La rivincita di Cavallo Pazzo

Intesa storica Si chiude una disputa che risale al 1887

La rivincita di Cavallo Pazzo 3,4 miliardi di dollari ai nativi

di Guido Olimpio

Quando «c’era una volta il West» avrebbero risolto il contenzioso in questo modo. Un ufficiale di cavalleria e un agente federale portavano coperte, cibo (a volte rancido), cavalli e qualche cianfrusaglia.

Gli indiani, ricevuti i «doni», se ne tornavano, buoni, nella riserva. Altrimenti erano fucilate. Ed è così che li hanno ridotti a dei fantasmi. Oggi, gli eredi di Cavallo Pazzo si sono presi la loro piccola rivincita. Dopo anni di battaglia legale, condotta in tribunale e sotto tre diverse presidenze, alcune tribù dell’Ovest hanno ottenuto un risarcimento. Le autorità federali verseranno loro 3,4 miliardi di dollari per chiudere una class action legata ad una disputa che risale al 1887.

In quell’anno il Congresso divide in lotti 4 milioni di ettari di terra degli indiani. Una parte deve andare ai nativi, ma così non avviene. Su altre aree ci sono da far fruttare miniere, pozzi di gas e petrolio, foreste, allevamenti.

Gli indiani, però, ricevono introiti ridotti e la gestione del fondo – l’Indian Trust – è disastrosa. Mancano dati precisi, i contabili fanno errori clamorosi. Le tribù intentano allora un’azione legale chiedendo la cifra record di 47 miliardi di dollari. Un giudice replica con quella, che assomiglia alle coperte offerte dalla cavalleria all’epoca di Toro Seduto: solo 456 milioni. Il confronto si trascina per quasi tredici anni, finché la Casa Bianca cerca di raggiungere un accordo. Operazione riuscita: i 3,4 miliardi di dollari saranno distribuiti tra circa 300 mila persone. Con altri 2

miliardi lo Stato comprerà terreni che rendono bene grazie alla presenza di materie prime. «E un passo importante verso una vera riconciliazione», è il commento del presidente Barack Obama. Le tribù sono contente per la vittoria.

Ma ammettono che si è trattato di un ripiego: «Meglio questo che non prendere nulla», è la loro valutazione.

La situazione dei «nativi-americani» non è certo rosea. Se alcune tribù si sono risollevate lanciandosi nella gestione dei casinò, altre vivono in condizioni terribili. Alcolismo, suicidio e disoccupazione sono altissimi. Anche nelle regioni dove il turismo può rappresentare una fonte di reddito gli indiani sembrano quasi delle comparse. Tristi e sconfitti nel cuore. L’intesa è comunque un segnale. Obama ha presieduto, agli inizi di novembre, la Conferenza nazionale indiana ricevendo alla Casa Bianca i rappresentanti di quasi 400 tribù. Dopo aver riconosciuto che i nativi hanno buoni motivi per non fidarsi delle autorità federali, il presidente ha usato parole solenni: «Finché ci sarò io non sarete più dimenticati». Ed ha inserito nella sua compagine Kimberly Teehe, una Cherokee, quale consigliere per gli affari indiani, e Larry EchoHawk, esponente dei Pawnee.

(Dal Corriere della Sera, 10/12/2009).

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