l’acquisto e la gestione di postazioni multimediali, da dedicare all’aggiornamento dei docenti, e l’organizzazione di corsi di formazione per docenti; il progetto 1B (multimedialità in classe) è dedicato alle scuole con pregresse esperienze nell’applicazione della multimedialità nella didattica e prevede finanziamenti alle scuole per l’acquisto e la gestione di strutture multimediali, al fine di utilizzare concretamente la multimedialità nella didattica.
Andando a considerare il numero delle scuole effettivamente coinvolte nell’applicazione dei progetti, si nota come per il progetto 1 A il primato spetti alla scuola elementare (con il 38,1% delle applicazioni sul totale) mentre tra le scuole superiori svettano gli istituti tecnici (11,3%). Per il progetto 1B si ridimensiona il primato delle scuole elementari e si nota, in generale, un numero di applicazioni di tale progetto decisamente inferiore rispetto al precedente, a testimonianza del fatto che la maggior parte delle scuole necessita ancora di un periodo di formazione, data la scarsa esperienza in materia di buona parte degli operatori. Ma quali sono le competenze dei docenti coinvolti nei progetti? I dati confermano la necessità di formazione dei docenti e rafforzano dunque il valore dei progetti presi in considerazione. Si pu• infatti notare come nel 65,9% dei casi per il progetto 1A e nel 47,1% nel progetto 1B i docenti coinvolti fossero sprovvisti di specifiche competenze (la situazione migliora leggermente se si considerano separatamente le scuole superiori) e come sia poco diffuso, sempre tra i docenti, l’impiego di prodotti multimediali, di risorse Internet e della posta elettronica. Si può anche notare come mentre per le scuole materne ed elementari si riscontra un tasso di applicazione del progetto 1A più elevato rispetto al progetto 1B, per le scuole medie e le scuole secondarie superiori si verifica una situazione opposta.
Una certa attenzione la merita il Progetto speciale musica (Legge n.440/97). Il Ministro ha voluto segnalare tra gli obiettivi della riforma in corso quello del potenziamento della cultura musicale. A tale scopo è stato istituito il fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi. Quindi, è stato predisposto un finanziamento complessivo di 8 miliardi, finalizzato alla progettazione di attività rivolte alla diffusione della musica come fattore educativo nel sistema scolastico. Nell’anno scolastico 1999-2000 è previsto il finanziamento di 200 laboratori musicali, a ciascuno dei quali è destinato un finanziamento di 40 milioni di lire. Si tratta, in concreto, dell’opportunità di mettere i giovani italiani a stretto contatto con un patrimonio musicale nazionale e, naturalmente, internazionale da cui sovente i ragazzi sono come esiliati, "costretti" a vagare nel limbo delle ultime tendenze e delle prepotenze del mercato, che poco interesse stimolano per l’approfondimento della cultura musicale. Le regioni per le quali è previsto il maggiore investimento, in termini di realizzazione di laboratori musicali, sono la Lombardia (22), l’Emilia Romagna (23) e la Toscana (19). Se tale situazione è scontata per quanto riguarda la Lombardia, che è la seconda regione italiana con il maggior numero totale di iscrizioni previste per l’anno a venire, lo è meno per le altre due regioni. Emilia Romagna e Toscana vedono infatti assegnarsi un numero di laboratori superiore alla Campania (14), nonostante la loro popolazione scolastica complessiva sia di gran lunga inferiore a quella della Campania.
La riforma investe anche il tema del caro scuola e del tema del diritto allo studio. Come noto, infatti, i costi di frequenza della scuola, dall’asilo nido alle scuole superiori, rappresentano una considerevole voce di spesa nel bilancio delle famiglie italiane. Nelle scuole elementari pubbliche i libri di resto di base sono a carico dello Stato. Nelle scuole medie inferiori tali costi lievitano sensibilmente: pur rimanendo l’accesso gratuito, la spesa per i libri di testo è totalmente a carico delle famiglie. Tale spesa è valutata in circa 500.000 lire per il primo anno, 300.000 lire per il secondo e 250.000 per il terzo. Infine, per la scuola secondaria superiore, la spesa maggiore è rappresentata dai libri di testo, con un costo che, con variazioni da scuola a scuola si aggira attorno alle 700.000 lire per il primo anno. A ciò vanno a sommarsi i costi relativi alle tasse di iscrizione (il primo anno), alle tasse di frequenza (tutti gli anni) e all’assicurazione obbligatoria. La gratuità della scuola dell’obbligo (dettato costituzionale) è solo un sogno, e quel fondamentale diritto sociale che è il diritto all’istruzione, teoricamente garantito a tutti i cittadini indipendentemente dal loro status, è in realtà soggiacente alle disparità economiche e alle dinamiche di mercato. Per superare le contraddizioni esistenti, la Camera dei Deputati ha presentato un progetto di legge, su iniziativa dei deputati De Murtas, Santoli, Pistone e Bonato, attualmente in corso d’esame. Si tratta di una concessione in prestito ad ogni studente dei libri adottati da parte della scuola. Si garantisce la gratuità completa dei libri di testo nella scuola dell’obbligo e nel primo biennio della scuola secondaria superiore, mentre per il triennio finale è prevista una modesta compartecipazione al costo dei libri da parte dei richiedenti (pari ad un quinto del loro valore). Con un costo modesto per lo Stato, soprattutto se commisurato agli obiettivi che la legge si pone ed alla qualità dei risultati che consente di ottenere, si concretizzerebbe l’opportunità di eliminare uno dei più gravi ostacoli alla realizzazione del diritto allo studio. Nel contempo verrebbe assicurato un importante passo avanti verso gli standard qualitativi comunitari.
Analizzando le previsioni elaborate dal Ministero della Pubblica Istruzione riguardo agli studenti iscritti nelle scuole italiane, per l’anno scolastico 1999-2000, si denota una sensibile disomogeneità interregionale. Oltre il 32% degli alunni delle scuole italiane vive nel Sud, mentre appena il 13,5% vive nel Nord Est.
Un altro dato importante riguarda la distribuzione delle unità scolastiche di istruzione secondaria di II grado per grandi aree geografiche. I dati relativi al 1998/99 mostrano che il 30,4% delle scuole relative a tale livello di istruzione è situata nel Sud, dove peraltro si concentra anche la percentuale più elevata degli alunni delle scuole secondarie. Dall’analisi delle tipologie di istituto risultano presenti in numero maggiore gli istituti tecnici (1.737 su 4.917) e gli istituti professionali (1.348 su 4.917); al contrario, accademie e conservatori rappresentano appena l’1,7% del totale (82 su 4.917). Confrontando il dati dell’anno scolastico 1997-1998 con quelli dell’anno scolastico 1998/99 Š interessante notare che le unità scolastiche sono diminuite passando da 4.917 a 4.806. Questo fenomeno è una conseguenza del calo degli studenti che nell’arco di un solo anno sono passati da 2.431.624, anno scolastico 1997-1998, a 2.350.575, anno scolastico 1998/99; una diminuzione, dunque, di circa 100 mila ragazzi. Un ulteriore decremento si prevede per l’anno 1999-2000 e nel 2000-2001.
Dall’analisi dei dati riguardanti gli studenti della scuola secondaria superiore, in primo luogo emerge come il numero più alto di alunni, nell’anno scolastico 1997/98, si riscontri in Campania (306.294), in Lombardia (305.087) ed in Sicilia (237.299). Al contrario, il Molise Š la regione con il minor numero di studenti (17.943). Complessivamente, su 2.431.624 studenti 983.558 (il 40,4%) frequentano gli istituti tecnici, 488.180 (ovvero il 20,1%) gli istituti professionali; considerevole è anche il numero degli studenti dei licei scientifici, pari a 467.335 (19,2%), tradizionalmente più gettonati rispetto ai licei classici, costituiti da un corpo studentesco di 232.427 unit… (9,6%). Gli istituti magistrali assommano 170.880, pari al 7,0% del totale; il ruolo del fanalino di coda spetta a licei artistici e istituti d’arte che, cumulativamente, raggiungono quota 89.244 studenti, pari al 3,7%. Un dato curioso, ma non troppo, riguarda la regione Sardegna, in cui il 51,8% degli studenti frequenta un istituto tecnico. Fatto, questo, indissolubilmente legato alla speranza che competenze tecniche possano facilitare il loro ingresso nel mondo del lavoro. Quest’ultima considerazione è peraltro applicabile a tutta la realtà scolastica italiana. Confrontando i dati relativi alle singole regioni con quelli medi nazionali è interessante osservare come nelle regioni centrali, in particolare in Umbria (13,4%), nel Lazio (13,1%) e nelle Marche (11,9%), si riscontri una maggiore propensione verso gli studi classici, che sono invece meno considerati dai giovani della Lombardia (6,0%) e del Piemonte (6,9%). Le percentuali più elevate relative alla frequenza degli istituti d’arte sono quelle calcolate per le regioni centrali ed in particolare per le Marche (5,5%) e per la Toscana (5,3%). Nell’anno scolastico 1998-1999 non si sono verificate variazioni significative rispetto al 1997-1998.

Settembre, 1999

Giorgio Kadmo Pagano
ARTISTA dal 1977 TEORICO dell'ARTE e ARCHITETTO dal 1985 GIORNALISTA dal 1993, ESPERTO d'ECONOMIA LINGUISTICA dal 1997.

Lascia un commento

0:00
0:00