La resistenza degli italiani di fronte alla imposizione della lingua inglese.

Se gli italiani parlano male le lingue.

Caro Beppe, leggo sul Corriere che gli italiani conoscono male le lingue. 40 anni di meeting in multinazionali mi confermano che in Europa siamo i peggiori, seguiti dai francesi. Da sempre mi hanno detto che la conoscenza del latino aiutava ad imparare le altre lingue. C’è qualcosa che non torna, visto che proprio noi e i francesi siamo quelli che danno maggior importanza al latino. Tale studio abitua a pensare in italiano, applicare le regole e tradurre: esattamente l’opposto di quello che servirebbe, cioè pensare nell’altra lingua. Tu che ne pensi?
Riccardo Rossi, vfcb@virgilio.it

Gli italiani non parlano meno bene le lingue, rispetto ad altri popoli europei; parlano meno bene l’inglese, ed è una faccenda diversa. L’inglese è una lingua germanica, cugina del tedesco, del nederlandese e delle lingue scandinave. “Freddo” in inglese si dice “cold”, in danese “kold”, in tedesco “kalt”, in olandese “koute”. Non è sorprendente che, a Rotterdam e a Ratisbona, l’inglese risulti più fluente che a Rovigo e a Ragusa. Non solo: la pronuncia dipende dal numero di accenti, non dal numero di sillabe, come in italiano. Delimitata la questione, chiediamoci: potremmo imparare meglio l’inglese in Italia? Risposta: certo. Basterebbe trasmettere programmi televisivi, interviste e film in inglese, sottotitolati. All’inizio, proteste scatenate (non solo dei doppiatori). Tempo due anni, il livello nazionale si alzerebbe nettamente. Tempo una generazione e saremmo alla pari del resto d’Europa.
(Da italians.corriere.it, 13/3/2016).

Gli italiani e le lingue: un rapporto difficile

Caro Beppe, rispondo a Riccardo Rossi e a te (“Se gli italiani parlano male le lingue” – http://bit.ly/1M2jK13 ) precisando varie cose con uno sforzo di sintesi, ma ci sarebbe da scrivere una tesi. I motivi del rapporto difficile fra italiani e le lingue – non solo l’inglese – sono vari, ben più di quelli che avete citato. Certamente il doppiaggio. Certamente la grande difficoltà di ascoltare trasmissioni in altri idiomi, salvo montarsi un’antenna parabolica dopo aspre lotte con i condomini. Il relativo disinteresse di occuparsi in dettaglio di quello che succede in altri paesi. La faciloneria tutta nostra, l’accontentarsi troppo in fretta di risultati modesti; non basta imparare 200-300 parole per credere di parlare una lingua. La rassegnazione diffusissima in partenza: “tanto sono negato”. Mai sentito qui nelle Fiandre dove vivo: mai! Il sistema scolastico con metodi troppo teorici e con insegnanti quasi mai di madrelingua. L’involontario inculcare agli studenti l’idea che una lingua sia una materia come un’altra, e che basti tirare al 6. Il sistema di far studiare “l’inglese O un’altra lingua a scelta”, invece de “l’inglese E un’altra lingua a scelta”. La sciatteria nell’insegnamento della pronuncia: in Italia, invece di sforzarsi di riprodurre i suoni di altre lingue, ci si accontenta di prendere il suono italiano che più assomiglia al suono voluto e mettere quello. Se non ci credete, basta ascoltare come parlano gli/le speaker della TV e della pubblicità, per non parlare dei veri orrori che si sentono dai presentatori dei quiz televisivi, e ridacchiano pure, manco fosse un vezzo. E poi si sentono discorsi da bar sport dove si accusano francesi e inglesi di sciovinismo se non capiscono la nostra pronuncia. E per forza! E dove si va in vacanza all’estero? In viaggi organizzati insieme con altri italiani e/o in luoghi dove si incontrano altri italiani. C’è da avviare una vera e propria rivoluzione culturale, della quale la sottotitolazione dei film è solo un aspetto. Ma c’è da fare uno sforzo mentale. E anche qui la cosa non è affatto evidente. E credo di avere ancora dimenticato qualcosa. Grazie per l’attenzione.
Achille Ziccardi, ilpelide@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 15/3/2016).

Gli italiani e le lingue: quando la “lingua franca” era il francese

Caro Severgnini, il problema delle lingue (o meglio dell’inglese) in Italia e’ molto più profondo di quanto i film doppiati suggeriscano. Deriva dal fatto che per decenni le scuole pubbliche “costringevano” alla scelta del francese (le sezioni che offrivano l’inglese erano quasi sempre le peggiori in altre materie, per non parlare di chi era costretto al tedesco o spagnolo, poveretti) a causa di un sistema scolastico figlio degli anni ’40 quando la “lingua franca” era il francese. Questo naturalmente con l’aiuto dei sindacati della scuola che si sono guardati bene dal “riqualificare” gli insegnanti. Aggiungiamo che (grazie al provincialismo italiano e all’abilità di marketing che sfiora la truffa degli inglesi) l’inglese utilizzato è quello britannico (molto meno immediato e più ostico di quello nord americano), ed il quadro è completo. La questione non è delle lingue latine (in Finlandia parlano tutti l’inglese, e definire il finlandese lingua germanica e’ come dire che l’italiano deriva dal turcomanno, e nelle località turistiche tutti parlano inglese), ma dall’aver creato un sistema “anti-anglosassone” che si perpetua da generazioni a tutti i livelli (compreso il Corriere che traduce “galleria del vento” in “vento nel tunnel” in un recente articolo!) che può essere smantellato solo con soluzioni draconiane (forzato bilinguismo come in Olanda). A questo aggiungo che nessuno parla bene inglese salvo l’abbia studiato in un’università con madrelingua: ci si illude di parlarlo solo quando si conversa con non madrelingua di altri paesi. Un caro saluto,
Duccio Mortillaro, dmortillaro@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 16/3/2016).

Parlare le lingue non è un diploma sulla parete

Stimolante l’intervento dell’amico Achille Ziccardi, sul nostro rapporto con le lingue (“Gli italiani e le lingue: un rapporto difficile” – http://bit.ly/1Vupa7a ). Ciò che mi trova più d’accordo è che non siano una disciplina come le altre, anzi, secondo me sta qui il nodo: per noi le lingue sono una materia di studio; per un sacco di altri popoli, semplicemente, sono vita, lavoro, scambio, necessità. E tale differenza di approccio è abissale. Appesantiti dallo spessore delle nostre radici culturali, abbiamo la sindrome dell’eterno scolaro, a cui molti aggiungono quella del più bravo della classe, tale ‘Col-ditino-alzato’: “non si dice così, si pronuncia così, si declina così”. Non vado pazza per Renzi, ma lo ammiro incondizionatamente quando ha le palle e la spontaneità di parlare l’inglese, così come fa, e cioè fregandosene di migliaia di ditini alzati. Tra l’altro come milioni di altri nel mondo, che con un inglese non migliore del suo muovono quotidianamente capitali. Io di lingue ne parlo quattro tutti i giorni, ma il mio tedesco, paradossalmente, era più apprezzabile nel ’96, quando comunicavo solo in quello, rispetto a ora – dopo mezza vita in Germania – e le altre vanno “a fasi alterne”; inoltre a Monaco di Baviera nessuno mi fa i complimenti (mentre in Italia e Francia sono un’eroina), perché qui come in altre città, l’ultimo dei fruttaroli greci vende le mele in tre idiomi; anzi, in parecchi mi fanno sentire una pezza perché dopo vent’anni con un croato ancora son rimasta a “Dobar Dan” e poco più. Insomma, quello che voglio dire è che noi del Belpaese siamo grandi teorici, e ossessivi curatori di dettagli e apparenze, ma parlare le lingue non è un’esclusiva, non è un diploma alla parete, non è un gadget né un vanto = non è cosa che si pensa e si discute, e neppure si compra. È cosa che si fa, punto. Si fa come si beve, si mangia e si canta. Tanto che è più poliglotta un mercato rionale abruzzese (farcito di ex emigranti) e una discoteca di pivelli sfrenati, di un’assemblea di insegnanti liceali che sfotte il presidente del Consiglio.
Rossella Pittorru, Rossella.pittorru@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 22/3/2016).

Lingue: purtroppo gli italiani sono convinti che basti farsi capire

Caro Beppe, rispondo alla mia graziosa amica Rossella Pittorru a proposito delle lingue straniere (“Parlare le lingue non è un diploma sulla parete” – http://bit.ly/1q09z3s ). Rossella dice che noi italiani stiamo lì col ditino puntato sugli errori, che siamo dei perfettini, insomma (“abbiamo la sindrome dell’eterno scolaro, a cui molti aggiungono quella del più bravo della classe, tale ‘Col-ditino-alzato’: “non si dice così, si pronuncia così, si declina così”). Ebbene, Rossella, sono “colpevole”: alla pronuncia e all’uso corretto delle parole in tutte le lingue ci tengo. Non per un perfezionismo fine a se stesso, non per far vedere quanto sono brava, ma per poter comunicare in maniera chiara. Quando il nostro Primo Ministro si esprime nell’idioma di Albione bisogna mettersi in cuffia per capire che cosa sta cercando di dire. È un disastro! Evviva la simpatia e il coraggio di lanciarsi, ci mancherebbe, ma in certi casi sarebbe bene essere umili e farsi affiancare da un interprete (per poi magari farsi dare lezioni private intensive). Ricordo tempo fa di aver partecipato ad una conferenza sulla storia dell’astronomia tenuta da un italiano in inglese. Alla fine siamo usciti tutti con facce perplesse: era arrivata solo la metà del messaggio. Il nostro amico non faceva che tradurre alla lettera modi di dire italiani che in inglese non hanno significato o suonano bizzarri, e la pronuncia era catastrofica. Peccato, sarebbe stato interessante imparare qualcosa di più su Copernico e Galileo. Il problema è che se “blood” si pronuncia ˈbləd e tu mi fai uscire un “blud”, io non so di che cosa stai parlando. Magari ci arrivo per deduzione, ma che fatica! Purtroppo gli italiani sono convinti che basti farsi capire, arrangiarsi, buttare là una frase sconnessa e poi si vedrà, in linea con la tipica mentalità dell’improvvisazione in tutti i campi. Bene, continuiamo così, tanto, anche se nessuno ci capisce, al limite possiamo andare a gesti e poi speriamo che ce la caviamo.
Evelina Dietmann, eireen74@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 23/3/2016).

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